INCHIESTA . VIOLENZA DI GENERE . CONTROLLO COERCITIVO . FEMMINICIDIO

Le Tappe del Femminicidio:
Genesi del Controllo Coercitivo e Interventi di Prevenzione

Un’inchiesta sulle radici culturali della violenza di genere, sui meccanismi attraverso cui il controllo prende forma e sulle responsabilità di un sistema che troppo spesso interviene quando è già troppo tardi. Circa 200 testimonianze, un’analisi dei comportamenti ricorrenti e le proposte per interrompere la spirale della violenza.

di Roberta Limone


Indice dei contenuti

Tempo di lettura stimato: 25 min.

Abstract

Il femminicidio è l'esito più estremo di specifiche traiettorie di violenza contro le donne, ma la violenza nelle relazioni intime non comincia quasi mai con un'aggressione fisica. Questa può emergere successivamente attraverso forme progressive di controllo psicologico, economico e relazionale a partire da un'architettura coercitiva fondata su isolamento, sorveglianza, svalutazione e sistematica limitazione dell'autonomia della partner che, nelle situazioni più gravi, può degenerare nell'atto letale.

La presente inchiesta nasce da una ricerca qualitativa del 2023 sul gender pay gap tra donne professioniste. Durante le interviste sono tuttavia emerse numerose testimonianze di molestie occupazionali e, parallelamente, analoghe dinamiche coercitive nella sfera privata. Tra il 2023 e il 2025 sono state raccolte circa 200 testimonianze di donne tra i 30 e i 55 anni, la cui analisi ha evidenziato forti ricorrenze nelle modalità di consolidamento del controllo relazionale.

Poiché la letteratura non identifica un unico profilo psicopatologico dell'autore di violenza, la ricerca si focalizza sulle condotte sistematiche, sulle asimmetrie di potere e sui fattori culturali che legittimano il dominio. L'indagine muove da un interrogativo centrale: perché l'autodeterminazione della partner viene percepita da alcuni uomini come una minaccia identitaria, fino ad attivare il bisogno di contrastarla a ogni costo?

Dall'analisi empirica sono stati enucleati tre pattern interpretativi idealtipici: il “Giasone” (Usurpazione parassitaria), basato sull'appropriazione progressiva di risorse e competenze della partner; il “Fetonte” (Costruzione performativa dello status), in cui la relazione viene utilizzata a sostegno dell'immagine e dello status maschile; e l'“Ade” (Sequestro psichico e dipendenza traumatica), caratterizzato dall'isolamento progressivo della partner attraverso lo sfruttamento di una sua vulnerabilità o transizione personale. I riferimenti mitologici operano come strumenti euristici e non come categorie diagnostiche.

L'obiettivo è decostruire la fase antecedente all'episodio manifesto, analizzando come il controllo prenda forma e venga normalizzato, al fine di individuare i comportamenti sentinella sui quali è possibile intervenire per interrompere la spirale dell'abuso prima del suo esito irreparabile.

1. Introduzione: la violenza di genere come prodotto culturale

La violenza all'interno delle relazioni intime non coincide necessariamente con l'aggressione fisica. Può assumere la forma di un controllo esercitato nel tempo attraverso l'isolamento, la sorveglianza, la svalutazione, il controllo delle relazioni sociali, degli spostamenti e delle risorse economiche. Queste condotte riducono progressivamente l'autonomia della persona che le subisce. In altri casi possono accompagnarsi a violenza fisica o sessuale e, nelle situazioni più gravi, inserirsi in una traiettoria che arriva fino all'uccisione. Nel 2023, quando questa ricerca è iniziata, l'obiettivo era indagare il gender pay gap attraverso le esperienze di donne professioniste. Nel corso delle interviste è emerso qualcosa di imprevisto: molte donne hanno parlato di molestie e intimidazioni sul posto di lavoro, e da lì il racconto si è naturalmente spostato nella sfera privata, rivelando esperienze di controllo, isolamento e interferenze nelle scelte personali all'interno delle relazioni intime. Questo slittamento ha ridefinito l'oggetto della ricerca. Non si trattava più di capire il divario salariale, ma di comprendere che cosa accade quando il potere entra nelle relazioni e quando l'autonomia della partner viene progressivamente ridotta. La domanda è diventata: perché, per molti uomini, l'autonomia della partner può fare paura al punto da attivare il bisogno di contrastarla? E che cosa accade quando il rifiuto di una donna di sottomettersi a questo controllo viene interpretato come una perdita di potere intollerabile? Dal 17 dicembre 2025, l'ordinamento italiano prevede il delitto autonomo di femminicidio (articolo 577-bis del Codice penale). La norma riconosce che la morte cagionata come atto di controllo, possesso, dominio o in relazione al rifiuto di una relazione rappresenta una matrice specifica e riconoscibile. Questo riconoscimento rende urgente intervenire sulle condotte che la precedono. Ma è necessaria una chiarezza: non tutte le relazioni caratterizzate da controllo coercitivo evolvono in violenza fisica. Il controllo psicologico, economico e relazionale può protrarsi per anni senza arrivare all'aggressione. Per questo è indispensabile studiare il fenomeno anche quando l'esito letale non si verifica: è nelle fasi precedenti che possono essere individuati i segnali sui quali intervenire. La letteratura scientifica sulla violenza nelle relazioni intime (Stark, Jacobson & Gottman, Dutton) mostra che non esiste un profilo psicologico univoco dell'autore di violenza. Se non è l'individuo il punto di partenza, allora è necessario analizzare i comportamenti ricorrenti, le asimmetrie di potere che li sottendono e i fattori culturali che le rendono legittime. Quello che emerge è che la violenza non è un episodio isolato, ma un sistema strutturale che si consolida nel tempo.

1.1. Profili fenomenologici e indicatori cumulativi di rischio: metodo e campione

Tra il 2023 e il 2025 sono state raccolte circa 200 testimonianze attraverso interviste in profondità con donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni. L'approccio metodologico ha escluso questionari strutturati. Alle partecipanti è stato dato spazio per raccontare le proprie esperienze, ricostruendo episodi, condotte e dinamiche relazionali nel loro svolgimento concreto. Questo metodo ha permesso di osservare non singoli eventi isolati, ma le traiettorie che li precedono e l'evoluzione del legame nel tempo. Dall'analisi qualitativa sono emerse invarianze ricorrenti: controllo degli spostamenti e delle relazioni interpersonali, sorveglianza dei canali comunicativi, ostacolo sistematico all'accesso alle risorse economiche e al lavoro, svalutazione cronica delle competenze, progressivo sradicamento della rete affettiva e sociale. Nonostante contesti e biografie eterogenei, le condotte maltrattanti hanno evidenziato elementi strutturali costanti.

1.1. Modelli del ciclo relazionale ricorrente: i tre pattern

Dalle testimonianze emergono configurazioni ricorrenti di condotte abusive, distinte per frequenza, intensità e gravità. Un elemento torna in numerose narrazioni: la consapevolezza, maturata quasi sempre a posteriori, che quegli schemi non riguardavano soltanto l’ultimo rapporto. Si erano ripresentati con caratteristiche analoghe in legami precedenti e, in alcuni casi, dentro la storia familiare.

L’indagine ha individuato tre pattern interpretativi — Giasone, Fetonte e Ade — che descrivono i modi diversi in cui il controllo coercitivo si organizza e si consolida. Come precisato nella nota metodologica, non sono categorie diagnostiche né profili psicologici rigidi.

Sotto tutti e tre opera una logica comune: l’opportunismo relazionale. Questo costrutto non nasce come ipotesi teorica a priori, ma dallo scarto emerso durante la rilevazione. L’indagine era partita dal gender pay gap, per quantificare le disparità salariali. L’analisi qualitativa ha rivelato progressivamente che quelle asimmetrie economiche non erano soltanto l’esito di dinamiche macrosociali o di mercato: erano anche il prodotto di strategie d’azione interne alla coppia. L’opportunista relazionale è un partner che non è attratto dalla vulnerabilità della compagna, ma dall'opportunità di sfruttare le sue risorse — autonomia, competenza professionale, disponibilità economica, empatia — e di poter avere accesso alla sua potenziale vulnerabilità per convertirle progressivamente in strumenti di vantaggio personale e di dominio. In senso analitico, l’opportunismo è la tendenza sistematica a trasformare le qualità e il capitale materiale o psicologico della partner in leve di controllo, sfruttamento e stabilizzazione della propria autostima. Ciò che all’inizio favorisce l’aggancio affettivo diventa, nel tempo, il terreno su cui si esercitano svalutazione e coercizione.

Nella fase iniziale del legame gli elementi sono sovrapponibili, indipendentemente dal pattern che si affermerà poi: idealizzazione della partner, sintonizzazione affettiva intensa, apparente condivisione del suo sistema di valori. Lo studio di Lesiak e Gelsthorpe (2025) usa l’espressione two-faced soulmate per descrivere questa dinamica, in cui una devozione iperbolica si accompagna a condotte di love bombing. Quegli elementi acquistano rilevanza analitica solo se letti nella sequenza diacronica dei comportamenti successivi. Con il consolidarsi del vincolo compaiono forme più esplicite di controllo. Tra queste ha un ruolo centrale l’abuso economico, che si esprime nel controllo delle risorse, nel sabotaggio dell’autonomia finanziaria o nell’uso delle disponibilità materiali della partner a proprio esclusivo vantaggio. La Scale of Economic Abuse (Adams et al., 2008) distingue queste dimensioni nelle macro-categorie di controllo, sabotaggio e sfruttamento economico.

È dentro questa progressione che le testimonianze permettono di isolare i tre modelli prevalenti. Giasone descrive una dinamica di sfruttamento parassitario: le competenze e le risorse della partner vengono assorbite fino a ridurne la disponibilità a pura funzione. Fetonte si articola attorno alla subordinazione dell’autonomia della partner alla necessità di preservare immagine e status dell’uomo, con reazioni esplosive quando quella rappresentazione di grandezza viene minacciata. Ade definisce una dinamica in cui il dispositivo di controllo restringe metodicamente gli spazi di movimento, le relazioni e la rete affettiva della partner, in un traghettamento invisibile verso l’isolamento totale.

Pattern 1

1.1.1. Giasone — Usurpazione parassitaria

Circa il 60% dei casi — la configurazione più diffusa e la più difficile da intercettare

Nella tragedia Medea di Euripide, Giasone deve la propria fortuna a Medea. Per seguirlo, lei ha abbandonato la patria e la famiglia e, con le proprie conoscenze e capacità, lo ha aiutato a conquistare il Vello d’oro e a costruire la sua nuova vita. Quando però Giasone decide di lasciarla per sposare la figlia di Creonte, la scelta non viene presentata come un tradimento dell’impegno preso con Medea, ma come una decisione conveniente e razionale: quel matrimonio gli offre una posizione sociale migliore e, secondo la sua stessa giustificazione, porterà vantaggi anche alla famiglia. In questo modo, tutto ciò che Medea ha fatto e sacrificato per lui viene progressivamente ridimensionato: ciò che era stato indispensabile alla sua ascesa diventa un debito che Giasone non riconosce più.

È proprio questa dinamica a fornire la chiave narrativa del Pattern di usurpazione parassitaria: la partner viene valorizzata per ciò che può offrire, e le sue qualità, competenze, energie e risorse vengono progressivamente messe al servizio delle necessità dell’altro. Ciò che inizialmente appare come disponibilità o collaborazione può diventare una pretesa, fino a trasformare l’apporto della partner in qualcosa di dato per acquisito. L’usurpazione assume una dimensione abusiva quando questo squilibrio si consolida e le risorse dell’altra persona vengono sfruttate a scapito della sua autonomia.

