InchiestaViolenza di genereControllo coercitivoFemminicidio

Le Tappe del Femminicidio Genesi del Controllo Coercitivo e Interventi di Prevenzione

Un’inchiesta sulle radici culturali della violenza di genere, sui meccanismi attraverso cui il controllo prende forma e sulle responsabilità di un sistema che troppo spesso interviene quando è già troppo tardi. Circa 200 testimonianze, un’analisi dei comportamenti ricorrenti e le proposte per interrompere la spirale della violenza.

di Roberta Limone

Abstract

La violenza nelle relazioni intime non inizia quasi mai con l'aggressione fisica. Il suo primo bersaglio è la libertà della partner. Il controllo si installa per gradi, dentro un legame che lei vive come amore, e si propone come cura, gelosia, protezione: investe le frequentazioni, gli spostamenti, il denaro, le scelte. Quando compare la violenza fisica, l'autonomia della donna è già compromessa e la sua rete di sostegno già erosa. Nelle sue manifestazioni più estreme, questo medesimo percorso conduce al femminicidio, un esito i cui segnali precursori sono ormai ampiamente riconosciuti e documentati.

Nelle storie raccolte, anche quando biografie e contesti sono molto diversi, si reitera lo stesso copione: il controllo e la coercizione sulla partner si rafforzano attraverso tappe incredibilmente simili e affini. 

La letteratura non individua un profilo psicopatologico unico degli autori di violenza. Per questo la ricerca si concentra sull'identificazione di condotte sistematiche, sulle asimmetrie di potere e sui fattori culturali che legittimano il dominio. La domanda centrale è: perché alcuni uomini percepiscono l'autodeterminazione della partner come una minaccia alla propria identità, fino a volerla contrastare a ogni costo?

Dall'analisi emergono tre pattern idealtipici, qui definiti per fini euristici attraverso tre figure mitologiche: Giasone (usurpazione parassitaria), in cui l'uomo si appropria progressivamente delle risorse e sfrutta le competenze della partner; Fetonte (costruzione performativa dello status), dove la relazione è strumentale al sostegno dell'immagine e del prestigio maschile; Ade (confinamento progressivo e sequestro psicologico), in cui l'uomo isola gradualmente la partner fino a rendere la relazione il suo unico ed esclusivo riferimento. Tali figure hanno valenza puramente interpretativa e non integrano categorie diagnostiche.

L’obiettivo è decostruire e riconfigurare la fase che precede la violenza esplicita, indagando i meccanismi attraverso cui il controllo coercitivo si sedimenta e si normalizza nelle strutture cognitive di entrambi gli attori della diade. L’orizzonte euristico si sposta così sull’intercettazione precoce di queste configurazioni relazionali, al fine di promuovere una maggiore consapevolezza delle dinamiche affettive e di mettere a fuoco i meccanismi che orientano l’attrazione verso soggetti disfunzionali. Mappare tempestivamente questi indicatori sentinella significa individuare gli snodi in cui la prevenzione può ancora interrompere l’escalation prima dell’esito irreparabile.

1. Introduzione: la violenza di genere come prodotto culturale

La violenza all'interno delle relazioni intime non coincide necessariamente con l'aggressione fisica. Può assumere la forma di un controllo esercitato nel tempo attraverso manipolazione, isolamento,  sorveglianza, svalutazione,  controllo delle relazioni sociali, degli spostamenti e delle risorse economiche. Queste condotte riducono progressivamente l'autonomia della persona che le subisce. In altri casi possono accompagnarsi a violenza fisica o sessuale e, nelle situazioni più gravi, inserirsi in una traiettoria che arriva fino all'uccisione.

Nel 2023, quando questa ricerca è iniziata, l'obiettivo era indagare il gender pay-gap attraverso le esperienze di donne professioniste. Nel corso delle interviste è emerso qualcosa di imprevisto: molte donne hanno parlato di molestie e intimidazioni sul posto di lavoro, e da lì il racconto si è naturalmente esteso alla sfera privata, rivelando esperienze di controllo, isolamento e interferenze nelle scelte personali all'interno delle relazioni intime.Questo slittamento ha ridefinito l’oggetto della ricerca. Non si trattava più di comprendere il divario salariale tra uomini e donne, ma di indagare che cosa accade quando il potere esercitato nelle relazioni prossime si trasforma in abuso e inizia a erodere progressivamente l’autonomia della partner.  I dati raccolti smentiscono radicalmente la narrativa sociale dominante, che tende a collocare la minaccia all’esterno, in una dimensione aliena o estranea. L’inchiesta mostra, al contrario, come il rischio di abuso si concentri proprio nei luoghi della massima prossimità: nella coppia, in famiglia, tra le amicizie e sul posto di lavoro. La domanda diventa allora: perché, per molti uomini, l’autonomia della donna può fare paura fino ad attivare il bisogno di contrastarla? E che cosa accade quando il rifiuto di sottomettersi a questo controllo viene vissuto come una perdita di potere intollerabile?

Sebbene la clinica evidenzi un’associazione tra comportamenti coercitivi e alcuni disturbi della personalità — in particolare quelli di matrice narcisistica, antisociale o paranoide — non esiste una corrispondenza clinica né un profilo psicopatologico univoco. La letteratura scientifica di riferimento (Stark, Jacobson & Gottman, Dutton) mostra inoltre come ricondurre il fenomeno alla diagnosi individuale rischi di depotenziarne la comprensione strutturale. Per questa ragione, il presente lavoro si ancora ai dati empirici e all’analisi delle dinamiche relazionali: se la patologia individuale non costituisce il punto di partenza, diventa fondamentale esaminare la ricorsività dei comportamenti abusivi, le asimmetrie di potere che li attraversano e le cornici culturali che ne favoriscono la riproduzione.

Profili fenomenologici e indicatori cumulativi di rischio: metodo e campione

Tra il 2023 e il 2025 sono state raccolte circa 200 testimonianze attraverso interviste in profondità con donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni. L’approccio metodologico ha escluso questionari strutturati, lasciando alle partecipanti lo spazio per raccontare le proprie esperienze e ricostruire episodi, condotte e dinamiche relazionali nel loro svolgimento concreto. Questo metodo ha permesso di osservare non singoli eventi isolati, ma le traiettorie che li precedono e l’evoluzione del legame nel tempo.

Dall’analisi qualitativa sono emersi schemi ricorrenti: controllo degli spostamenti e delle relazioni interpersonali, sorveglianza dei canali comunicativi, ostacoli sistematici all’accesso alle risorse economiche e al lavoro, svalutazione cronica delle competenze, progressivo sradicamento dalla rete affettiva e sociale. Nonostante la varietà dei contesti e delle biografie, le condotte maltrattanti hanno mostrato una costante ricorrenza di elementi strutturali condivisi.

1.1. Modelli del ciclo relazionale ricorrente: i tre pattern

Dalle testimonianze emergono configurazioni ricorrenti di condotte abusive, diverse per frequenza, intensità e gravità. Un elemento ritorna in numerose narrazioni: la consapevolezza, maturata quasi sempre a posteriori, che quegli schemi non riguardavano soltanto l’ultimo rapporto. Si erano ripresentati, con caratteristiche analoghe, in legami precedenti e, in alcuni casi, nella storia familiare.

L’indagine ha individuato tre  modelli euristici  — Giasone, Fetonte e Ade — che descrivono tre distinte modalità attraverso cui il controllo coercitivo si struttura e si consolida. Come precisato nella nota metodologica, si tratta di configurazioni idealtipiche: strumenti di lettura delle dinamiche, privi di valore diagnostico e della rigidità propria dei profili psicologici.

Elemento trasversale e costante in tutti i profili emersi è una medesima logica di fondo: l’opportunismo relazionale. L’opportunista relazionale non è attratto dalla vulnerabilità della compagna, ma dall’opportunità di sfruttarne le risorse — autonomia, competenza professionale, disponibilità economica, empatia, bellezza, successo — e di strumentalizzarne le fragilità latenti, trasformandole progressivamente in leve di vantaggio personale e di dominio. In chiave idealtipica, l’opportunismo relazionale consiste nella tendenza sistematica a convertire le qualità e il capitale materiale o psicologico della partner in strumenti di controllo, sfruttamento e stabilizzazione della propria autostima. Ciò che all’inizio favorisce l’ancoraggio affettivo diventa, nel tempo, il terreno stesso su cui si esercitano svalutazione e coercizione.

Nella fase iniziale del legame, gli elementi sono sovrapponibili, indipendentemente dal pattern che si affermerà in seguito: idealizzazione della partner, intensa sintonizzazione affettiva, apparente condivisione del suo sistema di valori. Lo studio di Lesiak e Gelsthorpe (2025) utilizza l’espressione two-faced soulmate per descrivere questa dinamica, in cui una devozione iperbolica si accompagna a condotte di love bombing. Questi elementi acquistano rilevanza analitica solo se letti nella sequenza diacronica dei comportamenti successivi. Con il consolidarsi del vincolo emergono forme più esplicite di controllo. Tra queste assume un ruolo centrale l’abuso economico, che si manifesta attraverso il controllo delle risorse, il sabotaggio dell’autonomia finanziaria o l’utilizzo delle disponibilità materiali della partner a esclusivo vantaggio del partner. La Scale of Economic Abuse (Adams et al., 2008) distingue queste dimensioni nelle macro-categorie del controllo, del sabotaggio e dello sfruttamento economico.

È dentro questa progressione che le testimonianze permettono di isolare i tre modelli prevalenti. Giasone descrive una dinamica di sfruttamento parassitario: le competenze e le risorse della partner vengono assorbite fino a ridurla progressivamente alla loro funzione strumentale. Fetonte si articola attorno alla subordinazione dell’autonomia della partner alla necessità di preservare l’immagine e lo status dell’uomo, con reazioni esplosive quando quella rappresentazione di grandezza viene minacciata. Ade definisce una dinamica in cui il controllo restringe metodicamente gli spazi di movimento, le relazioni e la rete affettiva della partner, conducendola quasi impercettibilmente verso l’isolamento.

Pattern 1

1.1.1. Giasone — Usurpazione parassitaria

Circa il 60% dei casi — la configurazione più diffusa e la più difficile da intercettare

Nella tragedia Medea di Euripide, Giasone deve parte della propria fortuna a Medea, che per seguirlo ha abbandonato la patria e la famiglia e, grazie alle proprie conoscenze e capacità, lo ha aiutato a conquistare il Vello d’oro e a costruire la sua nuova vita. Quando però Giasone decide di lasciarla per sposare la figlia di Creonte, la scelta non viene presentata come un tradimento dell’impegno preso con Medea, ma come una decisione conveniente e razionale: quel matrimonio gli offre una posizione sociale migliore e, secondo la sua stessa giustificazione, porterà vantaggi anche alla famiglia. In questo modo, tutto ciò che Medea ha fatto e sacrificato per lui viene progressivamente ridimensionato: ciò che era stato indispensabile alla sua ascesa diventa un contributo che Giasone non riconosce più.

È proprio questa dinamica a fornire la chiave narrativa del pattern di usurpazione parassitaria: la partner viene valorizzata per ciò che può offrire, mentre qualità, competenze, energie e risorse vengono progressivamente messe al servizio delle necessità dell’altro. Ciò che inizialmente appare come disponibilità o collaborazione può trasformarsi in una pretesa, fino a rendere l’apporto della partner qualcosa di dato per acquisito. L’usurpazione assume una dimensione abusiva quando questo squilibrio si consolida e le risorse dell’altra persona vengono sistematicamente sfruttate a scapito della sua autonomia. Nelle testimonianze, il meccanismo emerge soprattutto attraverso la saturazione: gli uomini descritti finiscono per scaricare sulla partner una quota crescente delle responsabilità pratiche ed emotive, affidandole la soluzione dei problemi, l’organizzazione della vita familiare e, in alcuni casi, anche il sostegno economico o professionale. Le sue competenze, il suo tempo, le sue energie e le sue relazioni diventano risorse di cui il partner beneficia senza una reciprocità equivalente. Quando la donna rivendica il proprio spazio o smette di rendersi disponibile, può comparire la svalutazione di quelle stesse qualità che in precedenza erano state apprezzate.

È questa progressione a rendere il Pattern di usurpazione parassitaria particolarmente difficile da riconoscere. L’abuso non si presenta necessariamente attraverso un comportamento apertamente aggressivo, ma può svilupparsi attraverso una lunga successione di richieste, deleghe e appropriazioni che trasferiscono progressivamente sulla donna il peso della relazione. Il risultato è un rapporto nel quale l’uomo trae vantaggio crescente dalle risorse della partner, mentre la sua autonomia e la reciprocità si riducono.

Le testimonianze mettono inoltre in discussione uno degli stereotipi più radicati sulla violenza nelle relazioni intime: quello secondo cui la donna abusata sarebbe necessariamente fragile, dipendente o socialmente vulnerabile e l’uomo abusante facilmente riconoscibile come persona marginale o disfunzionale. Molte delle donne intervistate sono invece autonome, istruite, empatiche e professionalmente attive, abituate a sostenere responsabilità complesse. Gli uomini che le abusano possono, allo stesso tempo, apparire all’esterno perfettamente integrati, credibili e affidabili. È proprio questa distanza tra l’immagine pubblica dell’uomo e il comportamento che esercita nella relazione a contribuire all’invisibilità dell’abuso.

Nel materiale raccolto ricorre una dinamica nella quale uomini che mostrano inizialmente un forte interesse per l’autonomia, la competenza, la disponibilità emotiva e la capacità organizzativa della partner finiscono per utilizzare quelle stesse qualità a proprio vantaggio. Non si tratta di affermare che queste donne siano state scelte consapevolmente come “risorse”: ciò che emerge è il passaggio dalla valorizzazione iniziale allo sfruttamento sistematico. L’uomo delega, assorbe e beneficia; la donna assume progressivamente un numero sempre maggiore di compiti fino a ritrovarsi sovraccarica e con sempre meno spazio per sé.

Anche l’inizio della relazione può contribuire a nascondere questa evoluzione. In alcune testimonianze compare una fase di intensa attenzione, idealizzazione e coinvolgimento accelerato, talvolta riconducibile al love bombing. L’affetto iniziale può apparire straordinariamente intenso proprio mentre si costruisce un legame nel quale la donna investe rapidamente fiducia, tempo ed energie. È nelle fasi successive che possono emergere le condotte di controllo e sfruttamento che definiscono il pattern.

Una delle testimonianze raccolte permette di osservare concretamente questa trasformazione: dall’interesse iniziale per le qualità della donna alla progressiva appropriazione del suo tempo, delle sue competenze e delle sue risorse.

«Il corteggiamento si era protratto per circa quindici mesi nel contesto lavorativo, attraverso condotte reiterate di presenza, complimenti e attenzioni. Fin dalle prime interazioni avevo avuto la sensazione che lui fosse un uomo molto materialista, superficiale, con tratti di grandiosità e prigioniero di proiezioni di status. Per queste ragioni avevo a lungo, seppur garbatamente, rifiutato le sue attenzioni. Questa mia posizione venne da lui rimbrottata come un mio pregiudizio nei suoi confronti. Nelle interazioni successive iniziò gradualmente a introdurre elementi autobiografici che solo due anni dopo avrei scoperto essere totalmente inventati — “i sei mesi vissuti in un monastero tibetano, una storia di deprivazione affettiva dall'infanzia all'adolescenza” — insieme ad altri racconti funzionali a ridefinire la propria immagine in termini più compatibili e allineati con il mio sistema di valori. Solo a posteriori mi sono resa conto che, grazie a questa sua strategia, la mia resistenza iniziale nei suoi confronti si era attenuata; e non per la sua insistenza, ma per la costruzione di quella narrazione di fragilità che aveva attivato in me un senso di colpa per quelli che percepivo come miei “preconcetti” nei suoi confronti, e anche perché aveva indotto in me una forma di responsabilità protettiva verso la vulnerabilità da lui esposta.»

La testimonianza mostra un meccanismo preciso: l'uomo modifica progressivamente la rappresentazione di sé per attenuare le resistenze della donna e presentarsi come più vicino ai suoi valori. Il dato rilevante non è stabilire quanto quella rappresentazione fosse autentica, ma osservare l'effetto che produce nella relazione: la donna, inizialmente diffidente, finisce per riconsiderare il proprio giudizio e ad assumere nei suoi confronti una posizione di comprensione e protezione. Nello studio di Lesiak e Gelsthorpe (2025), condotto su donne con esperienze di abuso ripetuto, emerge analogamente l'importanza della discrepanza tra l'immagine iniziale dell'uomo e il comportamento che diventa riconoscibile nel corso della relazione.

Nelle testimonianze raccolte, una volta consolidato il legame, il rapporto può assumere una struttura diversa: l'uomo trasferisce progressivamente sulla compagna una quota crescente delle responsabilità pratiche, organizzative ed emotive. Lei finisce per occuparsi di ciò che riguarda la vita quotidiana, risolvere problemi, gestire incombenze, sostenere il partner nelle difficoltà e, in alcuni casi, contribuire anche al suo percorso economico o professionale. Quello che all'inizio può apparire come collaborazione si trasforma così in un rapporto nel quale il carico diventa sempre più asimmetrico.

La gradualità è parte del meccanismo. Ogni singolo passaggio può apparire gestibile o persino normale; è la loro somma a modificare l'equilibrio della relazione. La donna mette a disposizione tempo, energie, competenze e capacità organizzative sempre maggiori, mentre l'uomo ne beneficia senza assumere una quota equivalente di responsabilità. Il sovraccarico può estendersi alla dimensione emotiva, cognitiva, economica e sociale, fino a restringere progressivamente lo spazio che la donna conserva per sé. La letteratura sul lavoro emotivo e, soprattutto, quella sulla carica mentale hanno documentato da tempo il peso invisibile della gestione simultanea di responsabilità diverse, mostrando come organizzazione, pianificazione e coordinamento costituiscano a loro volta un lavoro. Haicault, nel 1984, descriveva proprio la tensione prodotta dalla gestione intrecciata del lavoro professionale e di quello domestico.

Nel Pattern di usurpazione parassitaria, tuttavia, il problema non è semplicemente che la donna “fa troppo”. È che l'uomo trae progressivamente vantaggio da ciò che lei è in grado di fare, fino a considerarlo parte della normale disponibilità della partner. Il confine diventa evidente quando lei prova a sottrarsi a questa funzione: riduce il proprio contributo, chiede reciprocità, rivendica tempo per sé o rifiuta nuove richieste. È allora che, nelle testimonianze, può comparire la svalutazione di quelle stesse qualità che l'uomo aveva inizialmente apprezzato.

Nella testimonianza richiamata, la relazione era cominciata rapidamente proprio a partire da quelle «rivelazioni». Durante la prima fase della convivenza, il partner aveva garantito la quota prevalente del sostegno economico e partecipato alle attività domestiche in modo apparentemente collaborativo, in linea con il principio di reciprocità che la testimone aveva posto come condizione della relazione. La trasformazione era arrivata con l’aumento significativo del reddito di lei: progressivamente, il partner aveva trasferito sulla compagna l’intero carico economico, giustificando la scelta con la necessità di accumulare risorse per un futuro acquisto immobiliare comune. Parallelamente, la sua partecipazione alla gestione domestica si era ridotta fino quasi ad annullarsi, mentre aumentavano parallelamente anche le richieste di rassicurazione, sostegno e regolazione emotiva. Il carico complessivo — lavorativo, economico, domestico ed emotivo — si era così concentrato progressivamente sulla donna, mentre la reciprocità si riduceva su ogni piano. La formula con cui molte intervistate descrivono questa condizione ricorre nelle testimonianze con tale frequenza da diventare essa stessa un elemento ricorrente del quadro osservato: «era un adulto a cui dovevo fare da moglie, madre, badante, infermiera, segretaria».

