SECONDA PARTE — Sovranità o subalternità: l'Europa in ostaggio.
II · Le origini del ritardoPerché l'Europa non ha mai costruito la propria autonomia
Il progetto europeo nacque per bandire il conflitto fra Stati attraverso l'integrazione economica. Non nacque per competere in un sistema internazionale segnato dalla rivalità fra grandi potenze. Quella scelta era comprensibile nel dopoguerra. Ha prodotto un'Unione integrata sul piano commerciale e normativo, ma priva degli strumenti materiali della sovranità: una difesa propria, una sicurezza energetica autonoma, una politica industriale coordinata, una capacità fiscale comune.
La fine della Guerra Fredda ha consolidato quell'impostazione, non l'ha corretta. L'Europa ha letto la dissoluzione del blocco sovietico come prova che regole e istituzioni multilaterali bastassero a garantire la stabilità. Ha concentrato le proprie energie sui mercati integrati, sugli standard normativi, sulla moneta comune, e ha trascurato sistematicamente lo sviluppo della propria influenza geopolitica. Jean Monnet aveva intuito che la sovranità non si potesse aggredire frontalmente: meglio erigere istituzioni tecniche dai poteri circoscritti, e lasciare che l'integrazione avanzasse per gradi. Il metodo ha funzionato per la pacificazione interna del continente. Ma aveva un vizio strutturale: l'Europa veniva costruita per amministrare la pace fra i propri Stati, non per difendersi dalle pressioni esterne.
La debolezza strategica europea non è solo un'eredità storica. È anche il frutto di interessi concreti che dal suo mantenimento traggono vantaggio. La frammentazione della difesa protegge filiere industriali nazionali — Leonardo, Thales, Dassault, Rheinmetall — che generano occupazione qualificata e influenza politica. La dipendenza dal gas russo serviva l'industria tedesca votata all'export, per cui l'energia a basso costo era il fondamento della competitività. La dipendenza dalle piattaforme informatiche americane torna comoda a milioni di imprese europee, prive dei mezzi e della volontà di migrare verso alternative proprie. Chiedersi perché l'Europa non abbia costruito la propria autonomia significa quindi chiedersi anche chi abbia tratto profitto dal non costruirla.
| Trattato | Anno | Innovazione principale | Limite persistente |
|---|---|---|---|
| CECA | 1951 | Prima autorità sovranazionale per carbone e acciaio | Settori limitati; nessuna politica estera |
| Trattati di Roma | 1957 | Mercato comune; Euratom | Unanimità su tutte le materie sensibili |
| Atto Unico | 1986 | Mercato unico; cooperazione politica europea | Politica estera rigorosamente intergovernativa |
| Maastricht | 1992 | Unione monetaria; politica estera e di sicurezza comune formale | Unanimità in politica estera; nessun bilancio comune |
| Lisbona | 2009 | Cooperazione strutturata in difesa; Alto Rappresentante | Attuazione frammentata; risorse inadeguate; dipendenza dalla NATO |
Quattro fragilità che si alimentano a vicenda
L'attuale condizione europea si spiega riassumendo quattro vulnerabilità principali, che non operano isolatamente: si rafforzano a vicenda. Per questo è difficile spezzare il circolo intervenendo su una sola alla volta.
Fragilità decisionale. In politica estera e di sicurezza l'unanimità permette a un solo Stato membro di bloccare qualunque azione comune in nome dell'interesse nazionale. Non è una pastoia burocratica: è un dispositivo di paralisi, che espone l'Unione a chiunque sappia sfruttarne le divisioni interne. Il paradosso è che anche il passaggio al voto a maggioranza qualificata richiederebbe l'unanimità.