Nelle testimonianze, il meccanismo emerge soprattutto attraverso la saturazione: gli uomini descritti finiscono per scaricare sulla partner una quota crescente delle responsabilità pratiche ed emotive, affidandole la soluzione dei problemi, l’organizzazione della vita familiare e, in alcuni casi, anche il sostegno economico o professionale. Le sue competenze, il suo tempo, le sue energie e le sue relazioni diventano risorse di cui il partner beneficia senza una reciprocità equivalente. Quando la donna rivendica il proprio spazio o smette di rendersi disponibile, può comparire la svalutazione di quelle stesse qualità che in precedenza erano state apprezzate.

È questa progressione a rendere il Pattern di usurpazione parassitaria particolarmente difficile da riconoscere. L’abuso non si presenta necessariamente attraverso un comportamento apertamente aggressivo, ma può svilupparsi attraverso una lunga successione di richieste, deleghe e appropriazioni che trasferiscono progressivamente sulla donna il peso della relazione. Il risultato è un rapporto nel quale l’uomo trae vantaggio crescente dalle risorse della partner, mentre la sua autonomia e la reciprocità si riducono.

Le testimonianze mettono inoltre in discussione uno degli stereotipi più radicati sulla violenza nelle relazioni intime: quello secondo cui la donna abusata sarebbe necessariamente fragile, dipendente o socialmente vulnerabile e l’uomo abusante facilmente riconoscibile come persona marginale o disfunzionale. Molte delle donne intervistate sono invece autonome, istruite, empatiche e professionalmente attive, abituate a sostenere responsabilità complesse. Gli uomini che le abusano possono, allo stesso tempo, apparire all’esterno perfettamente integrati, credibili e affidabili. È proprio questa distanza tra l’immagine pubblica dell’uomo e il comportamento che esercita nella relazione a contribuire all’invisibilità dell’abuso.

Nel materiale raccolto ricorre una dinamica nella quale uomini che mostrano inizialmente un forte interesse per l’autonomia, la competenza, la disponibilità emotiva e la capacità organizzativa della partner finiscono per utilizzare quelle stesse qualità a proprio vantaggio. Non si tratta di affermare che queste donne siano state scelte consapevolmente come “risorse”: ciò che emerge è il passaggio dalla valorizzazione iniziale allo sfruttamento sistematico. L’uomo delega, assorbe e beneficia; la donna assume progressivamente un numero sempre maggiore di compiti fino a ritrovarsi sovraccarica e con sempre meno spazio per sé.

Anche l’inizio della relazione può contribuire a nascondere questa evoluzione. In alcune testimonianze compare una fase di intensa attenzione, idealizzazione e coinvolgimento accelerato, talvolta riconducibile al love bombing. L’affetto iniziale può apparire straordinariamente intenso proprio mentre si costruisce un legame nel quale la donna investe rapidamente fiducia, tempo ed energie. È nelle fasi successive che possono emergere le condotte di controllo e sfruttamento che definiscono il pattern.

Una delle testimonianze raccolte permette di osservare concretamente questa trasformazione: dall’interesse iniziale per le qualità della donna alla progressiva appropriazione del suo tempo, delle sue competenze e delle sue risorse.

«Il corteggiamento si era protratto per circa quindici mesi nel contesto lavorativo, attraverso condotte reiterate di presenza, complimenti e attenzioni. Fin dalle prime interazioni avevo avuto la sensazione che lui fosse un uomo molto materialista, superficiale, con tratti di grandiosità e prigioniero di proiezioni di status. Per queste ragioni avevo a lungo, seppur garbatamente, rifiutato le sue attenzioni. Questa mia posizione venne da lui rimbrottata come un mio pregiudizio nei suoi confronti. Nelle interazioni successive iniziò gradualmente a introdurre elementi autobiografici che solo due anni dopo avrei scoperto essere totalmente inventati — “i sei mesi vissuti in un monastero tibetano, una storia di deprivazione affettiva dall'infanzia all'adolescenza” — insieme ad altri racconti funzionali a ridefinire la propria immagine in termini più compatibili e allineati con il mio sistema di valori. Solo a posteriori mi sono resa conto che, grazie a questa sua strategia, la mia resistenza iniziale nei suoi confronti si era attenuata; e non per la sua insistenza, ma per la costruzione di quella narrazione di fragilità che aveva attivato in me un senso di colpa per quelli che percepivo come miei “preconcetti” nei suoi confronti, e anche perché aveva indotto in me una forma di responsabilità protettiva verso la vulnerabilità da lui esposta.»

La testimonianza mostra un meccanismo preciso: l'uomo modifica progressivamente la rappresentazione di sé per attenuare le resistenze della donna e presentarsi come più vicino ai suoi valori. Il dato rilevante non è stabilire quanto quella rappresentazione fosse autentica, ma osservare l'effetto che produce nella relazione: la donna, inizialmente diffidente, finisce per riconsiderare il proprio giudizio e ad assumere nei suoi confronti una posizione di comprensione e protezione. Nello studio di Lesiak e Gelsthorpe (2025), condotto su donne con esperienze di abuso ripetuto, emerge analogamente l'importanza della discrepanza tra l'immagine iniziale dell'uomo e il comportamento che diventa riconoscibile nel corso della relazione.

Nelle testimonianze raccolte, una volta consolidato il legame, il rapporto può assumere una struttura diversa: l'uomo trasferisce progressivamente sulla compagna una quota crescente delle responsabilità pratiche, organizzative ed emotive. Lei finisce per occuparsi di ciò che riguarda la vita quotidiana, risolvere problemi, gestire incombenze, sostenere il partner nelle difficoltà e, in alcuni casi, contribuire anche al suo percorso economico o professionale. Quello che all'inizio può apparire come collaborazione si trasforma così in un rapporto nel quale il carico diventa sempre più asimmetrico.

La gradualità è parte del meccanismo. Ogni singolo passaggio può apparire gestibile o persino normale; è la loro somma a modificare l'equilibrio della relazione. La donna mette a disposizione tempo, energie, competenze e capacità organizzative sempre maggiori, mentre l'uomo ne beneficia senza assumere una quota equivalente di responsabilità. Il sovraccarico può estendersi alla dimensione emotiva, cognitiva, economica e sociale, fino a restringere progressivamente lo spazio che la donna conserva per sé. La letteratura sul lavoro emotivo e, soprattutto, quella sulla carica mentale hanno documentato da tempo il peso invisibile della gestione simultanea di responsabilità diverse, mostrando come organizzazione, pianificazione e coordinamento costituiscano a loro volta un lavoro. Haicault, nel 1984, descriveva proprio la tensione prodotta dalla gestione intrecciata del lavoro professionale e di quello domestico.

Nel Pattern di usurpazione parassitaria, tuttavia, il problema non è semplicemente che la donna “fa troppo”. È che l'uomo trae progressivamente vantaggio da ciò che lei è in grado di fare, fino a considerarlo parte della normale disponibilità della partner. Il confine diventa evidente quando lei prova a sottrarsi a questa funzione: riduce il proprio contributo, chiede reciprocità, rivendica tempo per sé o rifiuta nuove richieste. È allora che, nelle testimonianze, può comparire la svalutazione di quelle stesse qualità che l'uomo aveva inizialmente apprezzato.

Nella testimonianza richiamata, la relazione era cominciata rapidamente proprio a partire da quelle «rivelazioni». Durante la prima fase della convivenza, il partner aveva garantito la quota prevalente del sostegno economico e partecipato alle attività domestiche in modo apparentemente collaborativo, in linea con il principio di reciprocità che la testimone aveva posto come condizione della relazione. La trasformazione era arrivata con l’aumento significativo del reddito di lei: progressivamente, il partner aveva trasferito sulla compagna l’intero carico economico, giustificando la scelta con la necessità di accumulare risorse per un futuro acquisto immobiliare comune. Parallelamente, la sua partecipazione alla gestione domestica si era ridotta fino quasi ad annullarsi, mentre aumentavano parallelamente anche le richieste di rassicurazione, sostegno e regolazione emotiva. Il carico complessivo — lavorativo, economico, domestico ed emotivo — si era così concentrato progressivamente sulla donna, mentre la reciprocità si riduceva su ogni piano. La formula con cui molte intervistate descrivono questa condizione ricorre nelle testimonianze con tale frequenza da diventare essa stessa un elemento ricorrente del quadro osservato: «era un adulto a cui dovevo fare da moglie, madre, badante, infermiera, segretaria».

Un comportamento che ricorre nelle testimonianze è quello descritto in letteratura come weaponized incompetence: l'incapacità viene manifestata selettivamente nei compiti che possono essere scaricati sulla partner, mentre le capacità riemergono quando sono funzionali ai propri interessi. Nel caso descritto, l'uomo che si sottraeva alla gestione della casa e lasciava alla compagna la maggior parte delle incombenze quotidiane era tutt'altro che incapace di organizzare e gestire questioni complesse. Quando entravano in gioco i propri interessi economici, era in grado di informarsi, fare valutazioni, elaborare i calcoli fiscali e individuare la soluzione più vantaggiosa per sé. Il contrasto è significativo: la competenza non mancava; veniva esercitata selettivamente, mentre l'incompetenza riguardava soprattutto ciò che poteva essere delegato alla partner. È proprio questa selettività a rendere il comportamento uno strumento efficace per trasferire sugli altri il lavoro e le responsabilità, conservando per sé le decisioni e i vantaggi.

Quando l’acquisto della casa si avvicinava, il partner aveva chiesto alla compagna di sostenere un ulteriore impegno economico, pretendendo però che l’immobile fosse intestato esclusivamente a lui. La donna aveva posto una condizione elementare: avrebbe contribuito all’acquisto solo se la proprietà fosse stata intestata a entrambi. Dopo un ultimo tentativo di persuasione, l’uomo aveva interrotto la relazione nel giro di pochi giorni. Per anni l’asimmetria aveva potuto consolidarsi senza mettere in discussione la continuità del rapporto; la rottura era arrivata quando la donna aveva posto un limite alla propria disponibilità economica e chiesto che il proprio contributo fosse accompagnato da un diritto equivalente sulla proprietà. Nella testimonianza, questo passaggio rende particolarmente evidente quanto la disponibilità della donna a sostenere il partner fosse diventata parte dell’equilibrio stesso della relazione.

Io non restavo per quello che era diventato, ma per quello che era sembrato essere e ancora mi illudevo che potesse tornare.

Questa frase restituisce con particolare chiarezza uno dei meccanismi che possono contribuire al trauma bonding: la permanenza del legame attraverso l’alternanza tra l’esperienza negativa del presente e l’aspettativa che possa tornare la persona conosciuta all’inizio. La donna può riconoscere il comportamento dell’uomo per quello che è diventato e, allo stesso tempo, continuare a confrontarlo con la persona che aveva conosciuto e con la relazione che aveva creduto di costruire. L’investimento affettivo maturato nella fase iniziale alimenta così la speranza di un ritorno a quella configurazione originaria. Non è necessariamente la mancata percezione della realtà a mantenere il legame: può essere proprio la distanza tra ciò che l’uomo è diventato e ciò che era sembrato essere a mantenere viva l’aspettativa che possa tornare quello di prima.

Questa dimensione soggettiva, che opera sul piano dell’attaccamento, convive nelle narrazioni con una dimensione materiale ricorrente, documentata dalla letteratura sul controllo coercitivo e sull’abuso economico. Nelle testimonianze, l’abuso economico si manifesta attraverso forme di controllo, sabotaggio e sfruttamento, le tre dimensioni individuate dalla Scale of Economic Abuse (Adams et al., 2008). Nel campione analizzato, circa il 30% delle donne riferisce episodi riconducibili al sabotaggio occupazionale, mentre in circa il 60% emerge lo sfruttamento sistematico delle proprie risorse. Le due dimensioni — quella dell’attaccamento e quella economica — finiscono così per convergere in una configurazione nella quale la donna sostiene una quota largamente prevalente del funzionamento della relazione, sul piano emotivo, materiale e organizzativo.

Il termine «mantenuto», utilizzato spontaneamente da diverse partecipanti, descrive proprio questa condizione: non una valutazione della persona, ma una relazione il cui funzionamento quotidiano viene sostenuto in misura prevalente o esclusiva dalla donna, mentre l’uomo beneficia delle risorse che lei mette a disposizione.