Un comportamento che ricorre nelle testimonianze è quello descritto in letteratura come weaponized incompetence: l'incapacità viene manifestata selettivamente nei compiti che possono essere scaricati sulla partner, mentre le capacità riemergono quando sono funzionali ai propri interessi. Nel caso descritto, l'uomo che si sottraeva alla gestione della casa e lasciava alla compagna la maggior parte delle incombenze quotidiane era tutt'altro che incapace di organizzare e gestire questioni complesse. Quando entravano in gioco i propri interessi economici, era in grado di informarsi, fare valutazioni, elaborare i calcoli fiscali e individuare la soluzione più vantaggiosa per sé. Il contrasto è significativo: la competenza non mancava; veniva esercitata selettivamente, mentre l'incompetenza riguardava soprattutto ciò che poteva essere delegato alla partner. È proprio questa selettività a rendere il comportamento uno strumento efficace per trasferire sugli altri il lavoro e le responsabilità, conservando per sé le decisioni e i vantaggi.

Quando l’acquisto della casa si avvicinava, il partner aveva chiesto alla compagna di sostenere un ulteriore impegno economico, pretendendo però che l’immobile fosse intestato esclusivamente a lui. La donna aveva posto una condizione elementare: avrebbe contribuito all’acquisto solo se la proprietà fosse stata intestata a entrambi. Dopo un ultimo tentativo di persuasione, l’uomo aveva interrotto la relazione nel giro di pochi giorni. Per anni l’asimmetria aveva potuto consolidarsi senza mettere in discussione la continuità del rapporto; la rottura era arrivata quando la donna aveva posto un limite alla propria disponibilità economica e chiesto che il proprio contributo fosse accompagnato da un diritto equivalente sulla proprietà. Nella testimonianza, questo passaggio rende particolarmente evidente quanto la disponibilità della donna a sostenere il partner fosse diventata parte dell’equilibrio stesso della relazione.

Io non restavo per quello che era diventato, ma per quello che era sembrato essere e ancora mi illudevo che potesse tornare.

Questa frase restituisce con particolare chiarezza uno dei meccanismi che possono contribuire al trauma bonding: la permanenza del legame attraverso l’alternanza tra l’esperienza negativa del presente e l’aspettativa che possa tornare la persona conosciuta all’inizio. La donna può riconoscere il comportamento dell’uomo per quello che è diventato e, allo stesso tempo, continuare a confrontarlo con la persona che aveva conosciuto e con la relazione che aveva creduto di costruire. L’investimento affettivo maturato nella fase iniziale alimenta così la speranza di un ritorno a quella configurazione originaria. Non è necessariamente la mancata percezione della realtà a mantenere il legame: può essere proprio la distanza tra ciò che l’uomo è diventato e ciò che era sembrato essere a mantenere viva l’aspettativa che possa tornare quello di prima.

Questa dimensione soggettiva, che opera sul piano dell’attaccamento, convive nelle narrazioni con una dimensione materiale ricorrente, documentata dalla letteratura sul controllo coercitivo e sull’abuso economico. Nelle testimonianze, l’abuso economico si manifesta attraverso forme di controllo, sabotaggio e sfruttamento, le tre dimensioni individuate dalla Scale of Economic Abuse (Adams et al., 2008). Nel campione analizzato, circa il 30% delle donne riferisce episodi riconducibili al sabotaggio occupazionale, mentre in circa il 60% emerge lo sfruttamento sistematico delle proprie risorse. Le due dimensioni — quella dell’attaccamento e quella economica — finiscono così per convergere in una configurazione nella quale la donna sostiene una quota largamente prevalente del funzionamento della relazione, sul piano emotivo, materiale e organizzativo.

Il termine «mantenuto», utilizzato spontaneamente da diverse partecipanti, descrive proprio questa condizione: non una valutazione della persona, ma una relazione il cui funzionamento quotidiano viene sostenuto in misura prevalente o esclusiva dalla donna, mentre l’uomo beneficia delle risorse che lei mette a disposizione.

Un ulteriore elemento ricorrente riguarda il momento dell’interruzione del legame e la successiva percezione di sicurezza. Nelle testimonianze analizzate, nessuna delle intervistate riferisce di aver raggiunto una condizione stabile di sicurezza attraverso una riduzione graduale del contatto, una negoziazione a distanza o il mantenimento di canali comunicativi residuali. Al contrario, le narrazioni descrivono come maggiormente efficace, sul piano soggettivo, l’interruzione completa dei contatti, accompagnata, quando necessario, dalla modifica dei recapiti telefonici e degli account digitali e, in alcuni casi, dal trasferimento fisico. Retrospettivamente, queste misure vengono associate alla possibilità di ristabilire i propri confini personali e ridurre l’esposizione alle condotte dell’uomo.

Si tratta di un dato interno al campione e non di una dimostrazione che l’interruzione totale del contatto costituisca una strategia universalmente necessaria o sufficiente. La ricorrenza di questo esito, tuttavia, merita attenzione: nelle esperienze raccolte, la distanza non appare soltanto come conseguenza della fine della relazione, ma come una condizione attraverso cui molte donne hanno potuto recuperare progressivamente uno spazio di autonomia e sicurezza.

Pattern 2

1.1.2. Fetonte — Costruzione performativa dello status

Circa il 30% dei casi — la relazione come dispositivo di conferma identitaria

Nelle Metamorfosi di Ovidio, il giovane Fetonte non esita a sfidare le leggi del mondo pur di dimostrare la propria origine divina. Recatosi dal padre Apollo, il dio del Sole, esige un segno incontestabile di riconoscimento pubblico: guidare per un giorno il carro solare attraverso la volta celeste. Pur ammonito sui rischi fatali e sulla propria evidente inadeguatezza, Fetonte rifiuta il limite e pretende quel privilegio spettacolare. Non appena impugna le redini, tuttavia, la sua reale incompetenza emerge drammaticamente: perde il controllo dei cavalli focosi e il carro sbanda vistosamente, avvicinandosi troppo alla Terra fino a bruciare foreste e intere città. Per arrestare la devastazione collettiva provocata da quella folle esibizione di onnipotenza, Zeus è costretto a colpirlo con una folgore, facendolo precipitare rovinosamente. Questo pattern condivide con il precedente la struttura della fase di ancoraggio, ma se ne distingue per il criterio di selezione della partner e per la funzione che la relazione deve svolgere. Questo profilo cerca una partner funzionale alla costruzione e al mantenimento di un'immagine pubblica: esteticamente desiderabile, socialmente competitiva, capace di generare riconoscimento e invidia. La letteratura empirica sui tratti della Dark Triad documenta la dinamica con coerenza: individui con elevati tratti di grandiosità tendono a scegliere partner attraenti e inclini a restituire ammirazione piuttosto che intimità, e usano la relazione come strumento di potenziamento identitario (Campbell, 1999; Seidman et al., 2019).

È precisamente questa parabola a fornire la chiave narrativa del Pattern di costruzione performativa dello status: la partner non viene cercata per costruire una reale intimità, ma per svolgere una precisa funzione esibizionistica ed estetica, utile a confermare e nutrire l'immagine pubblica e la grandiosità del soggetto. La relazione si trasforma così in una sorta di "carro del Sole", un dispositivo performativo orientato a produrre riconoscimento sociale, ammirazione e invidia collettiva. L'investimento e l'apparente valorizzazione iniziale non sono rivolti alla donna come persona autonoma, ma a ciò che lei riflette in termini di prestigio, presentabilità e status riflesso.

Nelle testimonianze, il meccanismo si svela attraverso un netto sdoppiamento tra lo spazio pubblico e quello privato. Nei contesti sociali la partner viene lusingata, esibita come una conquista straordinaria e investita di una visibilità intensa, che la spinge a interpretare quella spettacolare attenzione come amore. Nello spazio domestico, tuttavia, l'emergere di una qualsiasi forma di soggettività autonoma, successo professionale o indipendenza della donna viene percepito come un insulto e una minaccia al controllo del partner. Compaiono allora svalutazioni sistematiche, critiche stilistiche e ritorsioni, tese a ridimensionare la vittima e ad allinearla progressivamente a un'immagine interamente progettata e gestita dall'uomo.

Questa dinamica rende il pattern profondamente distruttivo. Come nel mito la sete di affermazione di Fetonte finisce per consumare e incendiare l'ambiente circostante, così la ricerca di grandiosità del soggetto lacera l'autonomia e le risorse emotive di chi gli sta vicino. Il rifiuto o il tentativo della compagna di sottrarsi a questo ruolo di accessorio funzionale non vengono elaborati come passaggi relazionali, ma come ferite narcisistiche insanabili, capaci di innescare violente campagne di distruzione reputazionale, controllo intrusivo o escalation coercitive che preludono al crollo definitivo del legame. Nelle testimonianze emergono spesso configurazioni ibride, in cui la partner viene investita simultaneamente di più funzioni: valorizzazione simbolica e, insieme, gestione materiale, organizzativa, emotiva ed economica della relazione. La funzione di specchio grandioso e quella di sostegno funzionale non si escludono; coesistono dentro la stessa dinamica coercitiva.

La fase di aggancio ha qui una qualità spettacolare difficile da replicare. Il partner investe energie notevoli nella costruzione dell'immagine pubblica della coppia: ristoranti, eventi, regali, presentazioni sociali, tutto orientato a produrre riconoscimento collettivo. La donna sperimenta una visibilità intensa e una forma di valorizzazione che interpreta, comprensibilmente, come amore. Il registro è quello dell'ammirazione: lei è «straordinaria», «diversa da tutte le altre», «l'unica». Il problema strutturale — che emerge solo dopo — è che il soggetto di quelle dichiarazioni non è lei come persona, ma lei come riflesso di ciò che lui vuole apparire.

Una delle testimonianze raccolte restituisce con particolare chiarezza il contrasto tra valorizzazione pubblica e svalutazione privata che caratterizza questo pattern:

«Mi ero accorta, circa sei mesi dopo l’inizio della relazione, che i complimenti che ricevevo riguardavano quasi esclusivamente il modo in cui apparivo e mi comportavo nei contesti pubblici — come mi vestivo a una cena, come mi comportavo a un’inaugurazione — e quasi mai quello che pensavo, producevo o desideravo nella vita privata. In pubblico venivo costantemente lusingata — almeno nella fase iniziale — ed esibita come una donna “eccezionale”, mentre nello spazio domestico qualsiasi elemento che riguardasse la mia autonomia o il mio riconoscimento personale sembrava produrre fastidio, tensione o ostilità latente. Quando ottenni un avanzamento di carriera importante, la sua reazione privata fu fredda e immediatamente centrata non sul mio successo, ma sulle conseguenze che questo avrebbe avuto su di lui e sulla relazione: iniziò a insinuare che stessi cambiando, che stessi diventando distante, che il mio lavoro mi stesse rendendo “arrogante”, “superba” o emotivamente meno disponibile. Nel giro di poche settimane comparvero osservazioni svalutanti apparentemente marginali — il tono con cui parlavo, il modo in cui mi vestivo, il fatto che stessi diventando “troppo presa da me stessa” — accompagnate però, nei contesti pubblici, da continui riferimenti orgogliosi ai miei risultati professionali e alla mia immagine sociale. Di fronte agli altri parlava dei miei successi come di qualcosa che apparteneva a “noi”; in privato, invece, tendeva a ridimensionarmi, denigrarmi e sovraccaricarmi progressivamente di responsabilità e richieste difficilmente sostenibili. Quegli stessi successi che all’esterno esibiva come motivo di prestigio sembravano trasformarsi, nello spazio domestico, in motivo di sospetto, competizione o riequilibrio punitivo. A posteriori ho avuto la sensazione molto precisa che la mia visibilità fosse tollerata finché restava funzionale alla sua immagine, ma diventasse problematica nel momento in cui rischiava di produrre una soggettività troppo autonoma. È lì che ho iniziato a sentirmi non una persona amata, ma un accessorio funzionale alla rappresentazione che voleva dare di sé.»

Non è un episodio isolato: le stesse dinamiche ricorrono con notevole coerenza nelle narrazioni riconducibili a questo pattern. In pubblico la partner viene valorizzata ed esibita come attributo di prestigio e status riflesso. In privato le stesse donne riferiscono svalutazione sistematica, critica, umiliazione, aggressività verbale o psicologica. Compaiono di frequente forme di gelosia possessiva e competitiva, che si accentuano proprio nei momenti di maggiore visibilità, autonomia o riconoscimento della partner e che, in una quota non marginale di casi, degenerano in aggressioni fisiche, scenate coercitive, controllo intrusivo o interferenze dirette nella vita professionale e personale.

Gli studi clinici documentano la compresenza strutturale di idealizzazione e svalutazione come ciclo ricorrente: la fase positiva serve a trattenere la partner nella relazione, quella negativa a regolare la percezione interna di superiorità (Day, 2022, Personality and Mental Health; Campbell & Foster, 2007). Le testimonianze confermano il doppio registro: «in privato sembrava che qualunque cosa facessi non fosse mai abbastanza, o fosse sbagliata, o fosse troppo»; «se avevo successo diventava freddo; se ero in difficoltà diventava crudele».

Il controllo dell’apparenza è una costante specifica di questo pattern. Non funziona come gelosia tradizionale, ma come gestione di un prodotto. I commenti riguardano l’abbigliamento scelto per eventi specifici, il taglio di capelli, il modo di presentarsi a determinate persone. Il registro non è il divieto esplicito ma la critica stilistica continua: «quella gonna è troppo sobria per una serata così», «perché non ti trucchi come quella volta?». L’effetto cumulativo è l’allineamento progressivo della donna all’immagine che lui ha progettato, e l’erosione corrispondente dell’autonomia estetica come espressione di sé.

Il rifiuto, qui, non viene mai elaborato come informazione relazionale, ma come ferita all’immagine di sé. I tratti di grandiosità si accompagnano a senso di superiorità e dominanza interpersonale, e qualsiasi riduzione del riconoscimento esterno — un’attenzione ricevuta da altri, una promozione non condivisa, la decisione di lasciare la relazione — viene percepita come insulto che richiede riparazione. La risposta non è necessariamente fisica: più spesso è orientata alla distruzione reputazionale. Diverse testimonianze descrivono campagne sistematiche di delegittimazione condotte dentro reti sociali condivise — «seminava il dubbio sulla mia stabilità emotiva tra i nostri amici comuni prima ancora che io avessi detto a qualcuno che volevamo separarci» — o fuori da esse, fino ai contesti lavorativi.

La dimensione economica assume una forma diversa rispetto al pattern precedente. Non è sfruttamento sistematico delle risorse materiali della partner, ma strumentalizzazione del suo reddito o del suo status come elementi di composizione dell’immagine pubblica condivisa. In alcuni casi il soggetto usa le risorse economiche della compagna per mantenere uno stile di vita che presenta pubblicamente come proprio; in altri, la sua sicurezza economica dipende strutturalmente dalla relazione, e questo rende la minaccia della separazione un innesco concreto di comportamenti ritorsivi e violenti.

In un sottoinsieme significativo di casi emerge l’uso di sostanze come amplificatore di dinamiche già presenti, con un passaggio più rapido dalla dimensione simbolica del controllo alla sua espressione esplicita (meta-etnografia, International Journal of Drug Policy, 2018). La cocaina, in particolare, abbassa la soglia di tolleranza alla frustrazione e amplifica la risposta alla percezione di umiliazione: due variabili già critiche in questo pattern in condizioni basali.

La posizione della partner resta vincolata alla funzione di rappresentazione che riesce a sostenere. Dentro un assetto grandioso, il valore attribuito a lei non deriva dalla qualità del legame ma dalla sua capacità di funzionare come segno di conferma identitaria e di status. La dimensione relazionale in senso pieno rimane secondaria rispetto a quella simbolica. La logica emerge con particolare evidenza nei momenti di vulnerabilità: in una delle testimonianze coincidevano con episodi concreti di malattia o difficoltà personale. In quei frangenti non si attivava una risposta di cura, ma un ritiro del supporto, fino all’abbandono esplicito e alla colpevolizzazione. Ridotta la funzionalità rappresentativa — perché lei non era temporaneamente in grado di sostenere il ruolo di figura efficiente, performante, disponibile e regolativa — si riduceva in parallelo l’investimento relazionale. La partner, non più utile alla conferma narcisistica, veniva trattata come elemento periferico o gravoso, e la struttura della relazione tornava rapidamente alla sua configurazione originaria: centrata sull’utilità, non sulla mutualità.

Pattern 3

1.1.3. Ade — Confinamento progressivo e sequestro psicologico

Tra il 5 e il 10% dei casi — il meno frequente e, nelle forme più estreme, tra i più letali

Nella mitologia classica, Ade, il signore degli inferi, pianifica il rapimento della giovane Persefone e la sottrae al mondo dei vivi nel momento in cui si trova lontana dalla madre Demetra, intenta a cogliere fiori in un prato. La terra si squarcia improvvisamente sotto i suoi piedi e Ade la trascina a forza nel suo regno sotterraneo: un mondo separato, invisibile ai vivi, nel quale le coordinate dell’esistenza precedente vengono bruscamente interrotte. Lì, per consolidare il sequestro e rendere più difficile il ritorno definitivo, il dio la induce a mangiare sei chicchi di melograno. Quel gesto, apparentemente minimo, istituisce un vincolo che modifica per sempre il rapporto di Persefone con i due mondi, condannandola a trascorrere parte dell’anno nel sottosuolo.

È questa trasformazione progressiva dell'appartenenza a offrire la chiave narrativa del pattern di confinamento progressivo e sequestro psicologico. La caratteristica dominante non è necessariamente la violenza immediata, ma la costruzione graduale di un ambiente nel quale lo spazio di autonomia della partner si restringe fino a rendere sempre più difficile l'accesso a relazioni, risorse, informazioni e punti di riferimento esterni. La relazione tende a diventare progressivamente il principale — e infine, nei casi più estremi, l'unico — luogo di appartenenza, sostegno e validazione.

Questo pattern richiede però di abbandonare una concezione troppo semplice della vulnerabilità. La vittima non è necessariamente una persona fragile, isolata o attraversata da una crisi al momento dell'incontro. Può essere, al contrario, una donna autonoma, competente, socialmente integrata e dotata di una solida capacità di relazione. Ciò che viene intercettato dal soggetto abusante può non essere una debolezza, ma una qualità: la capacità di ascoltare, comprendere l'altro, riconoscerne le difficoltà, offrire fiducia e concedere una seconda possibilità.

In questo senso, la vulnerabilità può essere relazionale prima ancora che individuale. L'empatia, la disponibilità alla cura e la tendenza a cercare le ragioni del comportamento altrui non sono difetti della donna; possono però essere riconosciute, sfruttate e progressivamente trasformate in strumenti di controllo da chi agisce secondo una logica predatoria. Una persona può quindi entrare nella relazione senza trovarsi in una condizione di particolare fragilità e diventare vulnerabile proprio attraverso la relazione.

La vulnerabilità, in questi casi, non precede necessariamente la relazione: può essere prodotta dalla relazione stessa, attraverso una progressiva alterazione delle condizioni nelle quali la persona esercita il proprio giudizio, mantiene i propri legami e prende decisioni. Eventuali periodi di transizione — un lutto, una separazione, un trasferimento, un cambiamento lavorativo o familiare — possono certamente aumentare l'esposizione, ma non costituiscono né una condizione necessaria né una responsabilità della vittima. Non esiste una personalità femminile «predisposta» all'abuso: esistono combinazioni relazionali e circostanze che possono essere sfruttate.