Fragilità capacitiva: la dispersione dei fondi e le logiche feudali. Nel 2025 i paesi dell'Unione hanno destinato alla difesa circa 381 miliardi di euro. È una somma imponente, ma in larga parte dissipata: la spesa è frantumata in ventisette bilanci nazionali, paralizzata da logiche feudali che governano le catene di comando, le assunzioni apicali e i contratti di fornitura. Questa frammentazione burocratica non risparmia nemmeno i comparti più sensibili, come i servizi segreti e l'intelligence. Invece di convergere verso una rete di condivisione integrata, gli apparati informativi restano trincerati dietro gelosie nazionali e dinamiche opache di autoconservazione — una deriva evidente in casi come quello italiano, dove la gestione delle agenzie di sicurezza soffre storicamente di stratificazioni clientelari e di una cronica autoreferenzialità dei vertici. L'esito di questo baronaggio diffuso è un'architettura strategica inefficiente, divisa in piattaforme incompatibili e catene informative interrotte, che annulla ogni possibilità di una reale deterrenza comune. È il paradosso degli armamenti: l'Europa spende una frazione del bilancio americano, ma schiera circa sei volte i suoi sistemi d'arma. Secondo l'Agenzia europea per la difesa sono 178 tipi principali contro 30 — diciassette modelli di carro armato, venti di caccia, ventisette di obice. Il dato riguarda gli inventari accumulati in decenni, non la produzione odierna: sulle linee attive l'Europa è ormai vicina agli Stati Uniti, con un solo carro in produzione, il Leopard 2. Ma è proprio sugli inventari, sulla cantieristica navale e sugli appalti che la frammentazione diventa costo reale: il Servizio Ricerca del Parlamento Europeo lo stima fra 18 e 57 miliardi di euro l'anno. La proliferazione degli aerei da guerra di fabbricazione statunitense ne è l'esempio più eloquente. Oltre la metà degli Stati membri dell'Unione ha scelto di dotarsi dello stesso caccia di quinta generazione, l'F-35A, acquistandolo però attraverso canali bilaterali separati e a condizioni profondamente disomogenee. Senza una centrale d'acquisto unica in grado di negoziare con Washington, i singoli contratti nazionali hanno registrato oscillazioni di prezzo macroscopiche per singolo esemplare, gravati da pacchetti di assistenza, logistica e armamento frammentati che hanno polverizzato miliardi di euro in sovrapprezzi. È la stessa inefficienza che si riscontra sul terreno dell'artiglieria pesante, dove il costo di un singolo obice semovente come il PzH-2000 è arrivato a moltiplicarsi fino a cinque volte a seconda del lotto e del Paese acquirente. Rinunciando programmaticamente alle economie di scala di un procurement unificato, ogni ordinativo nazionale si riduce a una commessa atomizzata che soddisfa un'emergenza immediata, ma che al contempo cementa la subordinazione tecnologica a lungo termine e restringe progressivamente i margini della futura autonomia strategica europea. La radice di questa frammentazione, tuttavia, è squisitamente politica. Ventisette eserciti, ventisette ministeri della Difesa e altrettante catene di approvvigionamento speculari sopravvivono perché nessuno Stato membro ha mai accettato di cedere l'ultimo, insostituibile attributo della sovranità. I dati macroeconomici raccolti nel Rapporto Draghi dimostrano che questa dispersione non è un incidente di percorso, ma una barriera strutturale: meno di un quinto della spesa per la difesa dell'Unione è frutto di appalti collaborativi, mentre quasi l'80% degli acquisti totali viene esternalizzato a fornitori extra-UE, in larga parte statunitensi. Questa polverizzazione difende gelosamente filiere industriali e bacini occupazionali nazionali, ma lo fa a un prezzo insostenibile, perpetuando al contempo radicate logiche clientelari. Mantenere l'atomizzazione dei bilanci militari permette infatti alle classi politiche nazionali di preservare il controllo diretto sulle nomine apicali dei colossi industriali di Stato e sulla spartizione di commesse locali utilizzate come moneta di consenso elettorale. La risposta strategica a questo baronaggio diffuso non risiede nell'utopia burocratica di un esercito unico europeo, bensì nella concentrazione delle ventisette strutture parallele in tre comandi operativi per teatro d'operazione: uno nord-orientale, rivolto alla dimensione continentale e alla deterrenza russa; uno atlantico-occidentale; uno mediterraneo-meridionale. L'ostacolo reale risiede nella divergenza radicale delle percezioni del rischio, con l'Est focalizzato sulla minaccia di Mosca e il Sud proiettato sulle instabilità del Mediterraneo, dove la sovranità tocca il nucleo identitario dello Stato-nazione. Per questo motivo, l'unica integrazione possibile — in linea con le recenti semplificazioni normative dell'EDIP del 2026 — non abolisce le forze armate nazionali, ma ne impone l'interoperabilità e l'aggregazione della domanda attraverso una regia comune, erodendo i feudi burocratici locali e assecondando le geografie regionali anziché pretendere di negarle. È questa l'unica via per convertire una storica dissipazione in una reale economia di scala. Quanto costa la frammentazione, e quanto si recupererebbe consolidando? Esiste una risposta ufficiale. Il Servizio Ricerca del Parlamento Europeo, in uno studio del 2024, stima il "costo della non-Europa" nella difesa fra 18 e 57 miliardi di euro l'anno, in quattro voci, dallo scenario realistico a quello di piena efficienza: Sul solo fronte degli appalti, la frammentazione dissipa quarantaquattro centesimi per ogni euro investito in equipaggiamento. Per dare la scala: diciotto miliardi, l'estremo prudente della stima, equivalgono a oltre cento caccia Eurofighter, o a quasi quattrocento carri Leopard 2, ogni anno. Sul ciclo di bilancio 2028-2034 il recupero cumulato oscillerebbe fra 126 e 400 miliardi. Il costo umano non è minore: quei 10,9 miliardi di inefficienza negli appalti equivalgono a circa 270.000 posti di lavoro nell'industria della difesa. L'Europa destina il 48% dei propri bilanci militari al personale, contro il 29% degli Stati Uniti, e schiera appena il 3% di 1,3 milioni di soldati attivi. Il ventaglio è ampio, e riflette un'incertezza reale. Ma anche il suo estremo più cauto dice la stessa cosa: la subalternità non costa solo in sovranità. Costa, ogni anno, decine di miliardi che potrebbero finanziare transizione ecologica, ricerca, servizi.