Un ulteriore elemento ricorrente riguarda il momento dell’interruzione del legame e la successiva percezione di sicurezza. Nelle testimonianze analizzate, nessuna delle intervistate riferisce di aver raggiunto una condizione stabile di sicurezza attraverso una riduzione graduale del contatto, una negoziazione a distanza o il mantenimento di canali comunicativi residuali. Al contrario, le narrazioni descrivono come maggiormente efficace, sul piano soggettivo, l’interruzione completa dei contatti, accompagnata, quando necessario, dalla modifica dei recapiti telefonici e degli account digitali e, in alcuni casi, dal trasferimento fisico. Retrospettivamente, queste misure vengono associate alla possibilità di ristabilire i propri confini personali e ridurre l’esposizione alle condotte dell’uomo.

Si tratta di un dato interno al campione e non di una dimostrazione che l’interruzione totale del contatto costituisca una strategia universalmente necessaria o sufficiente. La ricorrenza di questo esito, tuttavia, merita attenzione: nelle esperienze raccolte, la distanza non appare soltanto come conseguenza della fine della relazione, ma come una condizione attraverso cui molte donne hanno potuto recuperare progressivamente uno spazio di autonomia e sicurezza.

Pattern 2

1.1.2. Fetonte — Costruzione performativa dello status

Circa il 30% dei casi — la relazione come dispositivo di conferma identitaria

Nelle Metamorfosi di Ovidio, il giovane Fetonte non esita a sfidare le leggi del mondo pur di dimostrare la propria origine divina. Recatosi dal padre Apollo, il dio del Sole, esige un segno incontestabile di riconoscimento pubblico: guidare per un giorno il carro solare attraverso la volta celeste. Pur ammonito sui rischi fatali e sulla propria evidente inadeguatezza, Fetonte rifiuta il limite e pretende quel privilegio spettacolare. Non appena impugna le redini, tuttavia, la sua reale incompetenza emerge drammaticamente: perde il controllo dei cavalli focosi e il carro sbanda vistosamente, avvicinandosi troppo alla Terra fino a bruciare foreste e intere città. Per arrestare la devastazione collettiva provocata da quella folle esibizione di onnipotenza, Zeus è costretto a colpirlo con una folgore, facendolo precipitare rovinosamente. Questo pattern condivide con il precedente la struttura della fase di ancoraggio, ma se ne distingue per il criterio di selezione della partner e per la funzione che la relazione deve svolgere. Questo profilo cerca una partner funzionale alla costruzione e al mantenimento di un'immagine pubblica: esteticamente desiderabile, socialmente competitiva, capace di generare riconoscimento e invidia. La letteratura empirica sui tratti della Dark Triad documenta la dinamica con coerenza: individui con elevati tratti di grandiosità tendono a scegliere partner attraenti e inclini a restituire ammirazione piuttosto che intimità, e usano la relazione come strumento di potenziamento identitario (Campbell, 1999; Seidman et al., 2019).

È precisamente questa parabola a fornire la chiave narrativa del Pattern di costruzione performativa dello status: la partner non viene cercata per costruire una reale intimità, ma per svolgere una precisa funzione esibizionistica ed estetica, utile a confermare e nutrire l'immagine pubblica e la grandiosità del soggetto. La relazione si trasforma così in una sorta di "carro del Sole", un dispositivo performativo orientato a produrre riconoscimento sociale, ammirazione e invidia collettiva. L'investimento e l'apparente valorizzazione iniziale non sono rivolti alla donna come persona autonoma, ma a ciò che lei riflette in termini di prestigio, presentabilità e status riflesso.Nelle testimonianze, il meccanismo si svela attraverso un netto sdoppiamento tra lo spazio pubblico e quello privato. Nei contesti sociali la partner viene lusingata, esibita come una conquista straordinaria e investita di una visibilità intensa, che la spinge a interpretare quella spettacolare attenzione come amore. Nello spazio domestico, tuttavia, l'emergere di una qualsiasi forma di soggettività autonoma, successo professionale o indipendenza della donna viene percepito come un insulto e una minaccia al controllo del partner. Compaiono allora svalutazioni sistematiche, critiche stilistiche e ritorsioni, tese a ridimensionare la vittima e ad allinearla progressivamente a un'immagine interamente progettata e gestita dall'uomo.Questa dinamica rende il pattern profondamente distruttivo. Come nel mito la sete di affermazione di Fetonte finisce per consumare e incendiare l'ambiente circostante, così la ricerca di grandiosità del soggetto lacera l'autonomia e le risorse emotive di chi gli sta vicino. Il rifiuto o il tentativo della compagna di sottrarsi a questo ruolo di accessorio funzionale non vengono elaborati come passaggi relazionali, ma come ferite narcisistiche insanabili, capaci di innescare violente campagne di distruzione reputazionale, controllo intrusivo o escalation coercitive che preludono al crollo definitivo del legame. Nelle testimonianze emergono spesso configurazioni ibride, in cui la partner viene investita simultaneamente di più funzioni: valorizzazione simbolica e, insieme, gestione materiale, organizzativa, emotiva ed economica della relazione. La funzione di specchio grandioso e quella di sostegno funzionale non si escludono; coesistono dentro la stessa dinamica coercitiva.

La fase di aggancio ha qui una qualità spettacolare difficile da replicare. Il partner investe energie notevoli nella costruzione dell'immagine pubblica della coppia: ristoranti, eventi, regali, presentazioni sociali, tutto orientato a produrre riconoscimento collettivo. La donna sperimenta una visibilità intensa e una forma di valorizzazione che interpreta, comprensibilmente, come amore. Il registro è quello dell'ammirazione: lei è «straordinaria», «diversa da tutte le altre», «l'unica». Il problema strutturale — che emerge solo dopo — è che il soggetto di quelle dichiarazioni non è lei come persona, ma lei come riflesso di ciò che lui vuole apparire.

Una delle testimonianze raccolte restituisce con particolare chiarezza il contrasto tra valorizzazione pubblica e svalutazione privata che caratterizza questo pattern:

«Mi ero accorta, circa sei mesi dopo l’inizio della relazione, che i complimenti che ricevevo riguardavano quasi esclusivamente il modo in cui apparivo e mi comportavo nei contesti pubblici — come mi vestivo a una cena, come mi comportavo a un’inaugurazione — e quasi mai quello che pensavo, producevo o desideravo nella vita privata. In pubblico venivo costantemente lusingata — almeno nella fase iniziale — ed esibita come una donna “eccezionale”, mentre nello spazio domestico qualsiasi elemento che riguardasse la mia autonomia o il mio riconoscimento personale sembrava produrre fastidio, tensione o ostilità latente. Quando ottenni un avanzamento di carriera importante, la sua reazione privata fu fredda e immediatamente centrata non sul mio successo, ma sulle conseguenze che questo avrebbe avuto su di lui e sulla relazione: iniziò a insinuare che stessi cambiando, che stessi diventando distante, che il mio lavoro mi stesse rendendo “arrogante”, “superba” o emotivamente meno disponibile. Nel giro di poche settimane comparvero osservazioni svalutanti apparentemente marginali — il tono con cui parlavo, il modo in cui mi vestivo, il fatto che stessi diventando “troppo presa da me stessa” — accompagnate però, nei contesti pubblici, da continui riferimenti orgogliosi ai miei risultati professionali e alla mia immagine sociale. Di fronte agli altri parlava dei miei successi come di qualcosa che apparteneva a “noi”; in privato, invece, tendeva a ridimensionarmi, denigrarmi e sovraccaricarmi progressivamente di responsabilità e richieste difficilmente sostenibili. Quegli stessi successi che all’esterno esibiva come motivo di prestigio sembravano trasformarsi, nello spazio domestico, in motivo di sospetto, competizione o riequilibrio punitivo. A posteriori ho avuto la sensazione molto precisa che la mia visibilità fosse tollerata finché restava funzionale alla sua immagine, ma diventasse problematica nel momento in cui rischiava di produrre una soggettività troppo autonoma. È lì che ho iniziato a sentirmi non una persona amata, ma un accessorio funzionale alla rappresentazione che voleva dare di sé.»

Non è un episodio isolato: le stesse dinamiche ricorrono con notevole coerenza nelle narrazioni riconducibili a questo pattern. In pubblico la partner viene valorizzata ed esibita come attributo di prestigio e status riflesso. In privato le stesse donne riferiscono svalutazione sistematica, critica, umiliazione, aggressività verbale o psicologica. Compaiono di frequente forme di gelosia possessiva e competitiva, che si accentuano proprio nei momenti di maggiore visibilità, autonomia o riconoscimento della partner e che, in una quota non marginale di casi, degenerano in aggressioni fisiche, scenate coercitive, controllo intrusivo o interferenze dirette nella vita professionale e personale.

Gli studi clinici documentano la compresenza strutturale di idealizzazione e svalutazione come ciclo ricorrente: la fase positiva serve a trattenere la partner nella relazione, quella negativa a regolare la percezione interna di superiorità (Day, 2022, Personality and Mental Health; Campbell & Foster, 2007). Le testimonianze confermano il doppio registro: «in privato sembrava che qualunque cosa facessi non fosse mai abbastanza, o fosse sbagliata, o fosse troppo»; «se avevo successo diventava freddo; se ero in difficoltà diventava crudele».

Il controllo dell’apparenza è una costante specifica di questo pattern. Non funziona come gelosia tradizionale, ma come gestione di un prodotto. I commenti riguardano l’abbigliamento scelto per eventi specifici, il taglio di capelli, il modo di presentarsi a determinate persone. Il registro non è il divieto esplicito ma la critica stilistica continua: «quella gonna è troppo sobria per una serata così», «perché non ti trucchi come quella volta?». L’effetto cumulativo è l’allineamento progressivo della donna all’immagine che lui ha progettato, e l’erosione corrispondente dell’autonomia estetica come espressione di sé.

Il rifiuto, qui, non viene mai elaborato come informazione relazionale, ma come ferita all’immagine di sé. I tratti di grandiosità si accompagnano a senso di superiorità e dominanza interpersonale, e qualsiasi riduzione del riconoscimento esterno — un’attenzione ricevuta da altri, una promozione non condivisa, la decisione di lasciare la relazione — viene percepita come insulto che richiede riparazione. La risposta non è necessariamente fisica: più spesso è orientata alla distruzione reputazionale. Diverse testimonianze descrivono campagne sistematiche di delegittimazione condotte dentro reti sociali condivise — «seminava il dubbio sulla mia stabilità emotiva tra i nostri amici comuni prima ancora che io avessi detto a qualcuno che volevamo separarci» — o fuori da esse, fino ai contesti lavorativi.

La dimensione economica assume una forma diversa rispetto al pattern precedente. Non è sfruttamento sistematico delle risorse materiali della partner, ma strumentalizzazione del suo reddito o del suo status come elementi di composizione dell’immagine pubblica condivisa. In alcuni casi il soggetto usa le risorse economiche della compagna per mantenere uno stile di vita che presenta pubblicamente come proprio; in altri, la sua sicurezza economica dipende strutturalmente dalla relazione, e questo rende la minaccia della separazione un innesco concreto di comportamenti ritorsivi e violenti.

In un sottoinsieme significativo di casi emerge l’uso di sostanze come amplificatore di dinamiche già presenti, con un passaggio più rapido dalla dimensione simbolica del controllo alla sua espressione esplicita (meta-etnografia, International Journal of Drug Policy, 2018). La cocaina, in particolare, abbassa la soglia di tolleranza alla frustrazione e amplifica la risposta alla percezione di umiliazione: due variabili già critiche in questo pattern in condizioni basali.