L'obiettivo del soggetto non è quindi semplicemente conquistare la partner, ma progressivamente trasformare la relazione in un sistema chiuso, nel quale la sua presenza diventa sempre più necessaria e le alternative sempre più difficili. Il confinamento può essere affettivo, sociale, economico, abitativo e informativo. Ogni legame esterno che sopravvive rappresenta infatti un possibile punto di confronto con una realtà diversa da quella imposta all'interno della coppia.

Anche la fase iniziale può distinguersi per una velocità di escalation affettiva inusuale: dichiarazioni d'amore nel giro di settimane, proposte di convivenza nel giro di mesi, progetti condivisi formulati prima che la conoscenza reciproca abbia avuto il tempo di consolidarsi. Un'accelerazione di questo tipo non costituisce, di per sé, una prova di manipolazione: assume però un significato diverso quando è accompagnata da pressione, invasione dei confini personali, richiesta di esclusività e progressiva sostituzione delle altre relazioni.

La funzione dell'accelerazione può essere quella di costituire il legame prima che la donna abbia il tempo di osservarlo con sufficiente distanza. La testimonianza raccolta nel corso della ricerca lo descrive con particolare precisione:

«Mi aveva conquistata con un’intensità che all’epoca avevo scambiato per passione. Retrospettivamente, era precisione. Ogni cosa che diceva sembrava calibrata per rispondere esattamente ciò che avevo bisogno di sentire. Non ho capito subito che non stava imparando a conoscermi — stava raccogliendo informazioni.»

La raccolta di informazioni personali può diventare, in questa fase, una vera e propria mappa delle vulnerabilità relazionali: paure, bisogni, esperienze precedenti, conflitti familiari, insicurezze, aspirazioni, rapporti professionali e affettivi. Conoscere ciò che rassicura la partner significa anche conoscere ciò che può ferirla, intimidirla o indurla a modificare il proprio comportamento. Il problema non è che la donna «non vede»: spesso vede i singoli episodi. Ciò che diventa difficile da riconoscere è la struttura che li collega.

L'isolamento comincia spesso prima che la convivenza stabilisca le condizioni materiali del confinamento e procede attraverso tattiche che raramente assumono, almeno all'inizio, la forma del divieto esplicito. La tattica di questo pattern può essere descritta come interferenza aggressiva e costante nella vita della compagna: videochiamate insistenti quando lei è lontana; richieste continue di rendicontazione; rimproveri e scenate quando è al lavoro, con le amiche o in famiglia; contestazioni dopo ogni incontro che richiedano nuove spiegazioni.

Le amicizie vengono progressivamente svalutate — «quella non ti vuole bene davvero», «ti usa», «non è il tipo di persona con cui dovresti stare» — fino a trasformare ogni rapporto esterno in una possibile fonte di conflitto. La famiglia può essere presentata come un'influenza negativa o come l'origine dei suoi problemi emotivi. Il risultato non deve necessariamente essere una rottura imposta: spesso è sufficiente rendere ogni incontro così costoso sul piano emotivo da produrre una rinuncia apparentemente spontanea.

Lo stesso meccanismo può estendersi al lavoro. Telefonate durante le riunioni, interruzioni, visite improvvise, messaggi incessanti o conflitti generati proprio nei momenti professionalmente più delicati possono compromettere concentrazione, credibilità e continuità. La donna può quindi ridurre progressivamente la propria esposizione pubblica non perché le sia stato ordinato esplicitamente di farlo, ma per evitare le conseguenze che ogni attività autonoma sembra ormai comportare.

«Non mi aveva mai esplicitamente proibito di vedere qualcuno,» riferisce una delle testimonianze raccolte. «Me lo aveva semplicemente reso così difficile, così costoso sul piano emotivo e così carico di conseguenze da dover gestire dopo, che a un certo punto avevo smesso da sola. Non mi ero accorta di quando fosse iniziato. Mi ero solo accorta che, all’improvviso, non c’era più nessuno accanto a me.»

È qui che il controllo diventa progressivamente interiorizzato. Non è più necessario formulare ogni volta un divieto: la partner anticipa la reazione dell'altro e modifica preventivamente il proprio comportamento. La restrizione appare volontaria perché nessuno deve più impartire l'ordine. Ma quella che dall'esterno può sembrare una scelta individuale è stata costruita dentro una relazione asimmetrica, attraverso la ripetizione di pressioni, conflitti, rimproveri e conseguenze.

L'erosione della rete esterna produce così una forma di dipendenza che non è soltanto affettiva. Può diventare sociale, economica, abitativa e informativa. Quanto meno numerosi sono i punti di riferimento esterni, tanto più difficile diventa confrontare la propria esperienza con quella di altre persone, chiedere aiuto, verificare la propria percezione degli eventi o immaginare concretamente un'alternativa.

Questa dinamica può interagire anche con la storia familiare del perpetratore. La ricerca sulla trasmissione intergenerazionale della violenza ha documentato un'associazione tra esposizione alla violenza domestica durante l'infanzia e maggiore rischio di perpetrazione in età adulta (Murrell et al., 2007, Journal of Family Violence). Non si tratta però di determinismo: l'esposizione costituisce un fattore di rischio e non una traiettoria inevitabile. La violenza adulta nasce dall'interazione di più fattori, tra cui modelli culturali, apprendimento della violenza, regolazione emotiva, norme di genere, contesto sociale e disponibilità di alternative.

L'escalation fisica può inserirsi successivamente in questo sistema di controllo. I primi episodi vengono spesso minimizzati: uno spintone durante un litigio, una stretta al braccio, una mano alzata che non colpisce, un oggetto lanciato contro una parete. Non è necessario attribuire a ciascun episodio una singola intenzione psicologica per riconoscerne la funzione osservabile: la violenza introduce paura, modifica la risposta della partner e stabilisce una gerarchia nella gestione del conflitto.

La testimonianza che segue descrive un momento che nel racconto si rivela come una soglia, anche se allora non era stato riconosciuto come tale:

«La prima volta che mi aveva stretto al collo era durato forse tre secondi. Aveva mollato la presa, si era alzato, era uscito dalla stanza. Non ne avevamo mai parlato. Io non avevo nemmeno capito bene cosa fosse successo. Non avevo pensato: questo è un segnale di allarme, e il prossimo episodio sarà peggiore. Avrei dovuto.»

Lo strangolamento o soffocamento non fatale rappresenta un indicatore particolarmente grave nella valutazione del rischio. Può provocare lesioni interne, danni neurologici o altre conseguenze anche in assenza di segni esterni evidenti e la sua presenza è stata associata a un aumento del rischio di violenza letale nelle relazioni abusive (Campbell, Webster & Glass, 2009). Non significa che un singolo episodio permetta di prevedere con certezza un futuro femminicidio, ma modifica significativamente la valutazione complessiva del rischio, soprattutto quando coesiste con minacce di morte, stalking, accesso ad armi, controllo coercitivo, escalation della violenza o separazione.

La sua gravità viene inoltre frequentemente sottovalutata al momento dell'episodio. La persona può non riconoscere ciò che è accaduto come una forma specifica di violenza, soprattutto quando l'episodio è breve, non lascia segni visibili o viene immediatamente seguito da una fase di apparente normalizzazione.

Anche la gravidanza può diventare un momento di intensificazione del controllo in alcune relazioni caratterizzate da violenza e coercizione. Non perché la gravidanza produca automaticamente violenza, ma perché introduce cambiamenti corporei, responsabilità, dipendenze pratiche e difficoltà che possono essere sfruttati da un partner già orientato al controllo. Diverse ricerche hanno documentato la presenza o l'esacerbazione della violenza durante la gravidanza e nel periodo successivo al parto (Campbell et al., 2003).

In alcuni casi entra in gioco anche la coercizione riproduttiva: sabotaggio della contraccezione, pressione reiterata sulla decisione di avere un figlio, interferenze nelle scelte riproduttive o rapporti imposti. Quando la gravidanza si accompagna a dipendenza economica, abitativa e organizzativa, il margine concreto di autonomia può ridursi ulteriormente.

La combinazione di isolamento, controllo coercitivo, minacce e violenza fisica è particolarmente rilevante nella valutazione del rischio di esiti letali. La letteratura sul femminicidio ha identificato diversi fattori ricorrenti, tra cui minacce di morte, stalking, accesso ad armi, escalation della violenza, separazione o tentativo di separazione e precedenti episodi di strangolamento (Campbell, Webster & Glass, 2009). Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, consente di prevedere con certezza un esito letale: il rischio emerge dalla loro interazione.

È importante evitare anche una lettura automatica del rapporto tra violenza e suicidio della persona abusata. Alcune vittime possono sviluppare ideazione suicidaria o compiere tentativi di suicidio in conseguenza del trauma, dell'isolamento, della disperazione e della perdita di autonomia, ma non esiste un rapporto lineare né inevitabile tra abuso e suicidio. Anche in questo caso il rischio deve essere valutato individualmente.

La separazione rappresenta un momento particolarmente delicato. Quando il controllo sulla partner costituisce una componente centrale della relazione, la perdita di quel controllo può essere vissuta dal perpetratore come una minaccia alla propria posizione. Per questo, il periodo della separazione o del tentativo di separazione può coincidere con un aumento delle minacce, dello stalking o della violenza. Non tutte le separazioni producono un'escalation, ma il semplice fatto che la relazione stia terminando non costituisce, da solo, una misura di sicurezza.

Per la stessa ragione, dire semplicemente a una donna di «lasciare» il partner non è una strategia di sicurezza sufficiente. L'uscita da una relazione coercitiva può richiedere pianificazione, protezione abitativa, tutela economica, sostegno professionale, protezione dei figli, ove presenti, e una valutazione individualizzata del rischio. In presenza di minacce, stalking, armi o precedenti episodi di strangolamento, la pianificazione della sicurezza assume un'importanza ancora maggiore.

La conseguenza psicologica più profonda del confinamento non coincide necessariamente con una singola diagnosi. Possono comparire ansia, depressione, vergogna, ipervigilanza, sintomi traumatici, dissociazione e una progressiva perdita di fiducia nel proprio giudizio. Ma il nucleo comune è spesso più semplice e più radicale: la riduzione dei punti di riferimento attraverso i quali la persona poteva prima verificare la propria percezione della realtà.

È in questo contesto che può svilupparsi ciò che viene talvolta definito dipendenza traumatica: un legame nel quale paura, minaccia, sollievo, riavvicinamento e momenti di apparente cura si alternano, producendo una forte difficoltà a interrompere la relazione. Il concetto non deve essere utilizzato come etichetta universale né come spiegazione della permanenza nella relazione. La difficoltà a lasciare non equivale a consenso, debolezza o incapacità. Può essere il risultato dell'interazione tra isolamento, paura, minacce, responsabilità familiari, dipendenza economica o abitativa, erosione dell'autonomia e perdita progressiva della rete di sostegno.

Il confinamento, dunque, non avviene in un unico momento. È un processo cumulativo: ogni collegamento esterno diventa più difficile, ogni alternativa più costosa, ogni voce diversa da quella del partner meno credibile. Quando questo processo raggiunge la sua forma estrema, la relazione non è più soltanto una relazione: diventa l'ambiente nel quale la persona è costretta a vivere, interpretare gli eventi e prendere decisioni.

È questa la caratteristica che rende il pattern particolarmente insidioso. L'isolamento non è semplicemente una conseguenza dell'abuso: può diventare l'infrastruttura attraverso la quale l'abuso viene mantenuto. Riducendo progressivamente le relazioni, le risorse e i punti di confronto, il soggetto rende più difficile chiedere aiuto, più difficile immaginare l'uscita e più facile presentare il proprio controllo come l'unica realtà possibile.

La prevenzione richiede quindi di osservare la configurazione complessiva e non soltanto il singolo episodio. Occorre chiedersi se la persona mantiene libertà di movimento e decisione, se può vedere liberamente amici e familiari, se conserva autonomia economica e professionale, se ha accesso alle proprie informazioni e risorse, se modifica il proprio comportamento per paura della reazione del partner e se esiste uno spazio esterno nel quale possa raccontare ciò che sta accadendo senza conseguenze.

La radice di questi comportamenti non è soltanto incidentale né esclusivamente individuale: si colloca nell'intersezione tra processi psicologici, modelli culturali, apprendimento della violenza e condizioni sociali che possono rendere l'autonomia della partner più vulnerabile al controllo.

1.1.4. Lettura comparativa e traiettorie di escalation

Presi insieme, i tre pattern delineano una tipologia analitica che permette di leggere le configurazioni emerse non come casi isolati, ma come variazioni di uno stesso campo relazionale. Le differenze tra le forme non interrompono la continuità dei meccanismi sottostanti: ne modulano l’espressione lungo assi di intensità, visibilità e progressione temporale. Appropriazione funzionale, strumentalizzazione identitaria e confinamento coercitivo non sono categorie discrete, ma modalità ricorrenti di organizzazione dell’asimmetria relazionale, che possono presentarsi separate o sovrapposte dentro lo stesso ciclo. La lettura comparativa restituisce un quadro unitario: la variabilità riguarda le forme, la continuità riguarda le logiche di funzionamento.

La tabella che segue ricostruisce la sequenza in cui quelle logiche tendono a organizzarsi nel tempo, dalla fase di ancoraggio fino agli esiti estremi, associando a ciascuna configurazione i pattern comportamentali osservabili e gli indicatori di rischio corrispondenti.

Tabella 1 — Configurazioni ricorrenti di escalation nel controllo coercitivo e nei casi di esito letale

Configurazione relazionalePattern comportamentali osservabiliIndicatori di rischio associati
Ancoraggio relazionale e idealizzazione strategicaLove bombing, costruzione accelerata del legame, simulazione di allineamento valoriale, attivazione di dipendenza affettiva precoce.Rapidità dell’impegno; intensificazione comunicativa; isolamento indiretto della rete di supporto; sovrainvestimento emotivo iniziale.
Progressiva restrizione dell’autonomiaInterferenze nelle relazioni sociali, controllo informale di spostamenti e comunicazioni, gaslighting, ridefinizione della realtà relazionale.Riduzione della fiducia nella percezione personale; riorganizzazione delle reti sociali; incremento della dipendenza relazionale.
Sfruttamento economico e funzionaleTrasferimento asimmetrico di costi economici, gestione strumentale delle risorse della partner, sabotaggio occupazionale selettivo.Asimmetria finanziaria crescente; riduzione autonomia economica; accumulo di debito relazionale e materiale.
Isolamento relazionale avanzatoErosione sistematica dei legami familiari e amicali, controllo territoriale, interferenza nei contesti lavorativi e sociali.Progressiva contrazione della rete di supporto; dipendenza quasi esclusiva dal partner; riduzione delle alternative di uscita.
Escalation della coercizione fisica e sessualeViolenza fisica intermittente, strangolamento, coercizione sessuale, intimidazione diretta.Episodi fisici anche isolati costituiscono marker ad alta predittività di escalation (Campbell et al., 2009).
Fase di rottura e intensificazione del controlloMinacce, stalking, coercizione emotiva, vittimizzazione dell’autore, tentativi di riconciliazione strumentale.Fase di massimo rischio: incremento documentato di eventi gravi durante o immediatamente dopo la separazione.
Esito letale o esiti estremi di violenzaFemminicidio, violenza estrema, possibile estensione a terzi o suicidio dell’autore.Precedenti di strangolamento, escalation pregressa, accesso ad armi, minacce di morte reiterate.

Nota: Elaborazione propria di Roberta Limone su modello di Campbell (Danger Assessment, 2009), RSI (2025), rivista Partner Abuse (2026), Stark (Coercive Control), Kelly & Johnson (2008), OMS (2021), studio nazionale spagnolo sul controllo coercitivo nell’85% dei femminicidi.

1.2. Il legame traumatico e il paradosso dell’opt-out

Nulla rivela la nostra ignoranza sulle dinamiche di abuso quanto la domanda più frequente rivolta alle donne che hanno subito abusi: "perché non sei andata via prima?" Questa formulazione presuppone che l’uscita dalla relazione sia un atto volitivo semplice, ostacolato soltanto da ragioni pratiche, e che la permanenza nella relazione rifletta incapacità di giudizio o una tolleranza implicita. Nessuna di queste premesse, però, è sostenuta dalla letteratura clinica e criminologica. All'interno dei pattern emersi dall’analisi delle testimonianze, la permanenza nella relazione abusiva non risulta adeguatamente spiegabile attraverso i soli vincoli materiali o il rischio oggettivo di ritorsioni. Sebbene i modelli di femminilità appresi — basati sul sacrificio e sulla dedizione alla cura — alimentino la resistenza all'abuso, la persistenza del legame è spiegata da due ulteriori dispositivi complementari: da un lato, una progressiva disorganizzazione cognitiva indotta da pratiche manipolative ricorrenti che compromette la fiducia nelle proprie percezioni – gaslighting – (Sweet, 2019; Hailes & Goodman, 2023; Adair, 2025); dall’altro, l’instaurarsi di un legame traumatico fondato su dinamiche di rinforzo intermittente (Dutton & Painter, 1981; Herman, 1992). La spiegazione più accurata del paradosso della permanenza si trova nella teoria del trauma bonding[3]. Herman (1992) ne ha elaborato la teorizzazione clinica più completa a partire dall’analisi comparata di sistemi di controllo totalitario. In tali sistemi, il legame psicologico tra controllore e controllato non si indebolisce con l’intensificarsi della coercizione: paradossalmente, si rafforza. La spiegazione neurobiologica di questo meccanismo è oggi ben documentata: i cicli di tensione–esplosione–riconciliazione descritti da Walker (1979) producono una disregolazione del sistema dopaminergico analoga a quella osservata nelle dipendenze da sostanze. Il sollievo che segue alla fase di riconciliazione — il cosiddetto honeymoon period — non è vissuto come pausa dalla minaccia, ma come ricompensa intensa, con un valore neurobiologico amplificato dalla precedente attivazione del sistema di allerta (Van der Kolk, 2014). Il gaslighting prolungato non produce soltanto dubbio relazionale, ma erode la fiducia nell’affidabilità della propria percezione come tale. Uno studio sperimentale del 2025 (Darke et al., 2025, Memory) ha rilevato che i soggetti sottoposti a pressione mnemonica da parte del partner incorporano in media il 26,3% delle modifiche introdotte sulla propria memoria autobiografica. Adair (2025), in una revisione sistematica pubblicata su Trauma, Violence & Abuse, conclude che l’autodubbio indotto dal gaslighting influisce direttamente sulla decisione di lasciare la relazione.

La ricerca sulle traiettorie di uscita documenta che in media una donna tenta di lasciare il partner abusivo da cinque a sette volte prima di riuscirci definitivamente (Anderson et al., 2003). Sebbene la letteratura riconosca l’esistenza di traiettorie più rapide o lineari in una quota minoritaria di casi, il pattern ricorrente rimane quello di una fuoriuscita progressiva, caratterizzata da tentativi interrotti e successivi riavvicinamenti.