Fragilità fiscale. Il bilancio pluriennale dell'Unione vale appena l'1% del PIL europeo aggregato, contro il 20-25% dei bilanci nazionali. Il programma Next Generation EU ha dimostrato che il debito comune è realizzabile e sostenibile in condizioni d'emergenza. Ma non è diventato uno strumento permanente. L'Europa continua a dipendere dai contributi volontari degli Stati membri, con i ritardi e i compromessi che questa struttura comporta. Fragilità infrastrutturale. Alle tre fragilità primarie se ne aggiunge una quarta, più recente e meno discussa, che si articola su cinque pilastri interdipendenti: Per un continente che ambisce a essere una potenza normativa, non saper garantire da sé le proprie reti materiali e immateriali è una vulnerabilità di prima grandezza. Il piano ReArm Europe / Readiness 2030, varato nel marzo 2025, affronta direttamente le fragilità capacitiva e fiscale: 800 miliardi complessivi per la difesa, di cui 150 tramite lo strumento SAFE, come prestiti agli Stati membri per acquisti congiunti. È il primo meccanismo europeo di debito comune in ambito militare. Resta però frenato dalle medesime logiche: i fondi sono erogati come prestiti e non come trasferimenti a fondo perduto, le condizioni sul procurement europeo non sono vincolanti per non intaccare i canali di fornitura privilegiati dei singoli Paesi, e il vincolo dell'unanimità in politica estera rimane intatto. Le sette aree strategiche delineate non costituiscono un catalogo di opzioni interscambiabili, bensì dimensioni strettamente interdipendenti che esigono una risposta sistemica e coordinata. In questo quadro, la bussola d'azione non risponde a logiche di fazione o ad appartenenze ideologiche, ma all'interesse geopolitico dell'Unione: erodere le vulnerabilità strutturali, ampliare i margini di autonomia decisionale e sottrarre i cittadini europei alla subalternità verso le scelte unilaterali delle potenze esterne. L'unanimità in politica estera rende l'Europa strutturalmente incapace di rispondere in tempo alle crisi. Restano tre percorsi disponibili, da attivare in sequenza. Si tratta di costruire capacità militari europee che rendano il continente meno dipendente dalle decisioni di Washington, mantenendo il coordinamento con la NATO dove serve. Il piano ReArm Europe va nella direzione giusta, ma manca di condizioni e meccanismi di coordinamento industriale. Questo punto va precisato senza ambiguità: non si tratta di teorizzare una surrogazione della NATO – che permane l'unico presidio ancorato al backstop nucleare statunitense – bensì di renderla opzionale anziché "indispensabile" di fronte a crisi che investono direttamente l'Europa. Nell'era in cui un Presidente degli Stati Uniti subordina il sostegno agli alleati a contropartite esplicite, allineamenti politici o target di spesa arbitrari, l'affidabilità dell'Articolo 5 non è più scontata. In questo scenario, l'autonomia strategica europea cessa di essere un'ambizione dottrinale per diventare un imperativo di sopravvivenza. La via realistica non è l’uscita dalla NATO, ma la costruzione di capacità proprie e parallele a quelle statunitensi, riducendo la dipendenza dagli enabler americani. Si tratta di un investimento pluriennale complesso, ma essenziale per trasformare la difesa continentale da mera retorica a capacità operativa effettiva. Questo percorso impone due condizioni: vincolare i sistemi europei a rigorosi standard etici e tecnici — garantendo trasparenza negli appalti, interoperabilità, rispetto dei diritti umani e regole condivise sull'IA militare — e rivendicare la competenza primaria dell'Unione sulle crisi del proprio vicinato, dal Mediterraneo allargato al Sahel fino ai Balcani Occidentali. Il criterio che deve guidare questo intervento è inequivocabile: agire dove serve a preservare equilibri internazionali condivisi, rifiutando di allinearsi agli interessi politici contingenti di singoli leader — che si tratti di Trump o di Netanyahu — la cui agenda, come si è visto, l'Europa ha finora subìto anziché contribuito a definire. Gestire autonomamente questi teatri regionali permetterebbe di non invocare l'Articolo 5, sollevando l'Alleanza e preservando la NATO come pura deterrenza esistenziale di ultima istanza. Il rischio politico di questa transizione è concreto e trova riscontro in una sequenza empirica documentata, non in un timore astratto. Dall'aprile 2026, l'amministrazione statunitense ha qualificato ripetutamente la NATO come una "tigre di carta", giungendo a paventare il ritiro delle proprie truppe da Italia, Spagna e Germania quale ritorsione per il mancato allineamento europeo alla campagna contro l'Iran. Questa pressione sistematica ha già prodotto un effetto istituzionale tangibile: nel 2025 i trentadue Stati membri hanno concordato di innalzare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, proprio per scongiurare l'ipotesi di un disimpegno americano. Va segnalato, per completezza analitica, un limite istituzionale che attenua senza annullare la portata della minaccia. Ai sensi del National Defense Authorization Act, un ritiro formale dalla NATO richiederebbe l'autorizzazione del Congresso: una remora procedurale reale, che tuttavia non neutralizza il danno già prodotto dall'incertezza sulla tenuta dell'alleanza. Qualsiasi disallineamento percepito a Washington rischia comunque di innescare ritorsioni da parte di un'amministrazione che ha già ampiamente dimostrato — con i dazi, con le pressioni sulla Groenlandia, con queste medesime minacce — la propensione a convertire l'asimmetria di dipendenza degli alleati in una leva negoziale coercitiva. In un quadro di razionalità lineare, la sequenza prudenziale imporrebbe di conseguire l'autosufficienza operativa prima di formalizzare l'autonomia politica dichiarata. Tuttavia, questa cautela metodologica è la stessa che l'Unione ha già esercitato per trent'anni, paralizzandosi in un rinvio sistematico nell'attesa di una congiuntura favorevole che, per definizione, si palesa solo quando il capitale politico necessario per coglierla è ormai eroso. La reattività dell'opinione pubblica — cresciuta con la percezione delle minacce, come mostrano i sondaggi ECFR più recenti sul calo di fiducia nelle garanzie di sicurezza statunitensi, ma non ancora consolidata in un consenso stabile — costituisce una risorsa volatile, destinata a contrarsi non appena la minaccia percepita si attenua. Di fronte a un partner americano che minaccia apertamente di ritirare l'ombrello protettivo, aspettare il momento perfetto equivale, nei fatti, a scegliere di non decidere mai. La crisi del 2022-2023 ha reso evidente una regola elementare della geopolitica: chi controlla l'energia dispone di una leva politica. Sostituire il gas russo con forniture statunitensi, anche attraverso l'accordo di Turnberry, ha ridotto una dipendenza senza risolvere il problema di fondo: il rischio di trasferirla altrove, a costi elevati. Impegnare fino a 750 miliardi di dollari in acquisti entro il 2028 significa, infatti, legare una parte rilevante della politica energetica europea a un nuovo fornitore, mentre gli obiettivi climatici richiederebbero di ridurre strutturalmente il ricorso agli idrocarburi. L'indipendenza energetica non consiste nel sostituire un vincolo con un altro, ma nel ridurre la vulnerabilità dell'Europa alle pressioni esterne. Per trasformare questa vulnerabilità in una politica di indipendenza energetica, l'Europa deve agire su due fronti: aumentare la propria capacità di produrre energia e dotarsi degli strumenti necessari a proteggerne l'approvvigionamento nei momenti di crisi. Oltre il 70% del cloud europeo è gestito da Amazon, Microsoft e Google; i fornitori europei restano sotto il 15% del proprio mercato (Synergy Research Group). L'infrastruttura digitale del continente ricade così sotto la giurisdizione americana: le autorità statunitensi possono accedere ai dati su quei server ovunque si trovino, compresi quelli di cittadini, imprese e istituzioni europee. Gaia-X, il progetto europeo di cloud sovrano, si è trasformato in un tavolo di coordinamento dominato dagli stessi operatori americani che avrebbe dovuto affiancare. La Commissione ha reagito solo nel giugno 2026, con la proposta di una legge sul cloud e sull'intelligenza artificiale. La dipendenza tecnologica, però, non riguarda soltanto il controllo dei dati e delle infrastrutture digitali. Riguarda anche la capacità di produrre le tecnologie da cui dipenderanno l'economia e la sicurezza europee: semiconduttori, batterie, sistemi di accumulo, reti elettriche e componenti avanzati. E questa capacità dipende a sua volta dall'accesso alle materie prime critiche, dalla loro raffinazione e dalla possibilità di riciclarle. La vulnerabilità, quindi, non è soltanto digitale: è anche industriale e materiale. Il mercato europeo — circa 450 milioni di abitanti e un PIL aggregato di circa 16 trilioni di euro — è fra gli strumenti economici più potenti al mondo. È stato governato come un fine in sé, non come un mezzo al servizio di obiettivi politici collettivi. L'Europa ha delegato al mercato parte delle proprie scelte strategiche. In cambio ha ottenuto efficienza nel breve periodo e vulnerabilità nel lungo. Senza risorse proprie e senza capacità di spesa comune, l'Europa non può realizzare alcuna delle trasformazioni qui descritte. Next Generation EU ha dimostrato che il debito comune è politicamente sostenibile in condizioni d'emergenza. La sfida