La posizione della partner resta vincolata alla funzione di rappresentazione che riesce a sostenere. Dentro un assetto grandioso, il valore attribuito a lei non deriva dalla qualità del legame ma dalla sua capacità di funzionare come segno di conferma identitaria e di status. La dimensione relazionale in senso pieno rimane secondaria rispetto a quella simbolica. La logica emerge con particolare evidenza nei momenti di vulnerabilità: in una delle testimonianze coincidevano con episodi concreti di malattia o difficoltà personale. In quei frangenti non si attivava una risposta di cura, ma un ritiro del supporto, fino all’abbandono esplicito e alla colpevolizzazione. Ridotta la funzionalità rappresentativa — perché lei non era temporaneamente in grado di sostenere il ruolo di figura efficiente, performante, disponibile e regolativa — si riduceva in parallelo l’investimento relazionale. La partner, non più utile alla conferma narcisistica, veniva trattata come elemento periferico o gravoso, e la struttura della relazione tornava rapidamente alla sua configurazione originaria: centrata sull’utilità, non sulla mutualità.

Pattern 3

1.1.3. Ade — Confinamento progressivo e sequestro psicologico

Tra il 5 e il 10% dei casi — il meno frequente e, nelle forme più estreme, tra i più letali

Nella mitologia classica, Ade, il signore degli inferi, pianifica il rapimento della giovane Persefone e la sottrae al mondo dei vivi nel momento in cui si trova lontana dalla madre Demetra, intenta a cogliere fiori in un prato. La terra si squarcia improvvisamente sotto i suoi piedi e Ade la trascina a forza nel suo regno sotterraneo: un mondo separato, invisibile ai vivi, nel quale le coordinate dell’esistenza precedente vengono bruscamente interrotte. Lì, per consolidare il sequestro e rendere più difficile il ritorno definitivo, il dio la induce a mangiare sei chicchi di melograno. Quel gesto, apparentemente minimo, istituisce un vincolo che modifica per sempre il rapporto di Persefone con i due mondi, condannandola a trascorrere parte dell’anno nel sottosuolo.

È questa trasformazione progressiva dell'appartenenza a offrire la chiave narrativa del pattern di confinamento progressivo e sequestro psicologico. La caratteristica dominante non è necessariamente la violenza immediata, ma la costruzione graduale di un ambiente nel quale lo spazio di autonomia della partner si restringe fino a rendere sempre più difficile l'accesso a relazioni, risorse, informazioni e punti di riferimento esterni. La relazione tende a diventare progressivamente il principale — e infine, nei casi più estremi, l'unico — luogo di appartenenza, sostegno e validazione.

Questo pattern richiede però di abbandonare una concezione troppo semplice della vulnerabilità. La vittima non è necessariamente una persona fragile, isolata o attraversata da una crisi al momento dell'incontro. Può essere, al contrario, una donna autonoma, competente, socialmente integrata e dotata di una solida capacità di relazione. Ciò che viene intercettato dal soggetto abusante può non essere una debolezza, ma una qualità: la capacità di ascoltare, comprendere l'altro, riconoscerne le difficoltà, offrire fiducia e concedere una seconda possibilità.

In questo senso, la vulnerabilità può essere relazionale prima ancora che individuale. L'empatia, la disponibilità alla cura e la tendenza a cercare le ragioni del comportamento altrui non sono difetti della donna; possono però essere riconosciute, sfruttate e progressivamente trasformate in strumenti di controllo da chi agisce secondo una logica predatoria. Una persona può quindi entrare nella relazione senza trovarsi in una condizione di particolare fragilità e diventare vulnerabile proprio attraverso la relazione.

La vulnerabilità, in questi casi, non precede necessariamente la relazione: può essere prodotta dalla relazione stessa, attraverso una progressiva alterazione delle condizioni nelle quali la persona esercita il proprio giudizio, mantiene i propri legami e prende decisioni. Eventuali periodi di transizione — un lutto, una separazione, un trasferimento, un cambiamento lavorativo o familiare — possono certamente aumentare l'esposizione, ma non costituiscono né una condizione necessaria né una responsabilità della vittima. Non esiste una personalità femminile «predisposta» all'abuso: esistono combinazioni relazionali e circostanze che possono essere sfruttate.

L'obiettivo del soggetto non è quindi semplicemente conquistare la partner, ma progressivamente trasformare la relazione in un sistema chiuso, nel quale la sua presenza diventa sempre più necessaria e le alternative sempre più difficili. Il confinamento può essere affettivo, sociale, economico, abitativo e informativo. Ogni legame esterno che sopravvive rappresenta infatti un possibile punto di confronto con una realtà diversa da quella imposta all'interno della coppia.

Anche la fase iniziale può distinguersi per una velocità di escalation affettiva inusuale: dichiarazioni d'amore nel giro di settimane, proposte di convivenza nel giro di mesi, progetti condivisi formulati prima che la conoscenza reciproca abbia avuto il tempo di consolidarsi. Un'accelerazione di questo tipo non costituisce, di per sé, una prova di manipolazione: assume però un significato diverso quando è accompagnata da pressione, invasione dei confini personali, richiesta di esclusività e progressiva sostituzione delle altre relazioni.

La funzione dell'accelerazione può essere quella di costituire il legame prima che la donna abbia il tempo di osservarlo con sufficiente distanza. La testimonianza raccolta nel corso della ricerca lo descrive con particolare precisione:

«Mi aveva conquistata con un’intensità che all’epoca avevo scambiato per passione. Retrospettivamente, era precisione. Ogni cosa che diceva sembrava calibrata per rispondere esattamente ciò che avevo bisogno di sentire. Non ho capito subito che non stava imparando a conoscermi — stava raccogliendo informazioni.»

La raccolta di informazioni personali può diventare, in questa fase, una vera e propria mappa delle vulnerabilità relazionali: paure, bisogni, esperienze precedenti, conflitti familiari, insicurezze, aspirazioni, rapporti professionali e affettivi. Conoscere ciò che rassicura la partner significa anche conoscere ciò che può ferirla, intimidirla o indurla a modificare il proprio comportamento. Il problema non è che la donna «non vede»: spesso vede i singoli episodi. Ciò che diventa difficile da riconoscere è la struttura che li collega.

L'isolamento comincia spesso prima che la convivenza stabilisca le condizioni materiali del confinamento e procede attraverso tattiche che raramente assumono, almeno all'inizio, la forma del divieto esplicito. La tattica di questo pattern può essere descritta come interferenza aggressiva e costante nella vita della compagna: videochiamate insistenti quando lei è lontana; richieste continue di rendicontazione; rimproveri e scenate quando è al lavoro, con le amiche o in famiglia; contestazioni dopo ogni incontro che richiedano nuove spiegazioni.

Le amicizie vengono progressivamente svalutate — «quella non ti vuole bene davvero», «ti usa», «non è il tipo di persona con cui dovresti stare» — fino a trasformare ogni rapporto esterno in una possibile fonte di conflitto. La famiglia può essere presentata come un'influenza negativa o come l'origine dei suoi problemi emotivi. Il risultato non deve necessariamente essere una rottura imposta: spesso è sufficiente rendere ogni incontro così costoso sul piano emotivo da produrre una rinuncia apparentemente spontanea.

Lo stesso meccanismo può estendersi al lavoro. Telefonate durante le riunioni, interruzioni, visite improvvise, messaggi incessanti o conflitti generati proprio nei momenti professionalmente più delicati possono compromettere concentrazione, credibilità e continuità. La donna può quindi ridurre progressivamente la propria esposizione pubblica non perché le sia stato ordinato esplicitamente di farlo, ma per evitare le conseguenze che ogni attività autonoma sembra ormai comportare.

«Non mi aveva mai esplicitamente proibito di vedere qualcuno,» riferisce una delle testimonianze raccolte. «Me lo aveva semplicemente reso così difficile, così costoso sul piano emotivo e così carico di conseguenze da dover gestire dopo, che a un certo punto avevo smesso da sola. Non mi ero accorta di quando fosse iniziato. Mi ero solo accorta che, all’improvviso, non c’era più nessuno accanto a me.»

È qui che il controllo diventa progressivamente interiorizzato. Non è più necessario formulare ogni volta un divieto: la partner anticipa la reazione dell'altro e modifica preventivamente il proprio comportamento. La restrizione appare volontaria perché nessuno deve più impartire l'ordine. Ma quella che dall'esterno può sembrare una scelta individuale è stata costruita dentro una relazione asimmetrica, attraverso la ripetizione di pressioni, conflitti, rimproveri e conseguenze.

L'erosione della rete esterna produce così una forma di dipendenza che non è soltanto affettiva. Può diventare sociale, economica, abitativa e informativa. Quanto meno numerosi sono i punti di riferimento esterni, tanto più difficile diventa confrontare la propria esperienza con quella di altre persone, chiedere aiuto, verificare la propria percezione degli eventi o immaginare concretamente un'alternativa.

Questa dinamica può interagire anche con la storia familiare del perpetratore. La ricerca sulla trasmissione intergenerazionale della violenza ha documentato un'associazione tra esposizione alla violenza domestica durante l'infanzia e maggiore rischio di perpetrazione in età adulta (Murrell et al., 2007, Journal of Family Violence). Non si tratta però di determinismo: l'esposizione costituisce un fattore di rischio e non una traiettoria inevitabile. La violenza adulta nasce dall'interazione di più fattori, tra cui modelli culturali, apprendimento della violenza, regolazione emotiva, norme di genere, contesto sociale e disponibilità di alternative.

L'escalation fisica può inserirsi successivamente in questo sistema di controllo. I primi episodi vengono spesso minimizzati: uno spintone durante un litigio, una stretta al braccio, una mano alzata che non colpisce, un oggetto lanciato contro una parete. Non è necessario attribuire a ciascun episodio una singola intenzione psicologica per riconoscerne la funzione osservabile: la violenza introduce paura, modifica la risposta della partner e stabilisce una gerarchia nella gestione del conflitto.

La testimonianza che segue descrive un momento che nel racconto si rivela come una soglia, anche se allora non era stato riconosciuto come tale:

«La prima volta che mi aveva stretto al collo era durato forse tre secondi. Aveva mollato la presa, si era alzato, era uscito dalla stanza. Non ne avevamo mai parlato. Io non avevo nemmeno capito bene cosa fosse successo. Non avevo pensato: questo è un segnale di allarme, e il prossimo episodio sarà peggiore. Avrei dovuto.»

Lo strangolamento o soffocamento non fatale rappresenta un indicatore particolarmente grave nella valutazione del rischio. Può provocare lesioni interne, danni neurologici o altre conseguenze anche in assenza di segni esterni evidenti e la sua presenza è stata associata a un aumento del rischio di violenza letale nelle relazioni abusive (Campbell, Webster & Glass, 2009). Non significa che un singolo episodio permetta di prevedere con certezza un futuro femminicidio, ma modifica significativamente la valutazione complessiva del rischio, soprattutto quando coesiste con minacce di morte, stalking, accesso ad armi, controllo coercitivo, escalation della violenza o separazione.

La sua gravità viene inoltre frequentemente sottovalutata al momento dell'episodio. La persona può non riconoscere ciò che è accaduto come una forma specifica di violenza, soprattutto quando l'episodio è breve, non lascia segni visibili o viene immediatamente seguito da una fase di apparente normalizzazione.

Anche la gravidanza può diventare un momento di intensificazione del controllo in alcune relazioni caratterizzate da violenza e coercizione. Non perché la gravidanza produca automaticamente violenza, ma perché introduce cambiamenti corporei, responsabilità, dipendenze pratiche e difficoltà che possono essere sfruttati da un partner già orientato al controllo. Diverse ricerche hanno documentato la presenza o l'esacerbazione della violenza durante la gravidanza e nel periodo successivo al parto (Campbell et al., 2003).

In alcuni casi entra in gioco anche la coercizione riproduttiva: sabotaggio della contraccezione, pressione reiterata sulla decisione di avere un figlio, interferenze nelle scelte riproduttive o rapporti imposti. Quando la gravidanza si accompagna a dipendenza economica, abitativa e organizzativa, il margine concreto di autonomia può ridursi ulteriormente.