Ogni tentativo interrotto non è un fallimento individuale, ma il risultato prevedibile di un sistema che, al momento della separazione, attiva le proprie risorse di controllo con intensità massima. Il 70% dei femminicidi avviene durante o dopo la separazione (Campbell et al., 2003), e le minacce di suicidio dell’autore in questa fase non vanno lette come segnali di vulnerabilità autentica, ma come ulteriore strumento di coercizione (Stark, 2007). Il carattere graduale del percorso di opt-out dalla relazione e la conseguente esposizione a livelli elevati di rischio nelle fasi di transizione rendono particolarmente rilevante il ruolo delle risposte istituzionali che accompagnano tali passaggi. Le evidenze sopra richiamate indicano che la fuoriuscita dal legame coercitivo non può essere interpretata come un evento puntuale, ma come un processo progressivo, caratterizzato da fasi di avanzamento e regressione, nelle quali il rischio di escalation può aumentare significativamente. Quando le istituzioni non assicurano una valutazione tempestiva e adeguata degli indicatori di rischio, quando la permanenza nella relazione non viene letta anche alla luce delle condizioni di vulnerabilità e dei meccanismi coercitivi sottostanti, e quando gli interventi attivati risultano discontinui o non consolidati a fronte di ripetute richieste di aiuto, si determina un deficit di protezione che può tradursi in forme di vittimizzazione secondaria. La conseguenza non è soltanto la riduzione dell’efficacia preventiva del sistema, ma anche l’indebolimento delle condizioni che rendono possibile la stabilizzazione dell’uscita e la riduzione dell’esposizione al rischio nelle fasi critiche della transizione.

  1. Trauma bonding: il termine è stato introdotto da Dutton, D.G., & Painter, S.L. (1981) e indica gli effetti di un legame traumatico o di una relazione tossica: lo sviluppo di attaccamenti emotivi nelle donne maltrattate e in altre relazioni caratterizzate da abuso intermittente Victimology, 6(1–4), 139–155. Va distinto dalla Sindrome di Stoccolma: nella Sindrome di Stoccolma il legame è bidirezionale (anche il captore sviluppa attaccamento verso l’ostaggio); nel trauma bonding il legame è unidirezionale, strutturato asimmetricamente dal ciclo coercitivo dell’abusante. ↑

2. I dati della violenza in Italia

Prima di esaminarne la genesi, è necessario definire la dimensione del fenomeno. I dati nazionali delineano un quadro di ampia diffusione e rilevanza sistemica, che segnala la necessità di interventi non episodici ma strutturali, orientati alla prevenzione e alla riduzione del rischio. I dati vengono presentati come indicatori aggregati di prevalenza e intercettazione del fenomeno, senza implicare relazioni causali lineari tra le diverse dimensioni della violenza.

Tabella 2 — Tassonomia della violenza di genere: manifestazioni e dati di contesto

Le categorie ivi rappresentate sono da intendersi come distinzioni analitiche, spesso concorrenti e interdipendenti nei contesti delle relazioni intime.

Forma di violenzaManifestazioniDati e note
PsicologicaMinacce, ritorsioni, svalutazione, umiliazioni, insulti, gaslighting, manipolazione, trauma affettivo, gelosia, isolamento sociale, monitoraggio e controllo ossessivo (stalking).Equiparabile alla tortura per gli effetti psichici ed emotivi. Spesso anticamera o concomitante alla violenza fisica. Forma più diffusa e trasversale; genera trauma bonding, dipendenza, dubbi sulle proprie capacità, memoria e percezioni (EIGE, 2025).
FisicaAggressioni, lesioni, percosse, spintoni, ustioni, strangolamento, uso di armi o oggetti contundenti.Può culminare nel femminicidio: nel 2024 in Italia, 116 donne uccise, 106 delle quali in contesto familiare/affettivo (91,4%). Nel 2025, 97 femminicidi, 85 in contesto familiare/affettivo (Report Viminale 2024–2025).
SessualeAtti sessuali imposti con forza, minaccia o ricatto, coercizione riproduttiva e stealthing; molestie fisiche e verbali; stupro.Stupri: 90% da partner, ex partner, amici o conoscenti. Molestie: 78,2% da sconosciuti o conoscenti (ISTAT, 2025).
EconomicaControllo del denaro e dei beni; depauperamento patrimoniale; impedimento a lavorare o studiare; privazione di risorse essenziali; firme false su contratti o prestiti.Intrappola la persona abusata in una condizione di dipendenza forzata. Il 73% delle donne in contesti di abuso dichiara che il maggior ostacolo alla separazione è la mancanza di risorse personali (Postmus et al., 2020).
Informatica (cyberviolenza)Violazioni della privacy, stalking online, molestie, diffamazione, calunnia, revenge porn, abusi sessuali basati sulle immagini, deep fake sessuale, hacking, furto di identità, sorveglianza tramite app di localizzazione, campagne d’odio, shitstorm, body shaming.Il 56% delle donne in contesti di violenza domestica subisce monitoraggio digitale (EIGE, 2025). Il 14,4% delle donne ha subito almeno una forma di abuso digitale (ISTAT, 2025).
AssistitaViolenza psicologica, fisica o sessuale che i minori subiscono indirettamente assistendo a maltrattamenti sulla madre o su altre figure di riferimento affettivo.Gravi conseguenze sullo sviluppo psicofisico dei minori: ansia, depressione, disturbi del comportamento, ipervigilanza, normalizzazione della violenza e rischio di ripetizione adulta dei modelli abusanti.
Atti persecutori (stalking e cyberstalking)Condotte reiterate e sistematiche di minaccia/molestia (pedinamenti, chiamate/messaggi assillanti, controllo, appostamenti) che causano ansia, paura e alterazione delle abitudini di vita.Fonte: Viminale, 2025 – Dossier Ferragosto: oltre 20.000 atti persecutori denunciati; casistiche in forte aumento (+86,6%) per gli ammonimenti del Questore per stalking.
Culturale / etica / religiosaPratiche dannose giustificate da norme culturali, religiose o tradizionali: MGF e infibulazione; matrimoni forzati e/o precoci; controllo della riproduttività; isolamento sociale per motivi etico-religiosi.Fonte: Senato (Interrogazione 4-02245), Convenzione di Istanbul. Matrimoni forzati: aumentati da 8 casi (2020) a 28 casi (2023). MGF: stima di 39.000 donne sottoposte a mutilazione in Italia.

Nota: Elaborazione propria su fonti: Convenzione di Istanbul (L. 77/2013); ISTAT – Indagine sulla violenza contro le donne (2025); Ministero dell’Interno – Report femminicidi (2024–2025); EIGE – Gender Equality Index (2025); Postmus et al. (2020); Senato della Repubblica – Interrogazione 4-02245 (2024); Dossier Viminale Ferragosto (2025).

Tabella 3 — Indicatori essenziali della violenza di genere e rischio suicidario autori femminicidio in Italia (dati 2025)

IndicatoreStima assoluta / tassoPercentuale su riferimentoSommerso / mancate denunce
Violenza fisica o sessuale subita nella vitadonne 16–70 anni~7.900.000 donne31,5%delle donne italianeTasso di denuncia stimato su media 10%. Sommerso: 90% della violenza fisica e sessuale rimane invisibile al sistema giudiziario
Violenza psicologica o economicadonne 16–70 anni>9.600.000 donne>38%Basso riconoscimento istituzionale della violenza psicologica ed economica
Femminicidi (contesto familiare/affettivo)anno 2024106su 116 donne uccise91,4%delle vittime di femminicidioMancata intercettazione delle dinamiche di violenza nelle relazioni intime
Autori di femminicidio che si suicidanoanno 202433 autorisu 106 femminicidi31,3%degli autori di femminicidioConfigurazioni relazionali ad alta intensità di controllo coercitivo
Superstiti che denunciano alle autorità~790.000 donnesu ~7,9 milioni10%Sottodenuncia trasversale delle forme di violenza di genere

Nota: Elaborazione propria su dati ISTAT (2023–2024) e Ministero dell'Interno (2024–2025). Il dato sulla violenza fisica o sessuale è stato ricalcolato applicando la prevalenza ISTAT del 31,5% alla popolazione femminile 16–70 anni stimata a gennaio 2024 (~25 milioni di donne), da cui deriva la stima di ~7.900.000 donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il numero di denunce effettive (~790.000) è stato ricalcolato applicando il tasso di denuncia ISTAT (7–12%, qui stimato al 10%) alla base di 7.900.000 donne. La violenza psicologica ed economica (38%) aggrega i dati ISTAT 2023 con sovrapposizioni parziali. I femminicidi derivano dai dati 2024 del Ministero dell'Interno (106 su 116 vittime donne in contesto familiare/affettivo). Il tasso di suicidio degli autori (~33 su 106 femminicidi, pari al 31,3%) è rilevato dal report ISTAT "Le vittime di omicidio – Anno 2024", che documenta il suicidio dell'autore in "poco meno di un terzo dei casi" nei femminicidi da partner o familiari.

Tabella 4 — Principali cause della sottodenuncia della violenza di genere

Dati ordinati per prevalenza stimata. Le percentuali si riferiscono a donne che hanno subito violenza da parte del partner e non hanno sporto denuncia (ISTAT, Indagine sulla sicurezza delle donne, 2022–2024) e EIGE (2023). Tuttavia, poiché le rilevazioni campionarie disponibili non forniscono una scomposizione esaustiva delle motivazioni della sottodenuncia secondo il livello analitico richiesto dal presente studio, il quadro è stato integrato mediante triangolazione con letteratura internazionale su coercive control, trauma bonding ed economic abuse (Stark, Herman, Van der Kolk, Dutton & Painter, Postmus et al., Adams et al., Campbell et al.). Le categorie sono pertanto il risultato di una ricostruzione analitica integrata propria, basata su risposte multiple non esclusive e su modelli teorici convergenti.

CausaMeccanismo psicologico / strutturaleDato / stimaFonte e note
1. Dipendenza economica strutturaleDepauperamento sistematico delle risorse, sabotaggio occupazionale, controllo dei conti.73% delle donne in contesti di abuso non lascia il partner per ragioni economiche.Postmus et al. (2020); Adams et al. (2008).
2. Legame traumaticoCiclo abuso–riconciliazione con attaccamento traumatico e rinforzo intermittente.~45% cita “speravo cambiasse” o “lo amavo ancora”.ISTAT (2022–2024); Herman (1992); Van der Kolk (2014); Dutton & Painter (1981).
3. Mancato riconoscimento dell'abusoNormalizzazione progressiva e gaslighting con difficoltà di identificazione della violenza.~40% non riconosce l’esperienza come violenza.ISTAT (2022–2024); Cooke & Swan (2019).
4. AutocolpevolizzazioneInteriorizzazione della responsabilità attraverso dinamiche di controllo coercitivo.~38% dichiara vergogna o colpa personale.ISTAT (2022–2024); Grubb & Turner (2012); Stark (2007).
5. Paura di ritorsioni e escalationPercezione del rischio di intensificazione della violenza nella separazione.~35% cita paura di conseguenze peggiori.ISTAT (2022–2024); Campbell et al. (2003).
6. Sfiducia nelle istituzioniPercezione di inefficacia o mancata protezione del sistema istituzionale.~27% considera inutile la denuncia.ISTAT (2022–2024); Grubb & Turner (2012).
7. Isolamento socialeErosione delle reti relazionali attraverso controllo coercitivo.~25% dichiara assenza di supporto esterno.Stark (2007); Johnson (2008); EIGE (controllo coercitivo come pattern europeo).
8. Protezione dei figliTimore di conseguenze legate all’affidamento o ritorsioni sui figli.~22% cita i figli come motivo di non denuncia.ISTAT (2022–2024); Radford & Hester (2006); CISMAI (2019).
9. Vergogna sociale e stigmaPressione normativa e interiorizzazione dello stigma sociale.~20% segnala vergogna sociale.ISTAT (2022–2024); Vandello & Cohen (2003); EIGE (gender-based stigma patterns).
10. Barriere linguistiche e giuridichedonne migrantiLimitato accesso ai servizi e asimmetria informativa.stimati <10%ISTAT (2022–2024); Hughes et al. (2012); EIGE (2023).

Nota metodologica: Elaborazione propria su dati EIGE (2023), ISTAT (2022-2024), basati su risposte multiple non additive, e letteratura internazionale su coercive control ed economic abuse. Le percentuali rappresentano frequenze di citazione di motivazioni della mancata denuncia e non variabili statistiche indipendenti o mutuamente esclusive. Alcune categorie derivano da ricodifica analitica di item motivazionali e interpretazione teorica coerente con i modelli di violenza di genere.

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3. La genesi del comportamento coercitivo: apprendimento e formazione

Nel contesto di questo capitolo sulla genesi del comportamento coercitivo, l'evoluzione della ricerca empirica offre dati fondamentali per comprendere l'ancoraggio sociocognitivo della mascolinità egemonica e la sua strutturazione affettiva. Sebbene la disposizione al controllo trovi storicamente una legittimazione nei codici sociali tradizionali, gli studi degli ultimi vent'anni hanno focalizzato l'attenzione sui meccanismi psicologici che mediano il passaggio tra l'ideologia di genere appresa e l'attuazione di condotte abusive. Le ricerche condotte nell'ambito del Gender Role Strain Paradigm (Pleck, 1995) documentano come lo sforzo cronico per conformarsi a standard di mascolinità rigidi possa associarsi a una specifica forma di sofferenza psicologica nota come masculine gender role stress (MGRS). Quando un individuo percepisce una discrepanza tra le proprie risorse psicologiche e le aspettative sociali di invulnerabilità, dominanza ed efficienza performativa, possono emergere insicurezza, vergogna, rabbia e difficoltà nella gestione delle emozioni. In assenza di adeguati canali di elaborazione e comunicazione emotiva, tali stati possono contribuire a favorire risposte esternalizzate e aggressive. La letteratura empirica rileva infatti un'associazione significativa tra elevati livelli di masculine gender role stress e aggressività interpersonale, compresa la violenza nelle relazioni intime (Jakupcak et al., 2002; Moore & Stuart, 2005). In uno studio successivo, Jakupcak ha inoltre rilevato che la paura delle emozioni era associata alla violenza relazionale anche oltre quanto spiegato dallo stress da ruolo di genere e mediava parzialmente la relazione tra quest'ultimo e la violenza (Jakupcak, 2003).

Il controllo coercitivo si configura, pertanto, come l'esito fenomenologico di un processo di interiorizzazione precoce delle asimmetrie di genere. Sin dall'infanzia, la trasmissione di modelli disfunzionali di mascolinità e femminilità contribuisce a gettare le basi per quella gerarchia relazionale che, in età adulta, potrebbe cristallizzarsi in dinamiche di dominio e prevaricazione. Tale assimilazione può prodursi attraverso osservazione, imitazione e rinforzo differenziale nei contesti primari e secondari di formazione, secondo il modello descritto dalla Social Learning Theory di Bandura (1977). I comportamenti conformi alle norme di genere possono altresì consolidarsi attraverso il rinforzo positivo dell'approvazione sociale, dell'inclusione e del riconoscimento, mentre quelli percepiti come discordanti possono essere sanzionati — in forma esplicita o implicita — attraverso disapprovazione, esclusione, discriminazione, pregiudizio o perdita di riconoscimento.

3.1. I modelli di mascolinità: regolazione emotiva e disposizione al controllo

I modelli di formazione della mascolinità – storicamente costruiti attorno a performance, autonomia decisionale, competitività e conquista dello status – impongono l'assimilazione di un rigoroso codice affettivo. La letteratura psicometrica e sociocognitiva mostra che l'adesione alle norme maschili tradizionali è associata a una maggiore difficoltà nell'esprimere e condividere gli stati emotivi percepiti come incompatibili con l'immagine di forza, autosufficienza e controllo. Le meta-analisi sulla conformità alle norme maschili hanno inoltre rilevato associazioni significative tra tale conformità e diversi esiti psicologici negativi, con particolare riferimento alle norme che enfatizzano autosufficienza, controllo emotivo e dominio (Wong et al., 2017). Sul piano dello sviluppo, la ricerca mostra inoltre differenze di genere nell'espressione delle emozioni già durante l'infanzia: le bambine manifestano mediamente una maggiore espressione di emozioni internalizzanti, mentre i bambini mostrano una maggiore espressione di emozioni esternalizzanti, tra cui la rabbia, sebbene gli effetti complessivi siano di piccola entità e fortemente dipendenti dal contesto (Chaplin & Aldao, 2013).

In questo quadro, la difficoltà a riconoscere, verbalizzare e condividere emozioni come paura, tristezza, vergogna o insicurezza può favorire il ricorso a modalità di regolazione più esternalizzate, tra cui la rabbia e l'acting-out. Non si tratta di una trasformazione automatica dell'emozione repressa in violenza: il passaggio dalla disregolazione emotiva alla condotta abusiva dipende da una pluralità di fattori individuali, relazionali e sociali. Tuttavia, quando l'attivazione emotiva – dovuta a rifiuto, frustrazione, umiliazione, insicurezza o percezione di perdita di controllo – non trova adeguati canali di elaborazione interiore, la soppressione espressiva può agire come amplificatore del disagio, alimentando processi ruminativi e un'elevata attivazione fisiologica che possono precedere risposte disfunzionali.

La ricerca sulla violenza nelle relazioni intime ha inoltre evidenziato un'associazione tra adesione rigida alle norme maschili e rischio di comportamenti violenti o abusivi nei confronti della partner. Reidy e colleghi hanno mostrato come il masculine discrepancy stress – la tensione associata alla percezione di non corrispondere agli standard di mascolinità interiorizzati – costituisca un fattore rilevante nel rapporto tra norme di genere e violenza del partner intimo, sottolineando al tempo stesso che le norme di genere, da sole, non spiegano la complessità dell'IPV (Reidy et al., 2014). La vulnerabilità percepita come minaccia allo status maschile può quindi diventare, in determinati contesti, un elemento che alimenta risposte aggressive o strategie di ristabilimento del controllo.

È proprio in questa configurazione che può delinearsi la cosiddetta disposizione al controllo – un assetto caratterizzato dalla combinazione tra inibizione emotiva, bisogno di autosufficienza e dominanza relazionale, nel quale la vulnerabilità difficilmente riconosciuta viene proiettata all'esterno, trasformandosi in controllo coercitivo ed eterodiretto. Tale disposizione non è un tratto patologico individuale, bensì una strategia adattiva, disfunzionale nel lungo periodo, che può essere appresa e rinforzata all'interno di contesti sociali nei quali la mascolinità viene associata all'esercizio del potere.

La ricerca cross-culturale sui masculine honor beliefs ha mostrato come, nei contesti in cui l'onore maschile è fortemente associato alla reputazione, alla capacità di esercitare autorità e alla difesa del proprio status, la violenza contro la partner possa essere maggiormente tollerata o utilizzata come mezzo di ristabilimento della reputazione (Vandello & Cohen, 2003; Vandello & Cohen, 2008). In particolare, gli studi di Vandello e Cohen hanno evidenziato come, nei contesti caratterizzati da forti codici d'onore, l'infedeltà femminile possa essere percepita come una minaccia alla reputazione maschile e come la violenza possa essere culturalmente rappresentata come uno strumento per ristabilire lo status compromesso.

Questa relazione tra ideologia dell'onore e aggressività emerge anche in studi più recenti. In un campione di 740 uomini adulti, Šakan e Dinić hanno rilevato che l'ideologia dell'onore maschile era associata all'aggressività e mediava la relazione tra sadismo quotidiano e comportamento aggressivo (Šakan & Dinić, 2023). Il dato non autorizza a considerare l'ideologia dell'onore una causa autonoma della violenza, ma rafforza l'ipotesi che determinati sistemi di credenze sulla mascolinità possano interagire con caratteristiche individuali e contesti relazionali, aumentando la propensione a risposte aggressive.