consiste nel non attendere la prossima emergenza per istituzionalizzarlo. Le sei aree precedenti richiedono riforme istituzionali, risorse e strumenti tecnici. Ma nessuna di queste trasformazioni può consolidarsi senza una classe dirigente capace di sostenerle nel tempo e senza cittadini messi nelle condizioni di comprenderne ragioni, costi e conseguenze. L'autonomia strategica richiede quindi anche un cambiamento nella cultura politica europea: le classi dirigenti devono imparare a ragionare in termini di interesse europeo, mentre i cittadini devono poter disporre degli strumenti necessari per valutare le scelte compiute in loro nome. Non si tratta soltanto di ottenere consenso, ma di costruire le condizioni culturali perché quel consenso possa essere informato, consapevole e duraturo. La proposta riguarda un problema preciso: quale livello di competenza dovrebbe essere richiesto a chi aspira a esercitare il potere politico. Una carica elettiva può attribuire la responsabilità di decidere su guerra e pace, politica estera, finanza pubblica, economia, sistemi fiscali, regolazione dei mercati e grandi interessi strategici. Una responsabilità di questa portata rende plausibile l'idea di una soglia elevata e verificabile di preparazione, proporzionata alle decisioni che il titolare della funzione sarà chiamato ad assumere. La logica è, per alcuni aspetti, analoga a quella delle professioni regolamentate: prima di affidare a una persona responsabilità che possono incidere direttamente sulla vita e sulla sicurezza degli altri, l'ordinamento verifica che possieda conoscenze e competenze adeguate. Questa impostazione appartiene però a un terreno diverso dal più ampio dibattito sulla meritocrazia come criterio di distribuzione dello status, del reddito e delle opportunità. È il modello criticato, tra gli altri, da Michael Sandel in La tirannia del merito e da Daniel Markovits in The Meritocracy Trap, nel quale il merito può trasformarsi in un meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze di partenza, premiando chi dispone già di maggiori risorse, mezzi e opportunità. Qui il criterio ha una funzione più circoscritta e insieme più esigente: accertare che chi chiede di rappresentare i cittadini possieda una preparazione adeguata alla complessità delle decisioni che potrà assumere in loro nome. La questione conduce direttamente al dibattito sui limiti della democrazia rappresentativa e sui criteri con cui una società seleziona i propri decisori. L'epistocrazia, teorizzata dal filosofo Jason Brennan, propone di correlare il potere politico alla competenza dimostrata e, nelle sue formulazioni più radicali, mette in discussione l'idea di un diritto di voto esercitato senza condizioni. Alex Guerrero ha invece discusso la possibilità di una «lottocrazia», fondata sulla selezione per sorteggio di cittadini secondo una logica in parte assimilabile a quella delle giurie popolari. Altre proposte valorizzano le assemblee cittadine deliberative come strumenti di integrazione e controllo delle istituzioni elettive. La soluzione qui prospettata si colloca su un piano differente: conserva l'elezione popolare, ma introduce una verifica preventiva della preparazione richiesta per accedere alla competizione politica. Resta il problema delle condizioni concrete nelle quali quella competizione si svolge. Tempo disponibile, risorse economiche e capitale culturale incidono sulle possibilità di accesso alla politica, insieme a un capitale meno visibile e spesso decisivo: quello relazionale. Conoscenze personali, reti familiari, appartenenza a gruppi organizzati, rapporti con dirigenti di partito, disponibilità di sostenitori e accesso a circuiti professionali possono facilitare una candidatura e la costruzione di una carriera politica anche a parità di preparazione. Per questo una soglia elevata di competenza dovrebbe essere accompagnata da un percorso di preparazione realmente accessibile, da un sistema di valutazione indipendente e trasparente e da regole capaci di contenere i vantaggi derivanti da finanziamenti, reti di influenza e accessi privilegiati. La competenza richiesta a chi esercita il potere pubblico non risolve da sola la selezione sociale della classe politica, ma può stabilire un principio essenziale: il consenso elettorale conferisce il mandato, mentre la responsabilità di esercitare quel mandato richiede conoscenze adeguate alla sua portata. Quando le decisioni possono coinvolgere la vita delle persone, l'equilibrio finanziario dello Stato, gli interessi economici collettivi o persino l'ingresso di un Paese in guerra, la competenza non è un ornamento della rappresentanza: è una condizione della responsabilità. La vulnerabilità europea non nasce