La combinazione di isolamento, controllo coercitivo, minacce e violenza fisica è particolarmente rilevante nella valutazione del rischio di esiti letali. La letteratura sul femminicidio ha identificato diversi fattori ricorrenti, tra cui minacce di morte, stalking, accesso ad armi, escalation della violenza, separazione o tentativo di separazione e precedenti episodi di strangolamento (Campbell, Webster & Glass, 2009). Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, consente di prevedere con certezza un esito letale: il rischio emerge dalla loro interazione.

È importante evitare anche una lettura automatica del rapporto tra violenza e suicidio della persona abusata. Alcune vittime possono sviluppare ideazione suicidaria o compiere tentativi di suicidio in conseguenza del trauma, dell'isolamento, della disperazione e della perdita di autonomia, ma non esiste un rapporto lineare né inevitabile tra abuso e suicidio. Anche in questo caso il rischio deve essere valutato individualmente.

La separazione rappresenta un momento particolarmente delicato. Quando il controllo sulla partner costituisce una componente centrale della relazione, la perdita di quel controllo può essere vissuta dal perpetratore come una minaccia alla propria posizione. Per questo, il periodo della separazione o del tentativo di separazione può coincidere con un aumento delle minacce, dello stalking o della violenza. Non tutte le separazioni producono un'escalation, ma il semplice fatto che la relazione stia terminando non costituisce, da solo, una misura di sicurezza.

Per la stessa ragione, dire semplicemente a una donna di «lasciare» il partner non è una strategia di sicurezza sufficiente. L'uscita da una relazione coercitiva può richiedere pianificazione, protezione abitativa, tutela economica, sostegno professionale, protezione dei figli, ove presenti, e una valutazione individualizzata del rischio. In presenza di minacce, stalking, armi o precedenti episodi di strangolamento, la pianificazione della sicurezza assume un'importanza ancora maggiore.

La conseguenza psicologica più profonda del confinamento non coincide necessariamente con una singola diagnosi. Possono comparire ansia, depressione, vergogna, ipervigilanza, sintomi traumatici, dissociazione e una progressiva perdita di fiducia nel proprio giudizio. Ma il nucleo comune è spesso più semplice e più radicale: la riduzione dei punti di riferimento attraverso i quali la persona poteva prima verificare la propria percezione della realtà.

È in questo contesto che può svilupparsi ciò che viene talvolta definito dipendenza traumatica: un legame nel quale paura, minaccia, sollievo, riavvicinamento e momenti di apparente cura si alternano, producendo una forte difficoltà a interrompere la relazione. Il concetto non deve essere utilizzato come etichetta universale né come spiegazione della permanenza nella relazione. La difficoltà a lasciare non equivale a consenso, debolezza o incapacità. Può essere il risultato dell'interazione tra isolamento, paura, minacce, responsabilità familiari, dipendenza economica o abitativa, erosione dell'autonomia e perdita progressiva della rete di sostegno.

Il confinamento, dunque, non avviene in un unico momento. È un processo cumulativo: ogni collegamento esterno diventa più difficile, ogni alternativa più costosa, ogni voce diversa da quella del partner meno credibile. Quando questo processo raggiunge la sua forma estrema, la relazione non è più soltanto una relazione: diventa l'ambiente nel quale la persona è costretta a vivere, interpretare gli eventi e prendere decisioni.

È questa la caratteristica che rende il pattern particolarmente insidioso. L'isolamento non è semplicemente una conseguenza dell'abuso: può diventare l'infrastruttura attraverso la quale l'abuso viene mantenuto. Riducendo progressivamente le relazioni, le risorse e i punti di confronto, il soggetto rende più difficile chiedere aiuto, più difficile immaginare l'uscita e più facile presentare il proprio controllo come l'unica realtà possibile.

La prevenzione richiede quindi di osservare la configurazione complessiva e non soltanto il singolo episodio. Occorre chiedersi se la persona mantiene libertà di movimento e decisione, se può vedere liberamente amici e familiari, se conserva autonomia economica e professionale, se ha accesso alle proprie informazioni e risorse, se modifica il proprio comportamento per paura della reazione del partner e se esiste uno spazio esterno nel quale possa raccontare ciò che sta accadendo senza conseguenze.

La radice di questi comportamenti non è soltanto incidentale né esclusivamente individuale: si colloca nell'intersezione tra processi psicologici, modelli culturali, apprendimento della violenza e condizioni sociali che possono rendere l'autonomia della partner più vulnerabile al controllo.

1.1.4. Lettura comparativa e traiettorie di escalation

Presi insieme, i tre pattern delineano una tipologia analitica che permette di leggere le configurazioni emerse non come casi isolati, ma come variazioni di uno stesso campo relazionale. Le differenze tra le forme non interrompono la continuità dei meccanismi sottostanti: ne modulano l’espressione lungo assi di intensità, visibilità e progressione temporale. Appropriazione funzionale, strumentalizzazione identitaria e confinamento coercitivo non sono categorie discrete, ma modalità ricorrenti di organizzazione dell’asimmetria relazionale, che possono presentarsi separate o sovrapposte dentro lo stesso ciclo. La lettura comparativa restituisce un quadro unitario: la variabilità riguarda le forme, la continuità riguarda le logiche di funzionamento.

La tabella che segue ricostruisce la sequenza in cui quelle logiche tendono a organizzarsi nel tempo, dalla fase di ancoraggio fino agli esiti estremi, associando a ciascuna configurazione i pattern comportamentali osservabili e gli indicatori di rischio corrispondenti.

Tabella 6 — Configurazioni ricorrenti di escalation nel controllo coercitivo e nei casi di esito letale

Configurazione relazionale Pattern comportamentali osservabili Indicatori di rischio associati
Ancoraggio relazionale e idealizzazione strategica Love bombing, costruzione accelerata del legame, simulazione di allineamento valoriale, attivazione di dipendenza affettiva precoce. Rapidità dell’impegno; intensificazione comunicativa; isolamento indiretto della rete di supporto; sovrainvestimento emotivo iniziale.
Progressiva restrizione dell’autonomia Interferenze nelle relazioni sociali, controllo informale di spostamenti e comunicazioni, gaslighting, ridefinizione della realtà relazionale. Riduzione della fiducia nella percezione personale; riorganizzazione delle reti sociali; incremento della dipendenza relazionale.
Sfruttamento economico e funzionale Trasferimento asimmetrico di costi economici, gestione strumentale delle risorse della partner, sabotaggio occupazionale selettivo. Asimmetria finanziaria crescente; riduzione autonomia economica; accumulo di debito relazionale e materiale.
Isolamento relazionale avanzato Erosione sistematica dei legami familiari e amicali, controllo territoriale, interferenza nei contesti lavorativi e sociali. Progressiva contrazione della rete di supporto; dipendenza quasi esclusiva dal partner; riduzione delle alternative di uscita.
Escalation della coercizione fisica e sessuale Violenza fisica intermittente, strangolamento, coercizione sessuale, intimidazione diretta. Episodi fisici anche isolati costituiscono marker ad alta predittività di escalation (Campbell et al., 2009).
Fase di rottura e intensificazione del controllo Minacce, stalking, coercizione emotiva, vittimizzazione dell’autore, tentativi di riconciliazione strumentale. Fase di massimo rischio: incremento documentato di eventi gravi durante o immediatamente dopo la separazione.
Esito letale o esiti estremi di violenza Femminicidio, violenza estrema, possibile estensione a terzi o suicidio dell’autore. Precedenti di strangolamento, escalation pregressa, accesso ad armi, minacce di morte reiterate.

Nota: Elaborazione propria di Roberta Limone su modello di Campbell (Danger Assessment, 2009), RSI (2025), rivista Partner Abuse (2026), Campbell (Danger Assessment), Stark (Coercive Control), Kelly & Johnson (2008), OMS (2021), studio nazionale spagnolo sul controllo coercitivo nell’85% dei femminicidi.

1.2. Il legame traumatico e il paradosso dell’opt-out

Nulla rivela la nostra ignoranza sulle dinamiche di abuso quanto la domanda più frequente rivolta alle donne che hanno subito abusi: "perché non sei andata via prima?" Questa formulazione presuppone che l’uscita dalla relazione sia un atto volitivo semplice, ostacolato soltanto da ragioni pratiche, e che la permanenza nella relazione rifletta incapacità di giudizio o una tolleranza implicita. Nessuna di queste premesse, però, è sostenuta dalla letteratura clinica e criminologica. All'interno dei pattern emersi dall’analisi delle testimonianze, la permanenza nella relazione abusiva non risulta adeguatamente spiegabile attraverso i soli vincoli materiali o il rischio oggettivo di ritorsioni. Sebbene i modelli di femminilità appresi — basati sul sacrificio e sulla dedizione alla cura — alimentino la resistenza all'abuso, la persistenza del legame è spiegata da due ulteriori dispositivi complementari: da un lato, una progressiva disorganizzazione cognitiva indotta da pratiche manipolative ricorrenti che compromette la fiducia nelle proprie percezioni – gaslighting – (Sweet, 2019; Hailes & Goodman, 2023; Adair, 2025); dall’altro, l’instaurarsi di un legame traumatico fondato su dinamiche di rinforzo intermittente (Dutton & Painter, 1981; Herman, 1992). La spiegazione più accurata del paradosso della permanenza si trova nella teoria del trauma bonding[3]. Herman (1992) ne ha elaborato la teorizzazione clinica più completa a partire dall’analisi comparata di sistemi di controllo totalitario. In tali sistemi, il legame psicologico tra controllore e controllato non si indebolisce con l’intensificarsi della coercizione: paradossalmente, si rafforza. La spiegazione neurobiologica di questo meccanismo è oggi ben documentata: i cicli di tensione–esplosione–riconciliazione descritti da Walker (1979) producono una disregolazione del sistema dopaminergico analoga a quella osservata nelle dipendenze da sostanze. Il sollievo che segue alla fase di riconciliazione — il cosiddetto honeymoon period — non è vissuto come pausa dalla minaccia, ma come ricompensa intensa, con un valore neurobiologico amplificato dalla precedente attivazione del sistema di allerta (Van der Kolk, 2014). Il gaslighting prolungato non produce soltanto dubbio relazionale, ma erode la fiducia nell’affidabilità della propria percezione come tale. Uno studio sperimentale del 2025 (Darke et al., 2025, Memory) ha rilevato che i soggetti sottoposti a pressione mnemonica da parte del partner incorporano in media il 26,3% delle modifiche introdotte sulla propria memoria autobiografica. Adair (2025), in una revisione sistematica pubblicata su Trauma, Violence & Abuse, conclude che l’autodubbio indotto dal gaslighting influisce direttamente sulla decisione di lasciare la relazione.

La ricerca sulle traiettorie di uscita documenta che in media una donna tenta di lasciare il partner abusivo da cinque a sette volte prima di riuscirci definitivamente (Anderson et al., 2003). Sebbene la letteratura riconosca l’esistenza di traiettorie più rapide o lineari in una quota minoritaria di casi, il pattern ricorrente rimane quello di una fuoriuscita progressiva, caratterizzata da tentativi interrotti e successivi riavvicinamenti.

Ogni tentativo interrotto non è un fallimento individuale, ma il risultato prevedibile di un sistema che, al momento della separazione, attiva le proprie risorse di controllo con intensità massima. Il 70% dei femminicidi avviene durante o dopo la separazione (Campbell et al., 2003), e le minacce di suicidio dell’autore in questa fase non vanno lette come segnali di vulnerabilità autentica, ma come ulteriore strumento di coercizione (Stark, 2007). Il carattere graduale del percorso di opt-out dalla relazione e la conseguente esposizione a livelli elevati di rischio nelle fasi di transizione rendono particolarmente rilevante il ruolo delle risposte istituzionali che accompagnano tali passaggi. Le evidenze sopra richiamate indicano che la fuoriuscita dal legame coercitivo non può essere interpretata come un evento puntuale, ma come un processo progressivo, caratterizzato da fasi di avanzamento e regressione, nelle quali il rischio di escalation può aumentare significativamente. Quando le istituzioni non assicurano una valutazione tempestiva e adeguata degli indicatori di rischio, quando la permanenza nella relazione non viene letta anche alla luce delle condizioni di vulnerabilità e dei meccanismi coercitivi sottostanti, e quando gli interventi attivati risultano discontinui o non consolidati a fronte di ripetute richieste di aiuto, si determina un deficit di protezione che può tradursi in forme di vittimizzazione secondaria. La conseguenza non è soltanto la riduzione dell’efficacia preventiva del sistema, ma anche l’indebolimento delle condizioni che rendono possibile la stabilizzazione dell’uscita e la riduzione dell’esposizione al rischio nelle fasi critiche della transizione.