3.2. I modelli di femminilità: ancoraggio relazionale, etica della cura e integrazione della vulnerabilità

Lo stesso sistema di rinforzo differenziale produce, attraverso processi paralleli e complementari, modelli educativi di femminilità nei quali il valore personale viene più frequentemente ancorato alla dimensione relazionale e alla capacità di prendersi cura degli altri. Nella prospettiva elaborata da Carol Gilligan (1982) nel suo saggio In a Different Voice, l'identità morale femminile viene descritta attraverso una particolare attenzione alla responsabilità, alla cura e alla preservazione dei legami. L'etica della cura centrata sulla preservazione del legame e sull'attenzione ai bisogni dell'altro costituisce, in questa prospettiva, una modalità di orientamento morale distinta da una concezione fondata prevalentemente sull'autonomia e sui principi astratti.

Sul piano dello sviluppo emotivo, la ricerca mostra che alle bambine viene mediamente consentita un'espressione più ampia di alcune emozioni internalizzanti rispetto ai maschi, mentre i bambini manifestano maggiormente emozioni esternalizzanti come la rabbia; le differenze, tuttavia, sono contenute e non possono essere ricondotte a un'unica matrice educativa (Chaplin & Aldao, 2013). L'integrazione della vulnerabilità come componente legittima dell'esperienza soggettiva può costituire una risorsa relazionale e favorire la capacità di riconoscere e condividere gli stati emotivi propri e altrui. Allo stesso tempo, quando la responsabilità della cura e della stabilità del legame viene interiorizzata come un obbligo unilaterale, la stessa disposizione può contribuire a rendere più tollerabili configurazioni relazionali profondamente asimmetriche.

In questa prospettiva, la centralità attribuita allo sguardo e al giudizio dell'altro può tradursi in una maggiore dipendenza da criteri di valutazione esterni, soprattutto quando il valore personale viene associato all'aspetto fisico e alla desiderabilità sociale percepita. A questa dinamica si collega la Objectification Theory di Fredrickson e Roberts (1997), secondo cui l'esposizione a forme di oggettivazione sessuale può favorire nelle donne l'interiorizzazione dello sguardo dell'osservatore come prospettiva privilegiata sul proprio corpo. Tale processo è associato a una maggiore sorveglianza corporea e può aumentare vergogna e ansia, riducendo al tempo stesso la consapevolezza degli stati corporei interni (Fredrickson & Roberts, 1997).

Questi processi non implicano una predisposizione femminile alla permanenza nelle relazioni abusive. Piuttosto, quando l'attitudine a sostenere e comprendere l'altro viene sollecitata in modo asimmetrico, la partner può assumere progressivamente una quota sproporzionata della responsabilità per la tenuta del legame. In presenza di controllo coercitivo, tale responsabilità può essere sfruttata dal partner abusante attraverso richieste di comprensione, giustificazioni, promesse di cambiamento o rappresentazioni della crisi come una responsabilità condivisa. La violenza può così rimanere occultata dietro il linguaggio della cura, della pazienza e del sacrificio.

La sottostante Tabella 5 sintetizza, per i due modelli normativi, come determinati comportamenti e caratteristiche possano essere valorizzati, scoraggiati o considerati marginali nei rispettivi sistemi di aspettative, contribuendo a consolidare l'asimmetria di genere. Questa sedimentazione culturale, per quanto precoce e diffusa, produce effetti orientativi e non deterministici. Riconoscere la natura appresa dei comportamenti abusivi implica la possibilità del loro disapprendimento: le stesse pratiche sociali che contribuiscono alla produzione delle gerarchie di genere possono essere orientate, nei contesti educativi, relazionali e istituzionali, a promuovere modelli fondati sulla reciprocità e sulla regolazione non coercitiva del conflitto.

Tabella 5 — Sistemi di ricompensa e sanzione nella formazione differenziale dei modelli di genere

✓ Ricompensato: approvato, valorizzato  ·  △ Neutro / ambivalente: non centrale  ·  ✗ Sanzionato: disapprovato, stigmatizzato

ComportamentoSistema normativo della mascolinitàSistema normativo della relazionalità femminile
Competizione e affermazione✓ Ricompensatostatus, riconoscimento pubblico, autorevolezza△ Neutro / marginalemeno centrale nei criteri tradizionali di valutazione sociale
Controllo e dominio relazionale✓ Indirettamente valorizzatoautorità, assertività e capacità di imporsi possono essere associate a status e leadership✗ Sanzionatoincompatibile con l'ideale della reciprocità e della cura relazionale
Vulnerabilità ed espressione emotiva✗ Sanzionatopuò essere associato a debolezza, perdita di status o insufficiente autosufficienza✓ Maggiormente valorizzatoriconoscimento relazionale e legittimazione dell'espressione emotiva
Autonomia decisionale e agency individuale✓ Ricompensatoindipendenza, leadership, efficacia△ Ambivalentericonosciuta, ma tradizionalmente modulata dalla compatibilità con le esigenze relazionali
Empatia e cura relazionale△ Ambivalentela cura può essere valorizzata, mentre l'espressione di vulnerabilità può entrare in conflitto con ideali di autosufficienza✓ Fortemente valorizzatocentralità della competenza relazionale e della responsabilità verso l'altro
Visibilità corporea e riconoscimento estetico△ Accessoriomeno strutturante rispetto ad altri criteri tradizionali di riconoscimento sociale✓ Valorizzatomaggiore centralità attribuita all'aspetto fisico e alla desiderabilità sociale

Nota: Elaborazione propria. Fonti: Bandura (1977); Fredrickson & Roberts (1997); Chaplin & Aldao (2013); Vandello & Cohen (2003).

La tabella mostra come sistemi differenziali di ricompensa e sanzione possano contribuire a produrre configurazioni di genere complementari ma asimmetriche, distribuendo in modo diverso aspettative, riconoscimento sociale e responsabilità emotive e relazionali. Modificare questo assetto richiede interventi diversi ma coordinati, capaci di agire sui processi attraverso i quali tali aspettative vengono apprese e interiorizzate. Per i modelli di mascolinità, questo significa favorire forme di alfabetizzazione emotiva e di elaborazione della vulnerabilità che non siano vissute come incompatibili con l'autonomia, l'autorevolezza o lo status, mettendo al tempo stesso in discussione quei codici culturali che associano il valore personale alla capacità di esercitare controllo o difendere il proprio onore. Per i modelli di femminilità, l'intervento riguarda invece l'equilibrio tra cura e autonomia: rafforzare la capacità di definire confini nella reciprocità e mettere in discussione quei copioni relazionali che possono trasformare il sacrificio e la responsabilità per la tenuta del legame in aspettative implicite dell'identità.

In entrambi i casi, l'obiettivo non consiste nella sostituzione di un modello normativo con un altro, ma nella progressiva decostruzione delle aspettative rigide che associano il valore personale a ruoli relazionali gerarchici. Si tratta di promuovere pratiche educative e relazionali fondate sulla regolazione condivisa delle emozioni, sulla reciprocità, sull'autonomia e sulla responsabilità reciproca, riducendo le condizioni culturali che possono favorire la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze di genere.

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4. Le lacune del quadro normativo italiano

Le dinamiche di apprendimento sociale descritte nella Sezione 3 spiegano che i comportamenti coercitivi non rappresentano una deviazione o un’anomalia, ma si sviluppano all’interno di processi formativi transgenerazionali, fondati su dinamiche di controllo, asimmetria e gestione disfunzionale del potere affettivo che vengono appresi, interiorizzati e riprodotti nel tempo. Su questa base interpretativa, la Sezione 4 sposta l’analisi sul piano normativo, interrogando la capacità dell’ordinamento giuridico di intercettare una fenomenologia che non si presenta come episodica, ma come sequenza progressiva e strutturata di condotte apprese. In tale passaggio emerge una discrepanza rilevante tra la struttura reale del fenomeno e la sua rappresentazione giuridica. Ne deriva una frammentazione della lettura giuridica, che riduce la possibilità di cogliere la continuità causale e funzionale delle condotte all’interno della dinamica complessiva, soprattutto nei casi in cui l’esito lesivo rappresenta il punto di approdo di una progressione di comportamenti abusivi già consolidata. Il Codice Rosso (L. 69/2019) ha introdotto un rafforzamento significativo degli strumenti procedurali e sanzionatori in materia di violenza domestica, atti persecutori e lesioni gravi, prevedendo corsie preferenziali e una maggiore tempestività dell’intervento; tuttavia, permane una criticità strutturale, in quanto una parte rilevante delle condotte che costituiscono la violenza di genere e la violenza digitale continua a non essere riconosciuta in termini di autonomia tipologica, oppure viene assorbita in fattispecie principali senza adeguata valorizzazione della loro funzione causale all’interno del processo abusivo complessivo.

Tabella 6 — Tipologie di abuso, qualificazione giuridica, effetti prescrizionali e proposte di riforma

Tipologia di abusoReato autonomo?Rilievo prescrizionaleQualificazione giuridica e proposte di riforma
Violenza fisica✓ Sì, per le singole condotte tipizzatePrescrizione ordinaria; per i reati abituali la decorrenza è collegata alla cessazione della condottaLe condotte fisiche possono integrare diverse fattispecie, tra cui percosse, lesioni personali e maltrattamenti (artt. 581, 582 e 572 c.p.). La qualificazione dipende dalla condotta concreta e dalla sua reiterazione. Si propone una maggiore valorizzazione della natura abituale e progressiva delle condotte nei casi di maltrattamento sistematico.
Stalking✓ SìPrescrizione ordinaria; la fattispecie è fondata sulla reiterazione delle condotteAtti persecutori (art. 612-bis c.p.). La norma già prevede un aumento di pena quando il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici e, dal 17 dicembre 2025, un ulteriore aggravamento quando la condotta costituisce atto di controllo, possesso, dominio o limitazione della libertà della donna. Si propone un rafforzamento degli strumenti di prevenzione e tutela rispetto alle forme digitali e continuative della persecuzione. :contentReference[oaicite:1]{index=1}
Revenge porn✓ SìPrescrizione ordinaria; la diffusione digitale può protrarre gli effetti lesivi nel tempoDiffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (art. 612-ter c.p.). La fattispecie è autonoma e prevede aggravamenti, tra l'altro, quando il fatto è commesso da una persona legata alla vittima da relazione affettiva o mediante strumenti informatici o telematici. Si propone il rafforzamento degli strumenti di rimozione tempestiva e di tutela cautelare contro la reiterazione della diffusione. :contentReference[oaicite:2]{index=2}
Violenza sessuale✓ SìTermini prescrizionali ordinari rapportati alla pena edittale, con discipline specifiche nei casi previsti dalla leggeArt. 609-bis c.p., con aggravanti previste dall'art. 609-ter c.p. Dal 17 dicembre 2025 è espressamente prevista anche l'aggravante quando il fatto costituisce atto di controllo, possesso, dominio o limitazione delle libertà della donna. Si propone un rafforzamento della tutela processuale della persona offesa nei casi caratterizzati da coercizione relazionale e reiterazione. :contentReference[oaicite:3]{index=3}
Femminicidio (esito terminale)✓ Sì, dal 17 dicembre 2025Delitto punito con l'ergastolo nei casi previsti dall'art. 577-bis c.p.; disciplina prescrizionale non applicabile ai reati puniti con l'ergastoloArt. 577-bis c.p.: costituisce fattispecie autonoma quando la morte della donna è cagionata come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali. La norma è in vigore dal 17 dicembre 2025. L'analisi preventiva deve concentrarsi sulla sequenza di condotte che può precedere l'esito terminale. :contentReference[oaicite:4]{index=4}
Controllo coercitivo✗ No, allo stato attualeNon esiste una fattispecie autonoma: le singole condotte possono essere ricondotte a reati diversiIl controllo coercitivo non costituisce attualmente un reato autonomo nel codice penale italiano, ma può essere rilevante attraverso fattispecie quali maltrattamenti, atti persecutori, violenza privata, minacce e altri reati, a seconda delle condotte concretamente accertate. Nel 2026 la Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio ha proposto l'introduzione di una fattispecie autonoma di controllo coercitivo. :contentReference[oaicite:5]{index=5}
Sorveglianza digitale abusiva✗ No, come fattispecie autonomaRilevanza prescrizionale dipendente dal reato concretamente configuratoLe condotte di monitoraggio, controllo degli spostamenti, accesso abusivo a dispositivi o account e altre forme di intrusione digitale possono integrare diverse fattispecie penali, anche in concorso tra loro. Si propone una disciplina più organica della sorveglianza digitale esercitata nel contesto delle relazioni abusive, anche attraverso una specifica valorizzazione della sua funzione coercitiva.
Abuso economico✗ No, come fattispecie autonomaRilevanza prescrizionale dipendente dalle fattispecie concretamente configurateLa violenza economica può assumere rilievo nell'ambito di fattispecie già esistenti, in particolare nei maltrattamenti e nei reati contro il patrimonio o gli obblighi familiari, ma non costituisce attualmente un autonomo reato. Nel 2026 la Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio ha proposto di riconoscerla espressamente come modalità di integrazione dell'art. 572 c.p. e di rafforzarne la rilevanza penale. :contentReference[oaicite:6]{index=6}
Deepfake✓ Sì, dal 10 ottobre 2025Prescrizione ordinaria; la persistenza della diffusione non determina di per sé una protrazione illimitata del termineArt. 612-quater c.p.: punisce la diffusione senza consenso di immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, quando idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità e cagionino un danno ingiusto. La pena prevista è la reclusione da uno a cinque anni. La fattispecie riguarda la diffusione lesiva, non la semplice generazione del contenuto. :contentReference[oaicite:7]{index=7}
Sextortion✗ No, come fattispecie autonomaDipende dalla qualificazione delle condotte concretamente poste in essereLa sextortion può integrare, a seconda dei casi, estorsione, minaccia, atti persecutori, diffusione illecita di materiale sessualmente esplicito o altre fattispecie. Si propone una disciplina specifica delle condotte di coercizione digitale fondate sulla minaccia di diffusione di materiale intimo, soprattutto quando inserite in dinamiche relazionali abusive.
Doxing✗ No, come fattispecie autonomaRilevanza prescrizionale dipendente dalle fattispecie concretamente configurateLa diffusione intenzionale di dati personali può assumere rilevanza penale attraverso diverse fattispecie, a seconda delle modalità, delle finalità e delle conseguenze della condotta. Si propone una disciplina specifica per le forme di diffusione intenzionalmente lesiva dei dati personali finalizzate a esporre la vittima a persecuzione, intimidazione o rischio concreto.
Coercizione riproduttiva✗ No, come fattispecie generale autonomaQualificazione frammentata; decorrenza e prescrizione dipendono dalla fattispecie concretamente integrataIl fenomeno comprende condotte eterogenee dirette a limitare l'autodeterminazione riproduttiva, quali interferenze con la contraccezione, imposizione o ostacolo della gravidanza e altre forme di coercizione. L'ordinamento prevede oggi fattispecie specifiche per alcune condotte, tra cui l'interruzione di gravidanza non consensuale (art. 593-ter c.p.), ma non una fattispecie unitaria di coercizione riproduttiva. Si propone il riconoscimento organico della lesione dell'autonomia corporea e riproduttiva. :contentReference[oaicite:8]{index=8}
Gaslighting✗ NoRilevanza prescrizionale dipendente dalle condotte concretamente configurateIl gaslighting non costituisce una fattispecie autonoma. Le condotte di manipolazione psicologica possono assumere rilievo penale quando integrano, in relazione al caso concreto, maltrattamenti, atti persecutori, violenza privata, minacce o altre fattispecie. Si propone una maggiore capacità dell'ordinamento di riconoscere la funzione coercitiva delle condotte di manipolazione sistematica all'interno dei procedimenti per abuso relazionale.
Alterazione coercitiva dello stato di coscienza (drugging)✗ No, come fattispecie autonoma specificaLa rilevanza prescrizionale dipende dalla fattispecie concretamente integrata, tra cui l'art. 613 c.p. e, nei casi pertinenti, altri reatiL'ordinamento già punisce lo stato di incapacità procurato mediante somministrazione di sostanze o altri mezzi (art. 613 c.p.), oltre alle ulteriori fattispecie eventualmente integrate dalla condotta. Si propone una disciplina specifica delle condotte di somministrazione non consensuale finalizzate a facilitare ulteriori abusi, soprattutto nei contesti di violenza sessuale e controllo coercitivo.

Tabella 6: Elaborazione propria su base normativa, giurisprudenziale e criminologica (L. 69/2019, L. 168/2023, orientamenti della Corte di Cassazione penale, relazioni ISTAT e CNR). La matrice adottata è di tipo multi-assiale ed è stata aggiornata nell' ottobre 2025 e successivamente aggiornata il 30 settembre 2026 sulla base dell’evoluzione normativa. Individua diversi piani di vulnerabilità giuridicamente rilevanti (fisico, psicologico, economico, digitale, reputazionale e riproduttivo), al fine di evidenziare la natura progressiva e cumulativa delle condotte abusive e la loro attuale eterogenea qualificazione nell’ordinamento. La distinzione tra “reati autonomi” e “non tipizzati” riflette il grado di riconoscimento normativo delle singole fattispecie. Il riferimento al rilievo prescrizionale è inteso come indicatore sistemico di effettività della tutela penale, evidenziando come la mancata emersione o autonoma qualificazione delle condotte nelle fasi iniziali possa incidere sull’esercizio tempestivo dell’azione penale, con conseguente rischio di perdita di rilevanza giuridica del fatto e di ineffettività complessiva della risposta ordinamentale nei contesti di violenza relazionale e digitale.

La Tabella 6 svolge una funzione ricostruttiva del fenomeno, evidenziando un sistema di fattispecie che insistono su distinti assi di vulnerabilità e restituiscono la struttura della violenza come sequenza cumulativa e progressiva di abusi causalmente autonomi e spesso concorrenti. La rilevanza giuridica di tale sequenza non presuppone la stabilità del rapporto tra autore e vittima, ma l’esistenza di una dinamica causale riconoscibile, idonea a determinare una progressiva riduzione della capacità di autodeterminazione della persona offesa, anche in contesti non relazionali o episodici.

Il modello distingue le singole condotte in relazione agli assi su cui incidono — fisico, psicologico, economico, sociale, digitale, riproduttivo e reputazionale — mostrando come la violenza di genere non si esaurisca in un evento unitario, ma si configuri come processo composito di fattispecie tra loro interagenti. Nell’attuale ordinamento italiano tali condotte non sono, nella loro complessità, riconosciute come un’unica fattispecie autonoma di violenza di genere e vengono ricondotte a figure di reato differenti, aggravanti o elementi della fattispecie principale. Ne deriva una frammentazione che può attenuare la rilevanza autonoma delle singole condotte e ritardare l’attivazione della tutela penale.

Secondo questa logica, l’intervento tende a concentrarsi nella fase acuta del reato finale — maltrattamenti, violenza sessuale, fino al femminicidio — senza necessariamente intercettare l’intera sequenza che lo precede. A monte dell’epilogo possono collocarsi condotte dotate di propria struttura offensiva e di distinti effetti causali: controllo coercitivo, abuso economico, isolamento sociale, violenza psicologica, sorveglianza digitale abusiva, diffusione non consensuale di contenuti intimi, manipolazione identitaria digitale, sextortion, doxing, coercizione riproduttiva e gaslighting. Pur producendo effetti autonomi, tali condotte possono essere assorbite nella fattispecie principale o degradate a elementi accessori, con conseguente perdita di parte della loro rilevanza giuridica.

Le ipotesi di riforma prospettate in questa sezione muovono quindi dall’esigenza di riconoscere autonomamente condotte la cui offensività può manifestarsi ben prima dell’evento criminale e proseguire oltre di esso. Il riferimento è a un danno biopsicosociale progressivo e persistente, che attraversa la vittimizzazione e può sopravvivere all’evento finale, senza trovare sempre adeguata rappresentazione nei sistemi di rilevazione e tutela vigenti.