con Trump e non è il prodotto di una singola presidenza. È il risultato di una scelta maturata nell'arco di una generazione: costruire l'Europa come potenza civile e normativa — mercato, regole, moneta — delegando ad altri i principali strumenti materiali della propria sicurezza e autonomia. Gli Stati Uniti per la difesa e, sempre più, per la tecnologia; la Russia per il gas; il Golfo per il petrolio; la Cina per le manifatture e una parte crescente delle materie prime strategiche. Per decenni quella dipendenza è sembrata sostenibile perché il costo restava invisibile. Poi sono arrivati pandemia, guerra ai confini orientali, crisi nel Mediterraneo e pressione economica da parte di Washington. Shock diversi, ma con una stessa conseguenza: ogni volta l'Europa ha scoperto di disporre di margini di autonomia inferiori a quelli che immaginava. La storia, tuttavia, mostra che questa passività non è un destino. Il racconto di un'Europa liberata esclusivamente dalla potenza americana è incompleto: l'Europa occidentale fu liberata in gran parte dagli Alleati occidentali, mentre gran parte dell'Europa centrale e orientale fu liberata dall'Armata Rossa. E anche in Italia la sequenza fu meno lineare di quanto suggerisca una memoria costruita soltanto intorno all'intervento degli eserciti alleati. A Napoli, tra il 27 e il 30 settembre 1943, la popolazione insorse contro le truppe tedesche in ritirata e costrinse la Wehrmacht a lasciare la città prima dell'arrivo degli Alleati. Le Quattro Giornate, alle quali parteciparono anche numerose donne e i femminielli, mostrano su scala locale che l'azione autonoma non era impossibile: dipendeva dalla capacità di organizzarsi e dalla volontà di agire. È questa la domanda che torna oggi. Dopo anni di crisi prevedibili, l'impreparazione europea non può più essere spiegata soltanto come effetto dell'imprevisto. La vicenda della Groenlandia ne è un esempio: le pressioni dell'amministrazione Trump hanno riportato al centro della discussione la sicurezza dell'Artico e la necessità per l'Europa di costruire strumenti propri. Il partenariato europeo da 200 milioni di euro per il 2026-2027, con una successiva proposta di ampliamento, mostra che Bruxelles può reagire quando considera strategico un interesse. Ma la capacità economica, da sola, non basta. Se l'Europa vuole proteggere rotte, infrastrutture e risorse strategiche, deve poter disporre anche di strumenti autonomi di sicurezza e deterrenza. La Groenlandia può quindi diventare un banco di prova: non soltanto per la politica artica, ma per la credibilità dell'autonomia europea. Il problema, però, non è soltanto esterno. La subalternità può diventare conveniente anche per una parte degli interessi interni: filiere nazionali protette, rendite di posizione e costi politici dello status quo possono prevalere sull'investimento necessario a costruire capacità comuni. È questa convergenza tra pressione esterna e inerzia interna a rendere difficile il cambiamento. Per spezzarla non basta dichiarare l'autonomia strategica: occorre accettarne i costi, investire prima che arrivi la crisi e costruire capacità che richiedono anni per diventare operative. L'economia europea dipende in misura significativa dalle catene asiatiche dei semiconduttori avanzati, e una crisi nello Stretto — dal blocco navale fino a un conflitto aperto — potrebbe interrompere forniture essenziali e provocare uno shock industriale difficile da assorbire. Non sarebbe soltanto una crisi asiatica: avrebbe conseguenze dirette sulla capacità produttiva europea. Il punto non è prevedere quando potrebbe verificarsi un conflitto, né considerare inevitabile un'escalation. È riconoscere che il rischio esiste e che ridurne l'impatto richiede anni. La lezione è la stessa emersa con il gas russo e con le interruzioni delle catene di approvvigionamento durante la pandemia: quando una dipendenza strategica viene affrontata soltanto dopo l'inizio della crisi, le possibilità di scelta sono già ridotte. Diversificare le forniture, rafforzare le scorte strategiche, ricostruire capacità industriali, proteggere le infrastrutture e dotarsi di una politica estera e di sicurezza coerente non sono misure da adottare quando l'emergenza è già iniziata. Sono decisioni che vanno prese prima. «Sovranità o subalternità» non è dunque soltanto un'alternativa tra due politiche. È la scelta tra due condizioni: essere un soggetto capace di definire almeno in parte le proprie regole e i propri interessi, oppure rimanere dipendente da decisioni prese altrove. La questione, in definitiva, è quanto margine di autonomia l'Europa sarà disposta a costruire prima che una nuova crisi trasformi una vulnerabilità conosciuta in una dipendenza concreta.