  1. Trauma bonding: il termine è stato introdotto da Dutton, D.G., & Painter, S.L. (1981) e indica gli effetti di un legame traumatico o di una relazione tossica: lo sviluppo di attaccamenti emotivi nelle donne maltrattate e in altre relazioni caratterizzate da abuso intermittente Victimology, 6(1–4), 139–155. Va distinto dalla Sindrome di Stoccolma: nella Sindrome di Stoccolma il legame è bidirezionale (anche il captore sviluppa attaccamento verso l’ostaggio); nel trauma bonding il legame è unidirezionale, strutturato asimmetricamente dal ciclo coercitivo dell’abusante.

2. I dati della violenza in Italia

Prima di esaminarne la genesi, è necessario definire la dimensione del fenomeno. I dati nazionali delineano un quadro di ampia diffusione e rilevanza sistemica, che segnala la necessità di interventi non episodici ma strutturali, orientati alla prevenzione e alla riduzione del rischio. I dati vengono presentati come indicatori aggregati di prevalenza e intercettazione del fenomeno, senza implicare relazioni causali lineari tra le diverse dimensioni della violenza.

Tabella 1 — Tassonomia della violenza di genere: manifestazioni e dati di contesto

Le categorie ivi rappresentate sono da intendersi come distinzioni analitiche, spesso concorrenti e interdipendenti nei contesti delle relazioni intime.

Forma di Violenza Manifestazioni Dati e Note
Psicologica Minacce, ritorsioni, svalutazione, umiliazioni, insulti, gaslighting, manipolazione, trauma affettivo, gelosia, isolamento sociale, monitoraggio e controllo ossessivo (stalking). Equiparabile alla tortura per gli effetti psichici ed emotivi. Spesso anticamera o concomitante alla violenza fisica. Forma più diffusa e trasversale; genera trauma bonding, dipendenza, dubbi sulle proprie capacità, memoria e percezioni (EIGE, 2025).
Fisica Aggressioni, lesioni, percosse, spintoni, ustioni, strangolamento, uso di armi o oggetti contundenti. Può culminare nel femminicidio: nel 2024 in Italia, 116 donne uccise, 106 delle quali in contesto familiare/affettivo (91,4%). Nel 2025, 97 femminicidi, 85 in contesto familiare/affettivo (Report Viminale 2024–2025).
Sessuale Atti sessuali imposti con forza, minaccia o ricatto, coercizione riproduttiva e Stealthing; molestie fisiche e verbali; stupro. Stupri: 90% da partner, ex partner, amici o conoscenti. Molestie: 78,2% da sconosciuti o conoscenti (ISTAT, 2025).
Economica Controllo del denaro e dei beni; depauperamento patrimoniale; impedimento a lavorare o studiare; privazione di risorse essenziali; firme false su contratti o prestiti. Intrappola la persona abusata in una condizione di dipendenza forzata. Il 73% delle donne in contesti di abuso dichiara che il maggior ostacolo alla separazione è la mancanza di risorse personali (Postmus et al., 2020).
Informatica (Cyberviolenza) Violazioni della privacy, stalking online, molestie, diffamazione, calunnia, revenge porn, abusi sessuali basati sulle immagini, deep fake sessuale, hacking, furto di identità, sorveglianza tramite app di localizzazione, campagne d’odio, shitstorm, body shaming. Il 56% delle donne in contesti di violenza domestica subisce monitoraggio digitale (EIGE, 2025). Il 14,4% delle donne ha subito almeno una forma di abuso digitale (ISTAT, 2025).
Assistita Violenza psicologica, fisica o sessuale che i minori subiscono indirettamente assistendo a maltrattamenti sulla madre o su altre figure di riferimento affettivo. Gravi conseguenze sullo sviluppo psicofisico dei minori: ansia, depressione, disturbi del comportamento, ipervigilanza, normalizzazione della violenza e rischio di ripetizione adulta dei modelli abusanti.
Atti Persecutori (Stalking e Cyberstalking) Condotte reiterate e sistematiche di minaccia/molestia (pedinamenti, chiamate/messaggi assillanti, controllo, appostamenti) che causano ansia, paura e alterazione delle abitudini di vita. Fonte: Viminale, 2025 – Dossier Ferragosto: oltre 20.000 atti persecutori denunciati; casistiche in forte aumento (+86,6%) per gli ammonimenti del Questore per stalking.
Culturale / Etica / Religiosa Pratiche dannose giustificate da norme culturali, religiose o tradizionali: MGF e infibulazione; matrimoni forzati e/o precoci; controllo della riproduttività; isolamento sociale per motivi etico-religiosi. Fonte: Senato (Interrogazione 4-02245), Convenzione di Istanbul. Matrimoni forzati: aumentati da 8 casi (2020) a 28 casi (2023). MGF: stima di 39.000 donne sottoposte a mutilazione in Italia.

Nota: Elaborazione propria su fonti: Convenzione di Istanbul (L. 77/2013); ISTAT – Indagine sulla violenza contro le donne (2025); Ministero dell’Interno – Report femminicidi (2024–2025); EIGE – Gender Equality Index (2025); Postmus et al. (2020); Senato della Repubblica – Interrogazione 4-02245 (2024); Dossier Viminale Ferragosto (2025).

Tabella 2 – Indicatori essenziali della violenza di genere e rischio suicidario autori femminicidio in Italia (dati 2025)

Indicatore Stima assoluta / tasso Percentuale su riferimento Sommerso / mancate denunce
Violenza fisica o sessuale subita nella vita donne 16–70 anni ~7.900.000 donne 31,5% delle donne italiane Tasso di denuncia stimato su media 10%. Sommerso: 90% della violenza fisica e sessuale rimane invisibile al sistema giudiziario
Violenza psicologica o economica donne 16–70 anni >9.600.000 donne >38% Basso riconoscimento istituzionale della violenza psicologica ed economica
Femminicidi (contesto familiare/affettivo) anno 2024 106 su 116 donne uccise 91,4% delle vittime di femminicidio Mancata intercettazione delle dinamiche di violenza nelle relazioni intime
Autori di femminicidio che si suicidano anno 2024 33 autori su 106 femminicidi 31,3% degli autori di femminicidio Configurazioni relazionali ad alta intensità di controllo coercitivo
Superstiti che denunciano alle autorità ~790.000 donne su ~7,9 milioni 10% Sottodenuncia trasversale delle forme di violenza di genere

Nota: Elaborazione propria su dati ISTAT (2023–2024) e Ministero dell'Interno (2024–2025). Il dato sulla violenza fisica o sessuale è stato ricalcolato applicando la prevalenza ISTAT del 31,5% alla popolazione femminile 16–70 anni stimata a gennaio 2024 (~25 milioni di donne), da cui deriva la stima di ~7.900.000 donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il numero di denunce effettive (~790.000) è stato ricalcolato applicando il tasso di denuncia ISTAT (7–12%, qui stimato al 10%) alla base di 7.900.000 donne. La violenza psicologica ed economica (38%) aggrega i dati ISTAT 2023 con sovrapposizioni parziali. I femminicidi derivano dai dati 2024 del Ministero dell'Interno (106 su 116 vittime donne in contesto familiare/affettivo). Il tasso di suicidio degli autori (~33 su 106 femminicidi, pari al 31,3%) è rilevato dal report ISTAT "Le vittime di omicidio – Anno 2024", che documenta il suicidio dell'autore in "poco meno di un terzo dei casi" nei femminicidi da partner o familiari.

Tabella 2b – Principali cause della sottodenuncia della violenza di genere

Dati ordinati per prevalenza stimata. Le percentuali si riferiscono a donne che hanno subito violenza da parte del partner e non hanno sporto denuncia (ISTAT, Indagine sulla sicurezza delle donne, 2022–2024) e EIGE (2023). Tuttavia, poiché le rilevazioni campionarie disponibili non forniscono una scomposizione esaustiva delle motivazioni della sottodenuncia secondo il livello analitico richiesto dal presente studio, il quadro è stato integrato mediante triangolazione con letteratura internazionale su coercive control, trauma bonding ed economic abuse (Stark, Herman, Van der Kolk, Dutton & Painter, Postmus et al., Adams et al., Campbell et al.). Le categorie sono pertanto il risultato di una ricostruzione analitica integrata propria, basata su risposte multiple non esclusive e su modelli teorici convergenti.

Causa Meccanismo psicologico / strutturale Dato / stima Fonte e note
1. Dipendenza economica strutturale Depauperamento sistematico delle risorse, sabotaggio occupazionale, controllo dei conti. 73% delle donne in contesti di abuso non lascia il partner per ragioni economiche. Postmus et al. (2020); Adams et al. (2008).
2. Legame traumatico Ciclo abuso–riconciliazione con attaccamento traumatico e rinforzo intermittente. ~45% cita “speravo cambiasse” o “lo amavo ancora”. ISTAT(2022–2024); Herman (1992); Van der Kolk (2014); Dutton & Painter (1981).
3. Mancato riconoscimento dell'abuso Normalizzazione progressiva e gaslighting con difficoltà di identificazione della violenza. ~40% non riconosce l’esperienza come violenza. ISTAT(2022–2024); Cooke & Swan (2019).
4. Autocolpevolizzazione Interiorizzazione della responsabilità attraverso dinamiche di controllo coercitivo. ~38% dichiara vergogna o colpa personale. ISTAT(2022–2024); Grubb & Turner (2012); Stark (2007).
5. Paura di ritorsioni e escalation Percezione del rischio di intensificazione della violenza nella separazione. ~35% cita paura di conseguenze peggiori. ISTAT(2022–2024); Campbell et al. (2003).
6. Sfiducia nelle istituzioni Percezione di inefficacia o mancata protezione del sistema istituzionale. ~27% considera inutile la denuncia. ISTAT(2022–2024); Grubb & Turner (2012).
7. Isolamento sociale Erosione delle reti relazionali attraverso controllo coercitivo. ~25% dichiara assenza di supporto esterno. Stark (2007); Johnson (2008); EIGE (controllo coercitivo come pattern europeo).
8. Protezione dei figli Timore di conseguenze legate all’affidamento o ritorsioni sui figli. ~22% cita i figli come motivo di non denuncia. ISTAT(2022–2024); Radford & Hester (2006); CISMAI (2019).
9. Vergogna sociale e stigma Pressione normativa e interiorizzazione dello stigma sociale. ~20% segnala vergogna sociale. ISTAT(2022–2024); Vandello & Cohen (2003; EIGE (gender-based stigma patterns).
10. Barriere linguistiche e giuridiche (donne migranti) Limitato accesso ai servizi e asimmetria informativa. stimati <10% ISTAT(2022–2024); Hughes et al. (2012); EIGE (2023).

Nota metodologica: Elaborazione propria su dati EIGE (2023), ISTAT (2022-2024), basati su risposte multiple non additive, e letteratura internazionale su coercive control ed economic abuse. Le percentuali rappresentano frequenze di citazione di motivazioni della mancata denuncia e non variabili statistiche indipendenti o mutuamente esclusive. Alcune categorie derivano da ricodifica analitica di item motivazionali e interpretazione teorica coerente con i modelli di violenza di genere.