Alcuni casi di cronaca rendono visibile tale struttura. Il caso di Arianna Flagiello rappresenta un passaggio rilevante sul piano giurisprudenziale, anche alla luce della sentenza della Cassazione n. 44265/2021, che ha riconosciuto la configurabilità del reato di maltrattamenti aggravati dall’evento morte anche in relazione a un suicidio. Il pronunciamento mostra come la progressiva erosione dell’autonomia personale possa essere valutata all’interno di una dinamica causale cumulativa, nella quale il gesto estremo si colloca al termine di un deterioramento psichico progressivo e continuativo. In questa prospettiva, una qualificazione tempestiva delle condotte di controllo e sopraffazione avrebbe potuto consentire un intervento anticipato.

Il caso di Tiziana Cantone evidenzia invece lo scarto tra la rapidità della dimensione digitale e i tempi del diritto. La vicenda contribuì al dibattito che portò all’introduzione del cosiddetto “Codice Rosso” e del reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, previsto dall’art. 612-ter c.p.; sul piano processuale, tuttavia, l’indagine relativa alla sua morte si concluse con un’archiviazione, in assenza di elementi sufficienti a stabilire un nesso causale penalmente rilevante. All’epoca dei fatti, inoltre, il principio di legalità (nullum crimen sine lege) impediva di applicare retroattivamente una fattispecie incriminatrice non ancora esistente. Le condotte potevano quindi essere ricondotte a figure meno specifiche, come la diffamazione e la violazione della privacy, non concepite per rappresentare l’intera catena causale prodotta dalla diffusione virale di contenuti intimi.

La dimensione virale del contesto digitale introduce inoltre una responsabilità diffusa e frammentata: l’offensività può non essere riconducibile a un singolo agente, ma consolidarsi attraverso una molteplicità di soggetti che contribuiscono alla reiterazione e alla permanenza del pregiudizio. Il caso evidenzia così una difficoltà strutturale della tutela ex post: quando la responsabilità si disperde tra l’autore originario e una platea potenzialmente illimitata di fruitori, il danno può eccedere l’evento iniziale e diventare difficilmente ricomponibile in un’unica fattispecie penale.

I due casi, entrambi conclusi con il suicidio delle vittime, mostrano quindi due criticità differenti ma complementari. Flagiello evidenzia l’evoluzione del riconoscimento della causalità cumulativa all’interno di una sequenza di condotte abusive; Cantone mostra invece la difficoltà di ricomporre la frammentazione della responsabilità quando l’offesa si sviluppa nella dimensione digitale. In entrambi i casi, la violenza non coincide con il solo evento finale, ma con una successione di condotte progressive e stratificate i cui effetti possono estendersi ben oltre l’epilogo.

Ne consegue l’esigenza di un impianto normativo capace di rappresentare tale complessità eziologica, superando la tendenza a ricondurre i singoli atti vessatori a segmenti di un’unica condotta o a elementi accessori dell’evento finale. Il riconoscimento di fattispecie autonome e concorrenti consentirebbe di attribuire a ciascuna condotta la propria rilevanza offensiva e di considerare adeguatamente anche la reiterazione degli atti e la continuità del danno. In questa prospettiva, la qualificazione autonoma delle singole condotte potrebbe inoltre incidere sulla disciplina della prescrizione, evitando che lo scorrere del tempo renda irrilevante una sequenza di offese che non si esaurisce nell’epilogo più grave.

Le evidenze emerse dall’analisi empirica che ha ispirato questo lavoro confermano, infine, che gli effetti degli abusi di genere non si esauriscono nella fase della vittimizzazione attiva, ma possono cristallizzarsi in una dimensione post-relazionale che investe anche le famiglie e le reti affettive delle vittime non sopravvissute. Come si vedrà nelle sezioni successive, la scelta di alcune intervistate di rinunciare a future relazioni affettive non rappresenta soltanto una possibile strategia di protezione dal trauma, ma può essere letta anche come indicatore delle conseguenze persistenti di un sistema che fatica a riconoscere la cumulatività e la continuità del danno e, con essa, la piena tutela dell’autonomia personale.

4.1. Il fondamento del danno biopsicosociale per il passaggio da circostanza aggravante a reato autonomo

Il presupposto teorico su cui si fonda la necessità di riconoscere l'autonomia delle fattispecie trattate nel paragrafo precedente risiede nella natura multidimensionale dell'offesa. La violenza coercitiva non produce un danno unitario, ma colpisce il soggetto lungo tre direttrici simultanee, configurando quello che in ambito clinico e medico-legale è definito danno biopsicosociale: una lesione multidimensionale che aggredisce la persona abusata su assi distinti e non sovrapponibili alla sola integrità fisica. Mentre l'aggravante subordina l'offesa a un reato "principale" (solitamente violento), il riconoscimento del danno biopsicosociale permette di isolare tre livelli di lesività che giustificano la punibilità autonoma della condotta:

1) Dimensione biologica: l’esposizione prolungata al controllo e alla manipolazione determina una costante attivazione dei sistemi di risposta allo stress. Questo trauma cumulativo genera alterazioni neurobiologiche e psicosomatiche che costituiscono una lesione dell'integrità fisica, anche in assenza di percosse.

2) Dimensione psicologica: le condotte di gaslighting e manipolazione identitaria operano una frammentazione dell'autostima e una progressiva erosione dell'identità. Il danno, in questo alveo, si traduce nella perdita di fiducia nelle proprie capacità percettive, rendendo la vittima di abusi vulnerabile a ulteriori forme di dominio e manipolazione.

3) Dimensione sociale e autodeterminazione: l’abuso economico e l’isolamento sociale colpiscono la capacità della persona abusata di agire come soggetto autonomo e indipendente. Tale lesione non riguarda solo la sfera privata, ma neutralizza la sua partecipazione alla vita civile e professionale, rendendola socialmente invisibile e priva di una rete di protezione solida.

Seguendo questa logica, la proposta di trasformare le condotte coercitive da "circostanze aggravanti" a reati autonomi risponde all'esigenza di tutelare specificamente ciascuno di questi assi. Trattare l'isolamento sociale o l'abuso economico come elementi accessori del reato di maltrattamenti significa, di fatto, negare la rilevanza del danno alla capacità di autodeterminazione della donna, subordinando la sua libertà sociale alla sola integrità fisica.

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5. La vittimizzazione secondaria e il victim blaming: quando le istituzioni riproducono il danno

Ai vuoti normativi si aggiunge di frequente una criticità istituzionale e sociale distinta: la risposta alla violenza non sempre riesce a compensare le asimmetrie culturali che la legge intende correggere. Chi riceve la denuncia è spesso contaminato dai medesimi pregiudizi che generano e perpetuano l’abuso analogamente a quanto avviene sul piano collettivo e sociale: interrogatori e affermazioni implicitamente colpevolizzanti, attenzione rivolta alla condotta della vittima di abusi anziché dell’autore, pressioni per avvalorare la credibilità personale prima ancora che fattuale, deresponsabilizzazione dell’abusatore.

Questo fenomeno, noto in letteratura come victim blaming (colpevolizzazione della vittima), è stato ampiamente documentato nella psicologia sociale. La ricerca di Grubb e Turner (2012) ha dimostrato come l’adesione ai «miti dello stupro» e l’attribuzione di responsabilità alla vittima di abusi siano precursori sostanziali di approcci sfavorevoli in sede processuale.

Quando tali schemi interpretativi vengono incorporati nelle pratiche istituzionali di gestione della denuncia e, più in generale, nelle fasi procedurali e processuali, essi possono tradursi in forme di vittimizzazione secondaria.

Tale dinamica non si esaurisce nella dimensione individuale dell’interazione tra persona abusata e istituzioni, ma può assumere configurazioni più ampie nelle politiche di sicurezza e nelle pratiche di gestione del rischio, in cui l’onere della protezione viene progressivamente spostato sui bersagli della violenza.

Un caso emblematico, spesso citato in letteratura, è quello che si verificò nel 1977 durante le indagini sugli omicidi poi attribuiti al serial killer Peter Sutcliffe nel West Yorkshire, quando la polizia impose il coprifuoco alle donne della città di Leeds, lasciando al contempo intatta la libertà di movimento di tutti gli uomini.

Nel limitare la libertà delle potenziali vittime, le istituzioni trasferirono su di esse l’onere della sicurezza, lasciando inalterato il contesto che produceva il pericolo. Nel novembre dello stesso anno, manifestazioni coordinate in diverse città britanniche, sotto lo slogan «No curfew on women — curfew on men», diedero origine al movimento Reclaim the Night. La questione sollevata resta strutturalmente attuale: se il rischio è riconducibile a comportamenti o a soggetti identificati, perché l’onere di proteggersi continua a ricadere sulle potenziali vittime anziché sui potenziali aggressori?

In molti casi le istituzioni non si limitano a trasferire sul contesto di rischio la responsabilità della loro stessa sicurezza, ma producono veri e propri atti formali che supportano attivamente la cultura da cui la violenza origina, con il rischio di contribuire alla riproduzione di stereotipi giuridicamente irrilevanti.

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6. Il ruolo delle istituzioni e il rischio di riproduzione di stereotipi giuridicamente irrilevanti

Oltre le prassi colpevolizzanti descritte, il funzionamento istituzionale può cristallizzarsi in atti formali che validano attivamente la cultura del pregiudizio. L'esercizio della funzione giurisdizionale rischia così di riflettere rappresentazioni culturali estranee ai canoni di neutralità e razionalità richiesti dall’ordinamento. Più che di omissioni o vuoti di tutela, si tratta di una distorsione del ragionamento giuridico: l'inserimento, nelle motivazioni dei provvedimenti, di categorie extragiuridiche che — pur prive di valore normativo — condizionano la costruzione della prova e la percezione stessa della struttura della violenza nei processi decisionali. In letteratura è ampiamente dibattuto, a titolo d'esempio, un caso giurisprudenziale del 2019 relativo a una violenza sessuale di gruppo in cui la motivazione includeva elementi valutativi sull’aspetto fisico della persona offesa per metterne in dubbio la credibilità. Una simile argomentazione, oggetto di severa revisione dottrinale e pubblica, rappresenta un’interferenza marcata tra pregiudizi socio-percettivi e criteri giuridici di accertamento, con particolare riguardo alla delimitazione dei parametri rilevanti nella valutazione della prova. Il ricorso a simili stereotipi tradisce il divieto di introdurre parametri estranei alla tipicità della fattispecie penale, inquinando la ricostruzione del fatto con elementi di per sé irrilevanti.

Gli studi criminologici sulla selezione della potenziale vittima confermano, infatti, che le condotte abusive non rispondono a logiche di attrazione interpersonale, bensì a criteri di opportunità situazionale e riduzione del rischio. La vulnerabilità, dunque, non è una qualità individuale statica — né tantomeno un dato estetico — ma l'esito di precise dinamiche di sopraffazione. Non è la natura della «relazione» a definire la violenza, quanto la modalità di produzione o sfruttamento della vulnerabilità. Si delineano, a riguardo, due meccanismi speculari: da un lato, la produzione sistemica di vulnerabilità, propria del controllo coercitivo, dove la lesione è l'esito di una compressione progressiva dell'autodeterminazione; dall'altro, lo sfruttamento di una vulnerabilità contingente, riconducibile a una violenza di matrice opportunistica che interviene anche fuori dai perimetri intimi. In entrambe le ipotesi, l'aggressione segue logiche di vantaggio situazionale che dovrebbero aggravare la posizione dell'aggressore, non indebolire quella di chi subisce gli abusi, in quanto i tratti e i comportamenti della persona offesa sono del tutto estranei alla struttura del reato e alla sua prova.

Ne consegue l’esigenza di scindere rigorosamente le rappresentazioni socio-culturali dai criteri di rilevanza probatoria, per preservare la neutralità assiologica del giudizio e la sua riconducibilità ai canoni di legalità e controllabilità intersoggettiva. In questa prospettiva, l’accountability giurisdizionale si colloca nel perimetro della responsabilità professionale: se in altri ambiti ordinistici sono previsti meccanismi di sospensione o radiazione per condotte che tradiscono i presupposti etici e tecnici della funzione, appare necessario interrogarsi sull’adeguatezza degli strumenti disciplinari applicabili alla magistratura quando il ragionamento decisorio, dirottando la responsabilità sulla vittima di abusi o agevolando l'impunità del reo, si fonda su criteri manifestamente extra-giuridici.

Questa criticità non si esaurisce tuttavia nella dimensione strettamente giurisdizionale, ma si riflette in modo più ampio nella costruzione narrativa pubblica della violenza di genere.

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7. La narrazione distorta e la trasfigurazione mediatica dell’abuso

Una distorsione analoga a quella precedentemente trattata attraversa la narrativa pubblica sulla violenza di genere. La tendenza diffusa a rappresentare l’epilogo violento come imprevedibile e decontestualizzato — un «raptus», una «follia», un «gesto insano» — ne oscura la natura progressiva e la matrice culturale. In questo slittamento semantico, l’attenzione si sposta progressivamente dal gesto primordiale al confezionamento narrativo: non più un atto da qualificare, ma un apparato da ricostruire — «passione», «gelosia», «aveva chiesto il divorzio». Ne emerge un meccanismo involontario di deresponsabilizzazione dell’autore, che opera su due piani paralleli. Sul piano individuale, si percepisce un automatismo che induce a scandagliare la condotta della persona abusata alla ricerca di elementi che ne attenuino la credibilità. Sul piano collettivo, la responsabilità della prevenzione tende a essere trasferita su chi è esposto al rischio. Il report dell’Osservatorio STEP, basato sull’analisi di 2.350 articoli pubblicati su 26 testate italiane, evidenzia pattern narrativi ricorrenti: la violenza viene descritta come «raptus» nel 34% dei casi, mentre persiste una rappresentazione empatica dell’autore — il cosiddetto himpathy[1] — che ne attenua la responsabilità attraverso formule ricorrenti come «era fragile», «era disperato», «l’amava troppo». Accanto a questa prassi narrativa, si osserva una dinamica complementare: quando l’atto eccede ciò che può essere reso discorsivamente accettabile, l’autore viene ricondotto alla figura del «mostro».

L’umanizzazione assolve l’autore della violenza, la patologizzazione lo esclude socialmente — ma entrambe assolvono il compito di preservare intatta la matrice sociale, culturale e istituzionale che ha reso il crimine possibile.

La ricerca di Pinelli e Zanchi (2021) mostra come le costruzioni sintattiche contribuiscano a ridurre la responsabilità attribuita all’autore del fatto: l’uso di forme passive, costruzioni anticausative e nominalizzazioni tende a dissolvere l’attore principale nell’evento, mentre la vittima viene esposta a processi di rivittimizzazione. In questa logica, il linguaggio non si limita a descrivere la violenza, ma partecipa attivamente alla sua organizzazione percettiva.

Tabella 7 — Strategie di distorsione linguistica nella rappresentazione mediatica della violenza e loro correzione in termini di agency e responsabilità

Meccanismo linguisticoTitolo distorto (l’alibi)Titolo corretto (il gesto)Effetto della distorsione
Forma passiva«Donna uccisa in casa: l’ennesima tragedia»«Uomo uccide la compagna nel loro appartamento»Sposta il focus sulla vittima rendendo l’autore un’ombra.
Anticausativa«La lite è finita nel sangue: morto lui, ferita lei»«Tenta di uccidere la moglie e poi si toglie la vita»Presenta la violenza come evento che «accade» da solo, senza un colpevole.
Nominalizzazione«L’omicidio di [Nome]: il giallo del movente»«Femminicidio a [Luogo]: l’uomo ha confessato il delitto»Trasforma un’azione violenta in un concetto astratto, congelando la responsabilità.
Esegesi di giustificazione«L’amava troppo: accecato dalla gelosia la colpisce»«Uccide la partner: l’atto come culmine di un controllo ossessivo»Sostituisce il reato con un sentimento, mitizzando l’abuso.
Umanizzazione (himpathy)«Il dramma del gigante buono: era depresso per il lavoro»«Aggressione e maltrattamenti: arrestato il marito»Sposta la pietà pubblica sulla «fragilità» dell’autore anziché sul danno alla vittima.

Elaborazione propria, fondata su analisi del framing mediatico della violenza di genere e delle strategie di attribuzione dell’agency, basata su letteratura di media studies e criminologia della rappresentazione (Goffman, 1974; Entman, 1993; Fairclough, 1995; Meyers, 1997) e sulla Convenzione di Istanbul (2011), art. 17.

L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul richiama il ruolo dei media e degli attori del settore della comunicazione nella prevenzione e nel contrasto della violenza contro le donne, includendo l’obbligo di promuovere una rappresentazione non stereotipata degli atti di violenza e dei loro autori, al fine di evitare la naturalizzazione o la depersonalizzazione delle condotte violente.

  1. Himpathy: termine coniato dalla filosofa Kate Manne nel suo libro Down Girl: The Logic of Misogyny (Oxford University Press, 2018). Designa la compassione sproporzionata e ingiustificata verso uomini che commettono atti di violenza domestica o sessuale. ↑

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8. La rivoluzione incompiuta: i dati emersi dalle testimonianze

Come abbiamo visto, nel corso delle interviste è emerso un elemento strutturale inatteso: in nessuno dei casi esaminati l’esperienza relazionale risulta del tutto estranea a dinamiche riconducibili al coercive control, sebbene con differenti gradi di intensità, durata e configurazione.

Sotto il profilo metodologico, tutte le intervistate riferiscono di aver vissuto, nel presente o nel passato, almeno una relazione segnata da forme di controllo coercitivo. Solo una quota marginale dei casi (5–7%) riferisce di avere attualmente una relazione solida e non riconducibile a tali dinamiche, mentre l’esperienza abusiva appartiene al passato. Il corpus empirico non intercetta quindi esperienze relazionali “neutre” rispetto al fenomeno, ma traiettorie biografiche esposte, in differenti fasi del ciclo di vita, a configurazioni di abuso relazionale.

Le narrazioni raccolte non restituiscono episodi isolati, bensì un fenomeno strutturale e ricorrente delle relazioni intime contemporanee, coerente con la concezione del controllo coercitivo quale dispositivo sistemico di limitazione dell’autonomia della partner. Tensione costante, assunzione della cura del partner come lavoro relazionale invisibile, riduzione progressiva degli spazi di autodeterminazione, gaslighting[2], violazioni della privacy, sorveglianza normalizzata, umiliazioni e controllo economico emergono come pratiche interdipendenti all’interno di un processo cumulativo di erosione dell’autodeterminazione.

L’uscita da una relazione segnata da tali dinamiche non viene quindi percepita come la semplice conclusione di un legame affettivo, ma come una transizione dalla perdita di soggettività a un progressivo processo di riappropriazione dell’autonomia personale. Il benessere e il sollievo successivamente raggiunti non coincidono con la mera assenza di desiderio affettivo: rappresentano una conquista consapevole che modifica la percezione del rischio e il significato attribuito all’intimità.

In molti casi, questa consapevolezza si traduce nella sospensione della progettualità affettiva, scelta orientata a preservare la condizione di benessere e autonomia riconquistata. Si riduce la soglia di tolleranza nei confronti di possibili dinamiche abusive e, parallelamente, aumentano gli standard di selezione relazionale e le aspettative di sicurezza. A ciò si accompagna una presa di distanza critica dai copioni romantici interiorizzati e una forma di razionalità situata, maturata attraverso l’esperienza del controllo coercitivo e la successiva comprensione delle sue logiche.