Per tornare all'inizio — Sovranità o subalternità: l'Europa in ostaggio (Parte 1).
Energia: IEEFA (importazioni di GNL); Center on Global Energy Policy, Columbia University; Eurostat (quota rinnovabili); Congressional Research Service e cronaca internazionale (2021-2022) sul gasdotto Nord Stream 2. — Governance UE e diritto dei Trattati: Trattato sull'Unione Europea, artt. 31 e 194 TFUE; Verfassungsblog (unanimità in politica estera e caso ungherese); Servizio Ricerca del Parlamento Europeo (passerelle e voto a maggioranza qualificata). — Iran, Hormuz e Medio Oriente: Il Post, Ansa, Sky TG24, Vatican News (28 febbraio 2026); EU Insider (giugno 2026); Wikipedia ("Assassination of Ali Khamenei"; "Islamabad Memorandum"; "2026 Strait of Hormuz campaign"); IARI; Today.it; Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite su Gaza (16 settembre 2025); Corte internazionale di giustizia; Corte penale internazionale. — Dazi, Corte Suprema e criptovalute: Corte Suprema degli Stati Uniti, sentenze del 20 febbraio 2026 (Learning Resources v. Trump; Trump v. V.O.S. Selections); Corte del commercio internazionale, 7 maggio 2026 (Section 122, Trade Act 1974); analisi Nansen sul token $TRUMP; dichiarazioni patrimoniali ufficiali del presidente degli Stati Uniti (2025). — ONU e Corte penale internazionale: Internazionale (febbraio 2025); Panorama (luglio 2026); Treccani; Il Post (tagli ai finanziamenti ONU, dicembre 2025 e maggio 2026); Radio Città Aperta (ritiro da 66 organizzazioni internazionali, gennaio 2026). — Canada: MilanoFinanza (discorso di Mark Carney a Davos, gennaio 2026); Il Post e Il Fatto Quotidiano (rottura dei negoziati commerciali, agosto 2026); Reuters (boicottaggio dei prodotti statunitensi, settembre 2026); Time (sondaggio Build Canada); Wikipedia ("2025-2026 Canadian boycott of the United States"). — Taiwan e tecnologia: Bloomberg Economics (febbraio 2026); Synergy Research Group (mercato cloud); Chatham House (aprile 2026); Commissione europea (Chips Act 2.0, 3 giugno 2026); Commissione europea ed ESA (IRIS²). — Alimentare: Istat, Coldiretti, Agriregionieuropa; Il Post e Monetaweb (2025-2026). — Difesa e NATO: Servizio Ricerca del Parlamento Europeo, «Cost of Non-Europe in defence» (2024); Agenzia europea per la difesa (dati 2024-2025); Consilium ("EU defence in numbers"); Munich Security Report 2017 e Commissione europea (rapporto 178 contro 30 sistemi d'arma); dichiarazioni di Donald Trump sull'Articolo 5 e sul vertice NATO dell'Aja (giugno 2025); discorso di Emmanuel Macron all'Île Longue (marzo 2026); EEAS (EU Rapid Deployment Capacity, maggio 2025). — Le Quattro Giornate di Napoli e la liberazione dell'Europa orientale: Linkiesta; Vesuviolive; Una donna al giorno; Napolitan; Corriere dell'Irpinia; SulSud; Schizzariello.com (sul ruolo delle donne e dei femminielli nell'insurrezione del settembre 1943); ricostruzione storica standard sull'avanzata dell'Armata Rossa in Europa centro-orientale e sulla liberazione di Auschwitz (gennaio 1945). — Sondaggi sull'autonomia strategica: Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR). — Finanza: Banca Centrale Europea (pagamenti; dichiarazioni di Lagarde e Cipollone). — Epistocrazia e selezione politica: Jason Brennan, Against Democracy (Princeton University Press, 2016); Alex Guerrero (proposte di lottocrazia e sorteggio); Michael Sandel, La tirannia del merito (2020); Daniel Markovits, The Meritocracy Trap (2019); Truenumbers e Istat (titoli di studio dei parlamentari italiani). — Groenlandia: Il Fatto Quotidiano, Sky TG24, Ansa, Euronews (gennaio 2026, minaccia dazi); Eunews, Dire, Teleborsa, Quotidiano Nazionale, Key4biz (settembre 2026, partenariato UE-Groenlandia).