↑ Torna all’Indice


3. La genesi del comportamento coercitivo: apprendimento e formazione

Nel contesto di questo capitolo sulla genesi del comportamento coercitivo, l'evoluzione della ricerca empirica offre dati fondamentali per comprendere l'ancoraggio sociocognitivo della mascolinità egemonica e la sua strutturazione affettiva. Sebbene la disposizione al controllo trovi storicamente una legittimazione nei codici sociali tradizionali, gli studi degli ultimi vent'anni hanno focalizzato l'attenzione sui meccanismi psicologici che mediano il passaggio tra l'ideologia di genere appresa e l'attuazione di condotte abusive. Le ricerche condotte nell'ambito del Gender Role Strain Paradigm (Pleck, 1995) documentano come lo sforzo cronico per conformarsi a standard di mascolinità rigidi possa associarsi a una specifica forma di sofferenza psicologica nota come masculine gender role stress (MGRS). Quando un individuo percepisce una discrepanza tra le proprie risorse psicologiche e le aspettative sociali di invulnerabilità, dominanza ed efficienza performativa, possono emergere insicurezza, vergogna, rabbia e difficoltà nella gestione delle emozioni. In assenza di adeguati canali di elaborazione e comunicazione emotiva, tali stati possono contribuire a favorire risposte esternalizzate e aggressive. La letteratura empirica rileva infatti un'associazione significativa tra elevati livelli di masculine gender role stress e aggressività interpersonale, compresa la violenza nelle relazioni intime (Jakupcak et al., 2002; Moore & Stuart, 2005). In uno studio successivo, Jakupcak ha inoltre rilevato che la paura delle emozioni era associata alla violenza relazionale anche oltre quanto spiegato dallo stress da ruolo di genere e mediava parzialmente la relazione tra quest'ultimo e la violenza (Jakupcak, 2003).

Il controllo coercitivo si configura, pertanto, come l'esito fenomenologico di un processo di interiorizzazione precoce delle asimmetrie di genere. Sin dall'infanzia, la trasmissione di modelli disfunzionali di mascolinità e femminilità contribuisce a gettare le basi per quella gerarchia relazionale che, in età adulta, potrebbe cristallizzarsi in dinamiche di dominio e prevaricazione. Tale assimilazione può prodursi attraverso osservazione, imitazione e rinforzo differenziale nei contesti primari e secondari di formazione, secondo il modello descritto dalla Social Learning Theory di Bandura (1977). I comportamenti conformi alle norme di genere possono altresì consolidarsi attraverso il rinforzo positivo dell'approvazione sociale, dell'inclusione e del riconoscimento, mentre quelli percepiti come discordanti possono essere sanzionati — in forma esplicita o implicita — attraverso disapprovazione, esclusione, discriminazione, pregiudizio o perdita di riconoscimento.

3.1. I modelli di mascolinità: regolazione emotiva e disposizione al controllo

I modelli di formazione della mascolinità – storicamente costruiti attorno a performance, autonomia decisionale, competitività e conquista dello status – impongono l'assimilazione di un rigoroso codice affettivo. La letteratura psicometrica e sociocognitiva mostra che l'adesione alle norme maschili tradizionali è associata a una maggiore difficoltà nell'esprimere e condividere gli stati emotivi percepiti come incompatibili con l'immagine di forza, autosufficienza e controllo. Le meta-analisi sulla conformità alle norme maschili hanno inoltre rilevato associazioni significative tra tale conformità e diversi esiti psicologici negativi, con particolare riferimento alle norme che enfatizzano autosufficienza, controllo emotivo e dominio (Wong et al., 2017). Sul piano dello sviluppo, la ricerca mostra inoltre differenze di genere nell'espressione delle emozioni già durante l'infanzia: le bambine manifestano mediamente una maggiore espressione di emozioni internalizzanti, mentre i bambini mostrano una maggiore espressione di emozioni esternalizzanti, tra cui la rabbia, sebbene gli effetti complessivi siano di piccola entità e fortemente dipendenti dal contesto (Chaplin & Aldao, 2013).

In questo quadro, la difficoltà a riconoscere, verbalizzare e condividere emozioni come paura, tristezza, vergogna o insicurezza può favorire il ricorso a modalità di regolazione più esternalizzate, tra cui la rabbia e l'acting-out. Non si tratta di una trasformazione automatica dell'emozione repressa in violenza: il passaggio dalla disregolazione emotiva alla condotta abusiva dipende da una pluralità di fattori individuali, relazionali e sociali. Tuttavia, quando l'attivazione emotiva – dovuta a rifiuto, frustrazione, umiliazione, insicurezza o percezione di perdita di controllo – non trova adeguati canali di elaborazione interiore, la soppressione espressiva può agire come amplificatore del disagio, alimentando processi ruminativi e un'elevata attivazione fisiologica che possono precedere risposte disfunzionali.

La ricerca sulla violenza nelle relazioni intime ha inoltre evidenziato un'associazione tra adesione rigida alle norme maschili e rischio di comportamenti violenti o abusivi nei confronti della partner. Reidy e colleghi hanno mostrato come il masculine discrepancy stress – la tensione associata alla percezione di non corrispondere agli standard di mascolinità interiorizzati – costituisca un fattore rilevante nel rapporto tra norme di genere e violenza del partner intimo, sottolineando al tempo stesso che le norme di genere, da sole, non spiegano la complessità dell'IPV (Reidy et al., 2014). La vulnerabilità percepita come minaccia allo status maschile può quindi diventare, in determinati contesti, un elemento che alimenta risposte aggressive o strategie di ristabilimento del controllo.

È proprio in questa configurazione che può delinearsi la cosiddetta disposizione al controllo – un assetto caratterizzato dalla combinazione tra inibizione emotiva, bisogno di autosufficienza e dominanza relazionale, nel quale la vulnerabilità difficilmente riconosciuta viene proiettata all'esterno, trasformandosi in controllo coercitivo ed eterodiretto. Tale disposizione non è un tratto patologico individuale, bensì una strategia adattiva, disfunzionale nel lungo periodo, che può essere appresa e rinforzata all'interno di contesti sociali nei quali la mascolinità viene associata all'esercizio del potere.

La ricerca cross-culturale sui masculine honor beliefs ha mostrato come, nei contesti in cui l'onore maschile è fortemente associato alla reputazione, alla capacità di esercitare autorità e alla difesa del proprio status, la violenza contro la partner possa essere maggiormente tollerata o utilizzata come mezzo di ristabilimento della reputazione (Vandello & Cohen, 2003; Vandello & Cohen, 2008). In particolare, gli studi di Vandello e Cohen hanno evidenziato come, nei contesti caratterizzati da forti codici d'onore, l'infedeltà femminile possa essere percepita come una minaccia alla reputazione maschile e come la violenza possa essere culturalmente rappresentata come uno strumento per ristabilire lo status compromesso.

Questa relazione tra ideologia dell'onore e aggressività emerge anche in studi più recenti. In un campione di 740 uomini adulti, Šakan e Dinić hanno rilevato che l'ideologia dell'onore maschile era associata all'aggressività e mediava la relazione tra sadismo quotidiano e comportamento aggressivo (Šakan & Dinić, 2023). Il dato non autorizza a considerare l'ideologia dell'onore una causa autonoma della violenza, ma rafforza l'ipotesi che determinati sistemi di credenze sulla mascolinità possano interagire con caratteristiche individuali e contesti relazionali, aumentando la propensione a risposte aggressive.

3.2. I modelli di femminilità: ancoraggio relazionale, etica della cura e integrazione della vulnerabilità

Lo stesso sistema di rinforzo differenziale produce, attraverso processi paralleli e complementari, modelli educativi di femminilità nei quali il valore personale viene più frequentemente ancorato alla dimensione relazionale e alla capacità di prendersi cura degli altri. Nella prospettiva elaborata da Carol Gilligan (1982) nel suo saggio In a Different Voice, l'identità morale femminile viene descritta attraverso una particolare attenzione alla responsabilità, alla cura e alla preservazione dei legami. L'etica della cura centrata sulla preservazione del legame e sull'attenzione ai bisogni dell'altro costituisce, in questa prospettiva, una modalità di orientamento morale distinta da una concezione fondata prevalentemente sull'autonomia e sui principi astratti.

Sul piano dello sviluppo emotivo, la ricerca mostra che alle bambine viene mediamente consentita un'espressione più ampia di alcune emozioni internalizzanti rispetto ai maschi, mentre i bambini manifestano maggiormente emozioni esternalizzanti come la rabbia; le differenze, tuttavia, sono contenute e non possono essere ricondotte a un'unica matrice educativa (Chaplin & Aldao, 2013). L'integrazione della vulnerabilità come componente legittima dell'esperienza soggettiva può costituire una risorsa relazionale e favorire la capacità di riconoscere e condividere gli stati emotivi propri e altrui. Allo stesso tempo, quando la responsabilità della cura e della stabilità del legame viene interiorizzata come un obbligo unilaterale, la stessa disposizione può contribuire a rendere più tollerabili configurazioni relazionali profondamente asimmetriche.

In questa prospettiva, la centralità attribuita allo sguardo e al giudizio dell'altro può tradursi in una maggiore dipendenza da criteri di valutazione esterni, soprattutto quando il valore personale viene associato all'aspetto fisico e alla desiderabilità sociale percepita. A questa dinamica si collega la Objectification Theory di Fredrickson e Roberts (1997), secondo cui l'esposizione a forme di oggettivazione sessuale può favorire nelle donne l'interiorizzazione dello sguardo dell'osservatore come prospettiva privilegiata sul proprio corpo. Tale processo è associato a una maggiore sorveglianza corporea e può aumentare vergogna e ansia, riducendo al tempo stesso la consapevolezza degli stati corporei interni (Fredrickson & Roberts, 1997).

Questi processi non implicano una predisposizione femminile alla permanenza nelle relazioni abusive. Piuttosto, quando l'attitudine a sostenere e comprendere l'altro viene sollecitata in modo asimmetrico, la partner può assumere progressivamente una quota sproporzionata della responsabilità per la tenuta del legame. In presenza di controllo coercitivo, tale responsabilità può essere sfruttata dal partner abusante attraverso richieste di comprensione, giustificazioni, promesse di cambiamento o rappresentazioni della crisi come una responsabilità condivisa. La violenza può così rimanere occultata dietro il linguaggio della cura, della pazienza e del sacrificio.

La sottostante Tabella 3 sintetizza, per i due modelli normativi, come determinati comportamenti e caratteristiche possano essere valorizzati, scoraggiati o considerati marginali nei rispettivi sistemi di aspettative, contribuendo a consolidare l'asimmetria di genere. Questa sedimentazione culturale, per quanto precoce e diffusa, produce effetti orientativi e non deterministici. Riconoscere la natura appresa dei comportamenti abusivi implica la possibilità del loro disapprendimento: le stesse pratiche sociali che contribuiscono alla produzione delle gerarchie di genere possono essere orientate, nei contesti educativi, relazionali e istituzionali, a promuovere modelli fondati sulla reciprocità e sulla regolazione non coercitiva del conflitto.