La sicurezza personale emerge così come categoria socialmente costruita, disegualmente distribuita e in larga misura privatizzata. La gestione del rischio relazionale continua infatti a essere ricondotta alla responsabilità individuale attraverso dispositivi culturali che possono produrre forme sottili di colpevolizzazione della vittima. In assenza di risorse culturali e di tutela collettiva e istituzionale sufficienti, la risposta adattiva non assume la forma di un modello prescrittivo di comportamento, ma della sospensione della progettualità affettiva come forma di reazione, consapevolezza e responsabilità personale, maturata in un contesto relazionale strutturalmente asimmetrico.

Questa dinamica si inserisce in una più ampia rappresentazione culturale del rischio, che tende a proiettare il “pericolo” nello spazio pubblico e a concentrarlo sui comportamenti individuali femminili, producendo una sovraenfasi preventiva sul controllo della condotta e, parallelamente, una sottorappresentazione della dimensione relazionale e domestica della violenza. La sicurezza viene così costruita come responsabilità della potenziale vittima, mentre rimane meno visibile il contesto relazionale nel quale il rischio può prodursi, consolidarsi e diventare sistemico.

I dati emersi dalle testimonianze risultano inoltre coerenti, sul piano qualitativo, con le evidenze epidemiologiche e criminologiche disponibili, che mostrano la forte concentrazione della violenza di genere nella sfera delle relazioni affettive e familiari (ISTAT, 2023; WHO, 2021). La convergenza tra livello empirico e dati istituzionali riguarda quindi soprattutto la localizzazione strutturale del fenomeno. Non ne deriva tuttavia una piena equivalenza quantitativa, poiché i sistemi di rilevazione ufficiale registrano prevalentemente le manifestazioni formalizzate — denunce, accessi ai servizi e qualificazioni giuridiche degli eventi — lasciando in larga misura non contabilizzate le forme non denunciate, intermittenti o non immediatamente riconosciute come violenza. Ne risulta una sottorilevazione sistemica della violenza di genere, che contribuisce a rendere meno visibili le sue dimensioni continuative e relazionali.

  1. Gaslighting: forma di manipolazione psicologica attraverso la quale una persona viene indotta a dubitare delle proprie percezioni, dei propri ricordi o della propria interpretazione degli eventi mediante negazioni, distorsioni e menzogne reiterate. Il termine deriva dal film Gaslight (1944) ed è oggi utilizzato in diversi ambiti, compresi quelli clinico e giuridico, per descrivere specifiche dinamiche di manipolazione e controllo. ↑

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9. Oltre la violenza intima: violenza di genere situazionale / episodica

Se nell’ambito della relazione intima l’opportunismo predatorio si struttura attraverso l’accesso continuativo alla vittima e la gestione progressiva dell’asimmetria relazionale, nei contesti extrafamiliari e nelle relazioni sociali allargate — amici, conoscenti, colleghi e situazioni di socialità informale — esso si realizza attraverso l’intercettazione o la costruzione di condizioni situazionali favorevoli all’azione violenta e/o all’abuso. Il perpetratore può sfruttare una ridotta soglia di vigilanza, una fiducia situazionale o una condizione di isolamento, creando un’asimmetria di potere funzionale alla sopraffazione. In altri casi, tali condizioni vengono direttamente prodotte, come nelle situazioni di somministrazione di sostanze o alterazione dello stato di coscienza, nelle quali la vulnerabilità diviene premessa dell’azione violenta.

Quando non esiste alcun legame pregresso, la condotta può assumere una forma ancora più direttamente opportunistica: il perpetratore individua o crea condizioni di esposizione, isolamento o ridotta capacità di opposizione. La vulnerabilità situazionale non costituisce quindi una proprietà della persona, ma l’esito dell’interazione tra contesto, spazio e distribuzione asimmetrica delle risorse di potere. In questa prospettiva, la violenza può tanto intercettare una vulnerabilità già presente quanto contribuire a produrla attraverso isolamento, alterazione della consapevolezza o riduzione delle possibilità di autonomia e di uscita dalla situazione.

L’elemento costante, nelle diverse configurazioni osservate, non è dunque il tipo di relazione, ma la funzione dell’azione violenta: esercitare controllo e dominio sfruttando una condizione di esposizione della vittima. Le diverse forme di prossimità sociale costituiscono il contesto operativo nel quale tale dinamica può attivarsi, ma non ne modificano la struttura causale.

Ne consegue che la violenza di genere non è riconducibile né alla qualità della relazione in cui si manifesta né a caratteristiche della vittima in quanto tali, ma a una matrice socio-culturale e comportamentale nella quale la condotta violenta può configurarsi come modalità appresa e funzionale di esercizio della dominanza, dello status e del controllo. Come già evidenziato nella sezione 3, tale matrice si fonda sulla normalizzazione dell’uso strumentale dell’altro e sulla trasformazione delle differenze di potere in opportunità di sopraffazione. La violenza non emerge quindi come semplice deviazione rispetto a un ordine relazionale neutro, ma può essere favorita da pratiche sociali che rendono possibile, tollerano o legittimano l’oggettivazione dell’altro.

Il nucleo del fenomeno non risiede pertanto nella relazione, ma nella condotta del perpetratore e nella sua capacità di attivare repertori coercitivi in presenza di asimmetrie relazionali o situazionali. La responsabilità dell’atto rimane integralmente in capo a chi lo compie: la vulnerabilità della vittima, sia essa preesistente o prodotta dalla situazione, non costituisce mai una condizione imputabile alla persona offesa.

La violenza di genere si configura così, anche al di fuori della sfera intima, come esercizio del potere attraverso la trasformazione della vulnerabilità situazionale dell’altro in occasione di controllo, sfruttamento e sopraffazione.

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9. Oltre la violenza intima: violenza di genere situazionale / episodica

Se nell’ambito della relazione intima l’opportunismo predatorio si struttura attraverso l’accesso continuativo alla vittima e la gestione progressiva dell’asimmetria relazionale, nei contesti extrafamiliari e nelle relazioni sociali allargate — amici, conoscenti, colleghi e situazioni di socialità informale — esso si realizza attraverso l’intercettazione o la costruzione di condizioni situazionali favorevoli all’azione violenta e/o all’abuso. Il perpetratore può sfruttare una ridotta soglia di vigilanza, una fiducia situazionale o una condizione di isolamento, creando un’asimmetria di potere funzionale alla sopraffazione. In altri casi, tali condizioni vengono direttamente prodotte, come nelle situazioni di somministrazione di sostanze o alterazione dello stato di coscienza, nelle quali la vulnerabilità diviene premessa dell’azione violenta.

Quando non esiste alcun legame pregresso, la condotta può assumere una forma ancora più direttamente opportunistica: il perpetratore individua o crea condizioni di esposizione, isolamento o ridotta capacità di opposizione. La vulnerabilità situazionale non costituisce quindi una proprietà della persona, ma l’esito dell’interazione tra contesto, spazio e distribuzione asimmetrica delle risorse di potere. In questa prospettiva, la violenza può tanto intercettare una vulnerabilità già presente quanto contribuire a produrla attraverso isolamento, alterazione della consapevolezza o riduzione delle possibilità di autonomia e di uscita dalla situazione.

L’elemento costante, nelle diverse configurazioni osservate, non è dunque il tipo di relazione, ma la funzione dell’azione violenta: esercitare controllo e dominio sfruttando una condizione di esposizione della vittima. Le diverse forme di prossimità sociale costituiscono il contesto operativo nel quale tale dinamica può attivarsi, ma non ne modificano la struttura causale.

Ne consegue che la violenza di genere non è riconducibile né alla qualità della relazione in cui si manifesta né a caratteristiche della vittima in quanto tali, ma a una matrice socio-culturale e comportamentale nella quale la condotta violenta può configurarsi come modalità appresa e funzionale di esercizio della dominanza, dello status e del controllo. Come già evidenziato nella sezione 3, tale matrice si fonda sulla normalizzazione dell’uso strumentale dell’altro e sulla trasformazione delle differenze di potere in opportunità di sopraffazione. La violenza non emerge quindi come semplice deviazione rispetto a un ordine relazionale neutro, ma può essere favorita da pratiche sociali che rendono possibile, tollerano o legittimano l’oggettivazione dell’altro.

Il nucleo del fenomeno non risiede pertanto nella relazione, ma nella condotta del perpetratore e nella sua capacità di attivare repertori coercitivi in presenza di asimmetrie relazionali o situazionali. La responsabilità dell’atto rimane integralmente in capo a chi lo compie: la vulnerabilità della vittima, sia essa preesistente o prodotta dalla situazione, non costituisce mai una condizione imputabile alla persona offesa.

La violenza di genere si configura così, anche al di fuori della sfera intima, come esercizio del potere attraverso la trasformazione della vulnerabilità situazionale dell’altro in occasione di controllo, sfruttamento e sopraffazione.

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11. Gli interventi istituzionali possibili: prevenzione, accompagnamento e interruzione

La prevenzione, l’interruzione e la riduzione della violenza di genere richiedono un sistema di interventi articolato per fasi, destinatari e livelli di governance. La letteratura e l’evidenza empirica indicano che l’efficacia dipende dalla loro integrazione sistemica, più che dall’adozione di misure isolate.

La prevenzione primaria — volta a ridurre l’incidenza del fenomeno prima della sua manifestazione — rappresenta, nel contesto italiano, uno degli ambiti maggiormente disomogenei. Il rapporto IRPPS-CNR (2019) ha evidenziato significative differenze territoriali nell’attuazione delle disposizioni sull’educazione alla parità previste dalla legge 107/2015. Anche la distribuzione delle risorse destinate alla prevenzione ha evidenziato nel tempo una limitata incidenza rispetto agli interventi successivi all’emersione della violenza.

Per quanto riguarda gli autori di violenza, il decreto del Ministero della Giustizia del 22 gennaio 2025 ha definito i criteri per l’accreditamento dei Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV), introducendo un quadro regolatorio uniforme. La letteratura internazionale sugli interventi trattamentali evidenzia tuttavia effetti mediamente contenuti sulla recidiva e sostiene l’opportunità di modelli differenziati in funzione dei profili di rischio e dei fattori criminogeni.

Sul piano preventivo, programmi strutturati di educazione alle relazioni hanno prodotto risultati positivi. Il programma Fourth R, sviluppato in Canada (Crooks et al., 2009), ha mostrato una riduzione dei comportamenti aggressivi tra adolescenti attraverso un curriculum centrato su competenze relazionali, consenso e gestione del conflitto. L’esperienza evidenzia l’utilità di interventi precoci e continuativi integrati nei sistemi educativi.

La Tabella 8 formalizza un modello integrato multistadio di intervento, articolato in sei domini operativi interdipendenti che seguono il fenomeno nelle sue dimensioni temporale, relazionale e istituzionale. Il modello integra quattro fasi — prevenzione, emersione, interruzione e post-intervento — con diversi destinatari e livelli istituzionali, affiancandoli a tre assi trasversali: prevenzione strutturale, gestione del rischio e continuità del trattamento.

La violenza di genere viene così trattata come un processo dinamico e cumulativo, intercettabile attraverso dispositivi differenziati ma interdipendenti. Ogni livello risponde a una funzione specifica — trasformazione culturale, identificazione precoce, modificazione comportamentale, contenimento del rischio, protezione e recupero — e contribuisce all’efficacia complessiva solo se integrato in un sistema coerente.

Tabella 8 — Modello LIM-PI (Livelli Integrati Multistadio per la Prevenzione e l’Interruzione della violenza di genere)

Livello di interventoObiettivoDestinatariStrumenti / interventiAttori istituzionali
Prevenzione primariaCultura e educazioneModificare i modelli socio-culturali che rendono possibile la violenza prima che si manifesti.Bambini, adolescenti, giovani adulti; insegnanti e formatori.Educazione affettiva e sessuale comprensiva (CSE/OMS; integrazione curricolare ≥20h/anno) in ogni ordine scolastico – Formazione docenti su stereotipi di genere (moduli certificati, aggiornamento periodico) – Campagne culturali rivolte ai potenziali autori (frame non stigmatizzanti, progettazione orientata alla riduzione della reattanza) – Programmi di educazione alle relazioni nelle scuole secondarie (valutazione pre/post).
  • MIUR / Uffici scolastici regionali
  • Dipartimento Pari Opportunità
  • Comuni e Regioni
  • Terzo settore specializzato
Prevenzione secondariaRiconoscimento precoceIntercettare i segnali di rischio prima che il comportamento abusivo si consolidi.Uomini a rischio; coppie in crisi; professionisti di primo contatto.Sportelli di ascolto per uomini in difficoltà relazionale (accesso volontario, setting non giudicante per riduzione della reattanza) – Valutazione del rischio strutturata (SARA, DASH) nelle forze dell’ordine – Formazione dei MMG al riconoscimento di indicatori di violenza domestica (screening sistematico).
  • ASL / Aziende Sanitarie
  • Forze dell’ordine
  • Servizi sociali comunali
Autori di abusiPercorso di cambiamentoSostenere il cambiamento comportamentale nei soggetti che commettono abusi (intervento terziario su perpetratori).Autori o potenziali autori denunciati o auto-segnalati.Programmi CUAV strutturati (TTM stadio-specifico, ACT, psicoeducazione, approccio non stigmatizzante per contenimento della reattanza) – Psicoterapia individuale per gestione della rabbia (monitoraggio progressi) – Coordinamento con CAV per monitoraggio sicurezza della partner.
  • CUAV (pubblici e privati accreditati)
  • ASL / Consultori
  • Associazione RELIVE
InterruzioneIntervento giudiziarioInterrompere la violenza in atto e proteggere la vittima di abusi attraverso misure coercitive tempestive.Autori di reato; vittime in fase di crisi acuta.Codice Rosso (L. 69/2019; tempestività attivazione procedurale) – Misure cautelari: allontanamento, divieto di avvicinamento, braccialetto elettronico (monitoraggio violazioni) – Percorsi di recupero come prescrizione accessoria alla sospensione condizionale della pena, con verifica del completamento ai fini della conferma del beneficio.
  • Autorità Giudiziaria (PM, GIP, GUP)
  • Forze dell’ordine
  • Ministero della Giustizia
Riduzione recidivaPostcondannaRidurre la probabilità di nuovi episodi violenti attraverso trattamento continuativo.Autori condannati, in esecuzione di pena o in misura alternativa.Programmi trattamentali intramurali negli istituti penitenziari – Percorsi postcarcerari con presa in carico integrata (CUAV + UEPE) – Monitoraggio degli esiti a lungo termine con indicatori standardizzati.
  • DAP / Istituti penitenziari
  • UEPE
  • CUAV accreditati
Supporto vittimeFase acuta e uscitaGarantire protezione immediata, accesso ai servizi e supporto al percorso di uscita dalla violenza.Donne vittime di violenza e figlie/figli coinvolti.Centri Antiviolenza (CAV): accoglienza, orientamento legale, supporto psicologico – Case rifugio – Reddito di libertà (contributo economico per l’autonomia) – Percorsi di reinserimento lavorativo e abitativo.
  • CAV e case rifugio (D.i.Re e reti nazionali)
  • INPS (Reddito di libertà)
  • Comuni e Regioni
Prevenzione terziariaFormazione professionistiTrasformare ogni punto di contatto istituzionale in un’opportunità di intervento.Operatori sanitari, forze dell’ordine, magistratura, assistenti sociali, insegnanti, avvocati.Formazione obbligatoria su riconoscimento, assessment del rischio e protocolli di invio – Linee guida condivise per la gestione interdisciplinare dei casi – Protocolli integrati tra ospedale, forze dell’ordine e CAV.
  • Ministero della Salute / Regioni
  • Ministero dell’Interno
  • CSM
  • Ordini professionali

Fonte: Elaborazione propria di Roberta Limone su: Convenzione di Istanbul (2011); normativa italiana vigente (L. 69/2019, L. 168/2023, D.M. 22/01/2025); IRPPS-CNR (2017); VIVA-CNR (2024).

Nel suo insieme, il modello LIM-PI definisce un’architettura integrata dell’intervento sulla violenza di genere, articolata lungo prevenzione, emersione, interruzione, trattamento e protezione. La sua efficacia non dipende tuttavia dalla singola misura, ma dalla capacità dei diversi dispositivi di operare in continuità, attraverso procedure condivise e collegamenti effettivi tra i livelli educativo, sanitario, sociale e giudiziario.

È in questo punto che assume rilevanza la comunicazione rivolta agli autori di comportamenti violenti: un intervento può infatti essere formalmente disponibile senza produrre cambiamento se il modo in cui viene presentato ne ostacola l’accesso, la comprensione o l’assunzione di responsabilità. La Tabella 9, riportata in appendice, analizza quindi i principali frame comunicativi e le strategie orientate a ridurre la reattanza e favorire l’attivazione di processi di consapevolezza e cambiamento comportamentale.

La comunicazione preventiva richiede, in questa prospettiva, di intervenire sul comportamento senza cristallizzare il soggetto nella sua identità: descrivere la condotta, renderne esplicite le conseguenze e rafforzare la percezione di autoefficacia possono contribuire a creare condizioni più favorevoli all’assunzione di responsabilità e al cambiamento (Bandura, 1997; Ajzen, 1991; Tangney et al.).

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11.1. Appendice — «Riscrivere le relazioni»: campagna di prevenzione per autori di violenza

Gli autori di comportamenti coercitivi e violenti possono mostrare resistenze all’accesso spontaneo ai percorsi di cambiamento e tendono, in misura variabile, a minimizzare, ridefinire o giustificare il proprio comportamento. Le testimonianze raccolte nel corso della ricerca evidenziano con particolare nitidezza come i tradizionali dispositivi relazionali fondati sull’attivazione del senso di colpa — esplicitazione della sofferenza, richieste di responsabilizzazione, confronto emotivo o appelli empatici — non emergessero come leve regolative sufficientemente stabili o efficaci nel modificare il comportamento coercitivo. Nelle dinamiche descritte, la sofferenza prodotta non sembrava acquisire una funzione regolativa capace di interrompere o ridefinire stabilmente il comportamento abusivo; al contrario, il tentativo di attivare consapevolezza morale produceva frequentemente negazione, svalutazione, inversione di responsabilità o escalation aggressiva. Le scuse, quando presenti, apparivano prevalentemente intermittenti, contingenti e funzionali: orientate al ripristino del controllo relazionale, alla riduzione del conflitto o alla prevenzione dell’abbandono, più che espressione di un processo trasformativo stabile.

In tale quadro, un dispositivo comunicativo fondato prevalentemente sull’attivazione di rimorso, identificazione empatica o vergogna morale potrebbe risultare insufficiente e, in determinati contesti coercitivi, persino controproducente. Le tradizionali campagne di prevenzione rivolte esclusivamente alle potenziali vittime di abusi risultano epistemologicamente parziali quando trasferiscono implicitamente su di esse il compito di riconoscere il rischio, proteggersi e interrompere la dinamica abusiva. Per superare tale limite, si è ritenuto necessario elaborare un dispositivo comunicativo capace di rivolgersi direttamente agli autori, senza assumere come condizione preliminare l’empatia, il senso di colpa o il riconoscimento della sofferenza altrui — dimensioni che, nelle testimonianze raccolte, risultavano frequentemente instabili o neutralizzate all’interno della dinamica coercitiva.