Voce Stima minima (mld €/anno) Stima massima (mld €/anno) Nota Forze armate e dispiegamento truppe 11,2 45,3 — Appalti fra Stati membri UE 3,2 3,2 Fino al 35% di acquisti in comune Appalti coordinati con paesi terzi 1,5 3 — Ricerca su tecnologie emergenti 0,8 0,8 — Totale 18 57 Valutazioni precedenti: circa 118 mld
Scenario di consolidamento Risparmio stimato Due Stati membri che acquistano insieme -9% Tre Stati membri che acquistano insieme -14% Un solo modello sviluppato invece di tre (costo di ricerca per unità) da -41% a -83%
Settore Dipendenza principale Effetto concreto Rischio politico Difesa NATO / USA Autonomia operativa limitata; armamenti americani crescenti Impossibile agire senza il consenso di Washington Energia GNL USA (~63% nel primo trimestre 2026); Turnberry: 750 miliardi entro il 2028 Cambio di fornitore, non di dipendenza; costi più alti per famiglie e imprese Nuova esposizione a pressioni USA; contraddizione con gli obiettivi climatici Semiconduttori TSMC / Taiwan (oltre il 90% dei chip logici avanzati) Fragilità dell'intera filiera digitale e manifatturiera Blocco produttivo generale in caso di crisi nello Stretto di Taiwan Cloud Amazon, Microsoft, Google (oltre il 70% del mercato europeo; fornitori europei sotto il 15%) Dati europei su server soggetti a giurisdizione americana Perdita di sovranità sui dati; extraterritorialità normativa USA Pagamenti Visa e Mastercard (circa due terzi dei pagamenti con carta nell'area euro; 13 Paesi su 21 senza circuito nazionale) Gran parte delle transazioni al dettaglio passa per infrastrutture americane Esposizione a sanzioni extraterritoriali; perdita di sovranità finanziaria Materie prime critiche Cina (terre rare, litio raffinato, cobalto) Filiere della transizione energetica e digitale esposte Ricatto commerciale; blocco delle forniture strategiche Farmaceutica Cina e India per i principi attivi (~60-80% della produzione globale) Nessuna filiera europea per generici e salvavita Blocco delle forniture in caso di crisi; già visto in pandemia Intelligenza artificiale USA (OpenAI, Google, Meta, Anthropic) per i modelli fondazionali Nessun modello europeo competitivo su scala industriale Dipendenza cognitiva; dati europei elaborati fuori dalla UE Spazio e lanci SpaceX per i lanci; Starlink per la connettività Ariane 6 operativo ma con capacità limitata; IRIS² non pienamente operativa prima del 2030 Infrastruttura critica in mano a un privato americano senza obblighi verso l'UE Cavi sottomarini Operatori USA per la capacità di trasmissione Quasi tutta la connettività intercontinentale su infrastrutture americane Rischio di continuità del servizio; giurisdizione extraterritoriale USA Cibo e fertilizzanti Russia per i fertilizzanti azotati; Ucraina e Mar Nero per i cereali; Bielorussia per il potassio Produzione agricola interna erosa da norme PAC asimmetriche; Italia da esportatrice a importatrice netta Dipendenza alimentare indotta dall'interno; shock esterni amplificati Cybersicurezza USA e Israele per la protezione delle infrastrutture critiche Nessuna filiera europea nella sicurezza informatica strategica Dipendenza da fornitori esterni per le infrastrutture più sensibili Sette aree di intervento: misure concrete, non dichiarazioni
1. Governance: superare il blocco decisionale
2. Difesa: capacità proprie, non delega permanente
3. Energia: indipendenza reale, non cambio di padrone
4. Tecnologia: infrastrutture proprie o dipendenza permanente
5. Industria e commercio: il mercato come strumento politico
6. Finanze pubbliche: la capacità di spendere insieme
7. Cultura politica: Costruire una cultura dell’autonomia europea
Conto alla rovescia su Taiwan