La Campagna qui presentata non si fonda dunque su registri moralizzanti, terapeutici o prescrittivi, né su appelli alla coscienza individuale, ma sulla progressiva ristrutturazione del significato culturale associato ai comportamenti coercitivi. In coerenza con la teoria della reattanza psicologica (Brehm, 1966), l’impianto evita forme dirette di ingiunzione o stigmatizzazione identitaria che possono attivare resistenze difensive; in dialogo con gli studi sul moral disengagement (Bandura, 1999), non presuppone la disponibilità dell’autore a riconoscersi immediatamente responsabile; in linea con la coercive control theory (Stark, 2007), il fuoco dell’intervento si sposta dal singolo episodio alla struttura sistemica del controllo come pattern relazionale. Il modello considera inoltre i processi di disregolazione emotiva e di attivazione difensiva descritti nella letteratura sulla violenza interpersonale, senza assumere specifici modelli neurobiologici come evidenze consolidate né trasformare tali processi in spiegazioni deterministiche del comportamento.

L’obiettivo non è produrre confessione, pentimento o adesione morale, bensì interrompere la legittimazione simbolica di condotte frequentemente interpretate — dall’autore stesso e dall’ambiente circostante — come segnali di amore, protezione, intensità emotiva, forza, autorevolezza o stabilità relazionale. Seguendo questa logica, la Campagna agisce non sull’identità clinica dell’autore — che non viene nominata né patologizzata direttamente — ma su due piani simultanei e complementari: da un lato la leggibilità sociale del comportamento, rendendo immediatamente riconoscibili le logiche di dominio, restrizione e regolazione coercitiva che strutturano molte forme di abuso relazionale; dall’altro il sistema interno di competenze, dignità, autorevolezza e immagine di sé del perpetratore, mostrando come il bisogno di controllo produca progressivamente perdita di reciprocità, rigidità relazionale, dipendenza dal monitoraggio, incapacità di reggere il confronto, riduzione dell’autonomia emotiva ed erosione della libertà relazionale. In questo senso, il costo del comportamento coercitivo non viene presentato come sanzione morale esterna, ma come contraddizione interna rispetto agli stessi obiettivi — stabilità, legame, rispetto, riconoscimento, autorevolezza — che il perpetratore dichiara di perseguire. L’impianto integra altresì la teoria delle norme sociali e i modelli contemporanei sulla mascolinità egemonica e sulla regolazione del Sé (Kernberg, 1975; Campbell et al.), nella consapevolezza che il controllo coercitivo può alimentarsi di script culturali condivisi che ne rendono meno immediatamente riconoscibile la natura abusiva tanto all’autore quanto all’osservatore esterno.

Gli slogan della Campagna sono costruiti come micro-dispositivi di inversione simbolica: evitano etichette patologizzanti o accuse dirette, ma destabilizzano implicitamente l’associazione culturale tra coercizione e potere, tra gelosia e intensità affettiva, tra sorveglianza e cura, tra violenza e forza, tra intimidazione e autorevolezza. Il frame dominante — il reframe inversivo del movente — opera mostrando sistematicamente come ogni comportamento coercitivo produca l’esatto contrario di ciò che il perpetratore dichiara di voler ottenere: non ascolto ma attivazione della paura, non legame ma dipendenza forzata, non stabilità ma sorveglianza continua, non autorevolezza ma incapacità di sostenere il confronto, non vicinanza ma progressiva restrizione della libertà reciproca. Il dispositivo comunicativo agisce pertanto simultaneamente sull’autore potenziale, sull’osservatore esterno e sul contesto culturale entro cui i comportamenti coercitivi acquisiscono tollerabilità, giustificazione o desiderabilità simbolica. La Campagna si configura quindi come intervento preventivo di tipo culturale e cognitivo, informato dalla letteratura sui processi motivazionali, sulla reattanza e sui meccanismi di legittimazione della violenza, orientato non alla colpevolizzazione morale dell’autore, ma alla de-normalizzazione sociale dei meccanismi coercitivi e alla costruzione di una maggiore riconoscibilità pubblica delle dinamiche abusive, riducendo lo spazio simbolico entro cui tali comportamenti possono essere esercitati, rivendicati o minimizzati.

Tabella 9 — «Riscrivere le relazioni»: campagna per autori di violenza, analisi degli slogan

TemaSloganAncoraggio teoricoFrame psicologico dominanteReattanza attesaEfficacia attesa
Violenza / confronto «Picchiare o urlare non ti fa vincere il conflitto. Dimostra solo che con le parole e con la calma non reggi il confronto.» Disregolazione emotiva e difficoltà di gestione del conflitto; teoria del confronto sociale (Festinger, 1954) Reframe inversivo; costo di competenzaUsa la logica interna del perpetratore contro sé stesso. Bassa Alta*
Ciclo — luna di miele «Un regalo dopo uno schiaffo non è un cambiamento. È solo una pausa prima della prossima violenza.» Ciclo della violenza (Walker, 1979); dinamiche di rinforzo intermittente e legame traumatico Consciousness-raisingDemistifica la fase di riconciliazione senza ricorrere alla stigmatizzazione. Molto bassa Alta*
Ciclo — recidiva «Se la colpisci e poi le compri un regalo, stai solo provando a manipolarla. Ogni volta che ti perdona, scommette sulla parte migliore di te. Ogni volta che ricominci, le dimostri che ha torto.» Pattern ciclico della violenza (Walker, 1979); rinforzo intermittente e dinamiche di legame traumatico Perspective-takingRende visibile la dissonanza tra fiducia accordata e reiterazione del comportamento. Media Alta*
Controllo coercitivo «Il controllo ossessivo dell’altro non elimina la tua ansia. La amplifica e distrugge la tua dignità.» Coercive control theory (Stark, 2007); letteratura su ansia di attaccamento e regolazione emotiva Reframe inversivo; costo identitarioNomina il possibile meccanismo interno e restituisce il costo al perpetratore. Molto bassa Alta*
Abuso psicologico «Svalutare e umiliare gli altri non ti rende superiore. Ti fa solo apparire privo di empatia.» Abuso psicologico/emotivo (Loring, 1994); letteratura sui processi di legittimazione e disimpegno morale Reframe inversivoRovescia il movente dichiarato — il bisogno di superiorità — senza formulare una diagnosi. Bassa Medio-alta*
Svalutazione quotidiana «Sminuire i suoi successi e criticare ogni sua scelta non ti rende migliore. Dimostra solo che hai bisogno di rimpicciolirla per sentirti alla sua altezza.» Regolazione dell’autostima e del Sé; moral disengagement (Bandura, 1999) Costo identitarioSmonta il bisogno di superiorità senza trasformarlo in una diagnosi clinica. Bassa Alta*
Umiliazione pubblica «Se umili il tuo partner davanti a famiglia e amici, stai provando a demolirla davanti alle persone a cui tiene di più. Nessun amore sopravvive intatto a questa distruzione.» Abuso psicologico ed emotivo (Loring, 1994); umiliazione e dominanza nelle relazioni abusive Costo relazionaleRende esplicita la conseguenza relazionale della condotta senza ricorrere alla colpevolizzazione morale. Bassa Alta*
Screditazione pubblica «Raccontare agli altri che lei è instabile o esagerata non migliora l'opinione che gli altri hanno di te. Stai solo costruendo il tuo alibi prima del prossimo abuso.» Moral disengagement (Bandura, 1999); DARVO (Freyd, 1997) Consciousness-raisingRende riconoscibile la funzione di screditamento preventivo della condotta. Media Medio-alta*
Gaslighting «Se devi mentire o alterare la sua memoria per vincere un confronto, hai già perso sul piano del merito.» Gaslighting e manipolazione epistemica (Sweet, 2019); coercive control theory (Stark, 2007) Reframe competitivoUsa la grammatica del confronto — vittoria e merito — contro la strategia manipolativa. Molto bassa Alta*
Isolamento «Se isoli chi ami dal resto del mondo, non stai proteggendo il vostro legame. Stai solo costruendo un recinto intorno a lei per allontanarla da chi temi.» Coercive control theory (Stark, 2007); isolamento e riduzione delle reti di sostegno Reframe inversivoRibalta la narrativa protettiva mostrando la funzione restrittiva del comportamento. Molto bassa Alta*
Post-separazione «Se ti ha bloccato o ti ignora dopo aver chiuso la relazione, sta cercando di proteggere un confine che tu non rispetti. Insistere significa che non sai gestire il rifiuto. È un tuo limite, non una sua colpa.» Campbell et al. (2003); rischio associato alla separazione e al comportamento di controllo; letteratura sulla perseverazione comportamentale Reframe del confine; costo di competenzaChiusura coerente con il pattern dell’intera campagna: limite tuo, non colpa sua. Bassa Alta*
Gelosia «La tua gelosia non dimostra quanto tieni a lei. È solo che non tolleri la sua libertà. Non puoi affermare di amare qualcuno che fai sentire in trappola.» Gelosia e dinamiche di attaccamento; studi sulle differenze tra intenzione e percezione del comportamento geloso Reframe inversivo; perspective-takingRovescia l'associazione culturale tra gelosia e intensità affettiva. Molto bassa Alta*
Abuso economico «Toglierle il diritto di essere indipendente è come chiuderla in una prigione senza sbarre. Se hai bisogno di disarmare l’altro per non perderlo, significa che non hai niente da offrire.» Abuso economico e dipendenza forzata (Adams et al., 2008; Postmus et al., 2012); coercive control theory Reframe inversivo; costo identitarioRovescia la logica del possesso e associa il controllo alla perdita di reciprocità. Bassa Alta*
Minacce / ricatto emotivo «Quando minacci di farti del male o di rovinarle la vita non stai difendendo il tuo amore. Stai solo usando il ricatto come ultima arma per non farti lasciare.» Coercive control theory (Stark, 2007); minaccia e paura dell’abbandono nella dinamica coercitiva Consciousness-raisingRende esplicita la funzione coercitiva della minaccia senza patologizzare l’autore. Bassa Alta*
Sorveglianza digitale «La sorveglianza digitale dimostra che non sei in grado di mantenere una relazione basata sul consenso reciproco. Hai bisogno di trasformare uno smartphone in un braccialetto elettronico per sentirti sicuro.» Digital coercive control e sorveglianza tecnologica (Woodlock, 2017; Dragiewicz et al., 2019) Reframe inversivo; costo di competenzaRibalta la narrativa del controllo mostrando la dipendenza dal monitoraggio. Bassa Alta*
Sorveglianza — motivazione «Chi spia non cerca la verità. Cerca solo conferme alle proprie paure.» Ipervigilanza, bias attentivi e gelosia; letteratura sull’attaccamento ansioso Reframe del moventeRiformula la sorveglianza come ricerca selettiva di conferme, senza attribuire una diagnosi. Molto bassa Alta*
Urla / esplosioni verbali «Quando urli contro qualcuno, non ottieni ascolto. Ottieni attivazione della paura e dell'istinto di sopravvivenza.» Risposte fisiologiche allo stress e alla minaccia; disregolazione emotiva e conflitto interpersonale Consciousness-raisingRende visibile l’effetto della condotta sull’altra persona senza ricorrere a una spiegazione neurobiologica deterministica. Molto bassa Alta*
Urla / limite interno «Urlare o alzare le mani dimostra che hai finito gli argomenti e non sai gestire il confronto con calma e dignità: è un tuo limite, non una colpa altrui.» Disregolazione emotiva e gestione del conflitto; letteratura sui processi di autoregolazione nei perpetratori Costo di competenzaSposta il locus of control sul perpetratore. Chiusura coerente con il pattern dell’intera campagna. Molto bassa Alta*

Elaborazione propria, slogan ©Roberta Limone. Analisi basata su un framework integrato comprendente reattanza psicologica (Brehm, 1966), teoria del comportamento pianificato (Ajzen, 1991), self-efficacy (Bandura, 1997), distinzione guilt/shame (Tangney & Dearing, 2002), moral disengagement (Bandura, 1999), coercive control theory (Stark, 2007), letteratura sulla regolazione emotiva e sui processi di cambiamento nei perpetratori, nonché DARVO (Freyd, 1997). Gli slogan sono progettati per evitare registri moralizzanti, patologizzanti o prescrittivi. Il frame dominante è il reframe inversivo del movente: il comportamento coercitivo viene rappresentato come contraddittorio rispetto al risultato che il perpetratore dichiara di voler ottenere, spostando il costo sul piano delle competenze relazionali, della reciprocità, dell’autonomia e dell’immagine di sé.

*Efficacia attesa: classificazione progettuale preliminare, non risultato di una valutazione sperimentale. Le categorie indicano la coerenza prevista tra struttura dello slogan, frame psicologico e obiettivo comunicativo; l’effettiva efficacia dovrebbe essere verificata mediante pre-test, misure di reattanza, comprensione e assunzione di responsabilità, nonché valutazioni comportamentali e di follow-up. La letteratura disponibile sugli interventi rivolti agli autori di violenza evidenzia infatti risultati eterogenei e limiti metodologici ancora rilevanti nella valutazione dei meccanismi di cambiamento.

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12. Conclusioni: struttura riconoscibile di un fenomeno prevedibile

L'analisi condotta in questo lavoro converge su un punto che la narrazione pubblica spesso ignora o elude: la violenza di genere nei contesti di intimità non è un'anomalia, un raptus o un gesto isolato. È un processo strutturato, con origini identificabili, traiettorie ricorrenti e una logica interna coerente. Le fasi descritte nel modello proposto — dall'idealizzazione strategica agli esiti più estremi — configurano una progressione osservabile nel corpus analizzato, con ricorrenze sufficienti a renderne riconoscibile la dinamica e, entro determinati limiti, anticipabile lo sviluppo. È in questa leggibilità del processo che si fonda la possibilità stessa dell'intervento preventivo.

Il primo dato che le conclusioni devono registrare scardina un radicato luogo comune: la sovrapposizione tra vittimizzazione e fragilità intrinseca. La ricerca mostra che, nel contesto delle relazioni intime, la donna target non è un soggetto fragile o privo di difese: il profilo dominante è quello di una donna indipendente, dotata di spessore professionale, empatia e reti sociali attive. Le sue qualità non vanno lette come scudi inefficaci o come colpevoli esche, bensì come capitale umano che attrae l’aggressore e viene progressivamente fagocitato dalla spirale del controllo. La vulnerabilità, pertanto, perde la sua connotazione di prerequisito che attirerebbe il partner predatorio: non precede necessariamente il legame, ma può essere progressivamente fabbricata al suo interno. Proprio la distanza tra questo quadro e lo stereotipo assistenziale della “vittima ideale” annebbia la capacità sociale di riconoscere i segnali d’allarme, impedendo di disinnescare la gabbia prima che diventi inviolabile.

La logica è opposta nei contesti di violenza situazionale o episodica, nei quali la vulnerabilità non è prodotta progressivamente dalla relazione, ma può derivare da una condizione contingente favorevole all’aggressore: alterazione dello stato di coscienza, isolamento, asimmetria di potere o altre circostanze che aumentano l’esposizione della persona. In questi casi, la vulnerabilità situazionale costituisce una condizione intercettata o sfruttata dall’autore, non una caratteristica intrinseca della vittima. Il fenomeno riguarda quindi due configurazioni differenti: nella violenza relazionale la vulnerabilità può essere progressivamente costruita attraverso il controllo; nella violenza situazionale può invece essere temporaneamente prodotta o intercettata dal contesto e utilizzata dall’aggressore come occasione favorevole all’azione.

Il terzo dato riguarda le strategie di uscita. Nel corpus esaminato, le intervistate non hanno descritto una condizione di sicurezza stabile raggiunta attraverso una riduzione graduale del contatto, una negoziazione a distanza o il mantenimento di canali comunicativi residuali. La traiettoria associata più frequentemente a una percezione di sicurezza sufficientemente stabile è stata l'interruzione completa del contatto, spesso accompagnata dalla modifica dei riferimenti personali e, in alcuni casi, dal trasferimento fisico. Questo dato, pur non potendo essere generalizzato oltre il campione, presenta implicazioni rilevanti per i protocolli istituzionali di gestione della separazione e delle fasi di transizione, che la letteratura identifica come periodi di particolare esposizione al rischio.

Il quarto dato riguarda il piano giuridico. Le tre configurazioni identificate — Pattern di Usurpazione parassitaria, Pattern di Grandiosità performativa e Pattern del Confinamento progressivo — condividono una stessa architettura relazionale di fondo, nella quale il controllo si adatta alle risorse disponibili nella relazione e alle modalità attraverso cui può essere esercitato. Questa convergenza suggerisce che la violenza di genere non si presenti necessariamente come evento unitario, ma come processo composito di condotte tra loro interagenti. Nel sistema penale italiano, condotte preliminari o concomitanti alla violenza fisica — come il controllo coercitivo, l'abuso economico e la manipolazione psicologica — non costituiscono una fattispecie di reato autonoma e unitaria. La rilevanza giuridica di tali comportamenti, pertanto, dipende dalla loro sussumibilità in reati specifici o nel delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi, laddove ne ricorrano i presupposti di abitualità e convivenza. La conseguenza è che la rilevanza giuridica di tali condotte dipende dalla loro concreta riconducibilità alle diverse fattispecie previste dall'ordinamento e dalla loro capacità di essere documentate e provate. Il problema non è quindi soltanto l'assenza di una specifica fattispecie unitaria, ma anche la possibile frammentazione della sequenza coercitiva nelle singole condotte che la compongono.

Come abbiamo visto, nel corpus analizzato emergono due evidenze strettamente connesse: la vulnerabilità della donna non costituisce necessariamente una condizione preesistente all'instaurarsi della relazione coercitiva, ma può essere progressivamente prodotta dalla dinamica di controllo; parallelamente, alcuni profili relazionali, tanto nelle vittime quanto negli autori di violenza, risultano associati a percorsi educativi e formativi precoci caratterizzati da modelli disfunzionali di attaccamento, conflitto, potere e reciprocità.

La violenza, dunque, non emerge dal nulla né può essere ricondotta a una presunta fragilità individuale: si inserisce in configurazioni relazionali e culturali che possono formarsi molto prima dell'incontro tra i partner.

Da questa premessa discende una conseguenza decisiva sul piano della prevenzione: se i meccanismi attraverso i quali l'asimmetria viene costruita e consolidata sono riconoscibili, la violenza di genere può essere considerata prevedibile nei suoi meccanismi e prevenibile nei suoi processi. Non nel senso che ogni singolo esito sia anticipabile, ma perché determinati pattern relazionali, modalità di controllo e traiettorie di progressiva restrizione possono essere intercettati prima che raggiungano il loro punto di non ritorno.

La prevenzione, di conseguenza, non può essere affidata a una misura isolata, ma deve intervenire sui diversi livelli nei quali questi processi si formano, vengono riconosciuti e possono essere interrotti. Su questo presupposto si fonda l'architettura del modello LIM-PI (v. Tabella 8), concepito come una filiera di livelli interdipendenti nella quale l'efficacia complessiva dipende dalla continuità e dalla coesione delle misure, non dalla loro semplice sommatoria.

All'interno di questo perimetro integrato, la prevenzione primaria e la formazione specialistica dei professionisti agiscono sui presupposti culturali ed educativi; il riconoscimento precoce intercetta i segnali della progressiva asimmetria; i programmi rivolti agli autori di violenza intervengono sui pattern comportamentali e sui fattori associati alla recidiva; la risposta giudiziaria interrompe le condotte lesive e attiva gli strumenti di protezione; i servizi di supporto accompagnano la superstite nella ricostruzione dell'autonomia e nella fase di uscita. La convergenza di questi livelli sposta così il baricentro dell'intervento dall'epilogo alla sequenza che lo precede: dalla riparazione del danno alla disarticolazione dei processi che ne rendono possibile la formazione e il consolidamento.

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