Tabella 3 — Sistemi di ricompensa e sanzione nella formazione differenziale dei modelli di genere

✓ Ricompensato Verde = approvato, valorizzato   △ Neutro / marginale Azzurro = non centrale o ambivalente   ✗ Sanzionato Rosa = disapprovato, stigmatizzato

Comportamento Sistema normativo della mascolinità Sistema normativo della relazionalità femminile
Competizione e affermazione ✓ Ricompensatostatus, riconoscimento pubblico, autorevolezza △ Neutro / marginalemeno centrale nei criteri tradizionali di valutazione sociale
Controllo e dominio relazionale ✓ Indirettamente valorizzatoautorità, assertività e capacità di imporsi possono essere associate a status e leadership ✗ Sanzionatoincompatibile con l'ideale della reciprocità e della cura relazionale
Vulnerabilità ed espressione emotiva ✗ Sanzionatopuò essere associato a debolezza, perdita di status o insufficiente autosufficienza ✓ Maggiormente valorizzatoriconoscimento relazionale e legittimazione dell'espressione emotiva
Autonomia decisionale e agency individuale ✓ Ricompensatoindipendenza, leadership, efficacia △ Ambivalentericonosciuta, ma tradizionalmente modulata dalla compatibilità con le esigenze relazionali
Empatia e cura relazionale △ Ambivalentela cura può essere valorizzata, mentre l'espressione di vulnerabilità può entrare in conflitto con ideali di autosufficienza ✓ Fortemente valorizzatocentralità della competenza relazionale e della responsabilità verso l'altro
Visibilità corporea e riconoscimento estetico △ Accessoriomeno strutturante rispetto ad altri criteri tradizionali di riconoscimento sociale ✓ Valorizzatomaggiore centralità attribuita all'aspetto fisico e alla desiderabilità sociale

Nota: Elaborazione propria. Fonti: Bandura (1977); Fredrickson & Roberts (1997); Chaplin & Aldao (2013); Vandello & Cohen (2003).

La tabella mostra come sistemi differenziali di ricompensa e sanzione possano contribuire a produrre configurazioni di genere complementari ma asimmetriche, distribuendo in modo diverso aspettative, riconoscimento sociale e responsabilità emotive e relazionali. Modificare questo assetto richiede interventi diversi ma coordinati, capaci di agire sui processi attraverso i quali tali aspettative vengono apprese e interiorizzate. Per i modelli di mascolinità, questo significa favorire forme di alfabetizzazione emotiva e di elaborazione della vulnerabilità che non siano vissute come incompatibili con l'autonomia, l'autorevolezza o lo status, mettendo al tempo stesso in discussione quei codici culturali che associano il valore personale alla capacità di esercitare controllo o difendere il proprio onore. Per i modelli di femminilità, l'intervento riguarda invece l'equilibrio tra cura e autonomia: rafforzare la capacità di definire confini nella reciprocità e mettere in discussione quei copioni relazionali che possono trasformare il sacrificio e la responsabilità per la tenuta del legame in aspettative implicite dell'identità.

In entrambi i casi, l'obiettivo non consiste nella sostituzione di un modello normativo con un altro, ma nella progressiva decostruzione delle aspettative rigide che associano il valore personale a ruoli relazionali gerarchici. Si tratta di promuovere pratiche educative e relazionali fondate sulla regolazione condivisa delle emozioni, sulla reciprocità, sull'autonomia e sulla responsabilità reciproca, riducendo le condizioni culturali che possono favorire la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze di genere.

↑ Torna all’Indice


4. Le lacune del quadro normativo italiano

Le dinamiche di apprendimento sociale descritte nella Sezione 3 spiegano che i comportamenti coercitivi non rappresentano una deviazione o un’anomalia, ma si sviluppano all’interno di processi formativi transgenerazionali, fondati su dinamiche di controllo, asimmetria e gestione disfunzionale del potere affettivo che vengono appresi, interiorizzati e riprodotti nel tempo. Su questa base interpretativa, la Sezione 4 sposta l’analisi sul piano normativo, interrogando la capacità dell’ordinamento giuridico di intercettare una fenomenologia che non si presenta come episodica, ma come sequenza progressiva e strutturata di condotte apprese. In tale passaggio emerge una discrepanza rilevante tra la struttura reale del fenomeno e la sua rappresentazione giuridica. Ne deriva una frammentazione della lettura giuridica, che riduce la possibilità di cogliere la continuità causale e funzionale delle condotte all’interno della dinamica complessiva, soprattutto nei casi in cui l’esito lesivo rappresenta il punto di approdo di una progressione di comportamenti abusivi già consolidata. Il Codice Rosso (L. 69/2019) ha introdotto un rafforzamento significativo degli strumenti procedurali e sanzionatori in materia di violenza domestica, atti persecutori e lesioni gravi, prevedendo corsie preferenziali e una maggiore tempestività dell’intervento; tuttavia, permane una criticità strutturale, in quanto una parte rilevante delle condotte che costituiscono la violenza di genere e la violenza digitale continua a non essere riconosciuta in termini di autonomia tipologica, oppure viene assorbita in fattispecie principali senza adeguata valorizzazione della loro funzione causale all’interno del processo abusivo complessivo.

Tabella 4 — Tipologie di abuso, qualificazione giuridica, effetti prescrizionali e proposte di riforma

Tipologia di Abuso Reato autonomo? Rilievo prescrizionale Qualificazione giuridica e proposte di riforma
Violenza fisica ✓ Sì Prescrizione ordinaria; decorrenza dalla cessazione della condotta nei reati abituali Lesioni personali, percosse e maltrattamenti (artt. 581, 582, 572 c.p.). Si propone il rafforzamento del trattamento sanzionatorio nei reati abituali e la piena valorizzazione della natura continuativa ai fini della decorrenza della prescrizione.
Stalking ✓ Sì Termini medi; decorrenza dall’ultimo atto persecutorio Atti persecutori (art. 612-bis c.p.). Si propone il rafforzamento del quadro sanzionatorio e la tipizzazione autonoma delle condotte di persecuzione digitale (cyberstalking).
Revenge porn ✓ Sì Decorrenza ordinaria; effetti protratti nel tempo per la diffusione digitale Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (art. 612-ter c.p.). Si propone il rafforzamento degli obblighi di rimozione e dei poteri di intervento cautelare e di deindicizzazione immediata.
Violenza sessuale ✓ Sì Termini estesi; decorrenza differita nei casi di minori Art. 609-bis c.p. Si propone il rafforzamento della tutela processuale della persona abusata e la revisione del regime prescrizionale nei casi aggravati.
Femminicidio (esito terminale) ✗ No (non tipizzato autonomamente) Assorbito nell’omicidio volontario con eventuali aggravanti generali o specifiche Interpretato come esito terminale di una sequenza di condotte violente autonome e progressivamente cumulative. Si propone la tipizzazione autonoma del femminicidio quale fattispecie aggravata o reato distinto, in ragione della sua matrice sistemica e progressiva.
Controllo coercitivo ✗ No Non tipizzato → assenza di autonoma rilevanza prescrizionale Si propone l’introduzione di un reato autonomo di abuso coercitivo, già previsto in ordinamenti come Regno Unito, Irlanda, Australia e Canada.
Sorveglianza digitale abusiva ✗ No Difficoltà di emersione → rischio di repressione tardiva Introduzione di Reato autonomo di intrusione digitale relazionale (monitoraggio, geolocalizzazione, accesso a dispositivi senza consenso).
Abuso economico ✗ No Frequentemente assorbito in altre fattispecie Introduzione di una fattispecie autonoma di violenza economica sistemica, rilevante anche ai fini del concorso causale nei reati più gravi.
Deepfake ⚠ Parziale Persistenza digitale del danno non limitata temporalmente Manipolazione e diffusione di contenuti sintetici lesivi dell’identità personale. Si propone il rafforzamento sanzionatorio e l’introduzione di obblighi di rimozione immediata e continuativa.
Sextortion ✗ No Dipendente dalla qualificazione estorsiva generale Fattispecie autonoma di estorsione digitale mediante minaccia di diffusione di materiale intimo o sessualmente esplicito.
Doxing ✗ No Repressione spesso tardiva rispetto alla diffusione dei dati Reato autonomo di diffusione illecita e intenzionalmente lesiva di dati personali, con esposizione della vittima a rischio sociale e relazionale.
Coercizione riproduttiva ✗ No Difficile emersione probatoria e qualificazione frammentata nell’ordinamento vigente Fattispecie autonoma di violenza contro l’autodeterminazione procreativa, comprendente condotte eterogenee quali l’interferenza o la manipolazione del consenso riproduttivo (es. rimozione o danneggiamento di contraccettivi, rapporti non protetti all’insaputa della vittima – “stealthing”), nonché forme di coercizione diretta o indiretta alla gravidanza o all’interruzione della stessa. Si propone il riconoscimento unitario della lesione dell’autonomia corporea e riproduttiva come reato autonomo.
Gaslighting ✗ No Non tipizzato → rischio di irrilevanza giuridica autonoma Reato autonomo di violenza psicologica strutturata mediante manipolazione sistematica della percezione della realtà della vittima.
Alterazione coercitiva dello stato di coscienza (drugging) ✗ No Reato attualmente frammentato e assorbito in fattispecie eterogenee (lesioni, violenza sessuale, stato di incapacità procurato) Si propone l’introduzione di una fattispecie autonoma di alterazione non consensuale dello stato di coscienza mediante somministrazione di sostanze o mezzi idonei a compromettere la capacità di autodeterminazione della vittima, configurabile come reato strumentale alla commissione di ulteriori condotte di abuso o controllo, con particolare rilevanza nei reati a sfondo sessuale e coercitivo.

Tabella 4: Elaborazione propria su base normativa, giurisprudenziale e criminologica (L. 69/2019, L. 168/2023, orientamenti della Corte di Cassazione penale, relazioni ISTAT e CNR). La matrice adottata è di tipo multi-assiale e individua diversi piani di vulnerabilità giuridicamente rilevanti (fisico, psicologico, economico, digitale, reputazionale e riproduttivo), al fine di evidenziare la natura progressiva e cumulativa delle condotte abusive e la loro attuale eterogenea qualificazione nell’ordinamento. La distinzione tra “reati autonomi” e “non tipizzati” riflette il grado di riconoscimento normativo delle singole fattispecie. Il riferimento al rilievo prescrizionale è inteso come indicatore sistemico di effettività della tutela penale, evidenziando come la mancata emersione o autonoma qualificazione delle condotte nelle fasi iniziali possa incidere sull’esercizio tempestivo dell’azione penale, con conseguente rischio di perdita di rilevanza giuridica del fatto e di ineffettività complessiva della risposta ordinamentale nei contesti di violenza relazionale e digitale.

La Tabella 4 svolge una funzione ricostruttiva del fenomeno evidenziando un sistema di fattispecie che insistono su distinti assi di vulnerabilità, restituendo la struttura reale della violenza come sequenza cumulativa e progressiva di abusi causalmente autonomi e spesso concorrenti. La rilevanza giuridica della sequenza abusiva non presuppone la stabilità del rapporto tra autore e vittima, ma l'esistenza di una dinamica causale riconoscibile, idonea a determinare una riduzione progressiva della capacità di autodeterminazione della persona offesa, anche in contesti non relazionali o episodici. Il modello distingue le singole condotte in relazione ai diversi assi su cui esse incidono — fisico, psicologico, economico, sociale, digitale, riproduttivo, reputazionale — e rende visibile come la violenza di genere non si presenti come evento unitario, ma come processo composito di fattispecie tra loro interagenti. Poiché il diritto vigente in Italia – a differenza di altri paesi – non le riconosce come fattispecie autonome, nella realtà giuridica, istituzionale e processuale tali condotte vengono trattate meramente come circostanze aggravanti del reato "principale", con conseguente neutralizzazione della loro funzione tipizzante e dell'attivazione anticipata della tutela penale nei confronti della vittima di abusi. Secondo tale logica, l'intervento si concentra nella fase acuta del reato finale — maltrattamenti, violenza sessuale, femminicidio — senza intercettare la sequenza di condotte che lo precede e lo determina. A monte dell'epilogo si colloca una serie di fattispecie dotate di propria struttura offensiva e di distinti effetti causali: controllo coercitivo, abuso economico, isolamento sociale, violenza psicologica, sorveglianza digitale abusiva, diffusione non consensuale di contenuti intimi, manipolazione identitaria digitale, sextortion, doxing, coercizione riproduttiva, gaslighting. Pur operando come fattori causali autonomi, tali condotte vengono sistematicamente assorbite nella fattispecie principale o degradate ad elementi accessori, con perdita della loro autonoma rilevanza. Per questa ragione, le ipotesi di riforma prospettate in questa sezione emergono dall’evidenza che tali condotte non trovano, nell’attuale ordinamento giuridico, un’autonoma qualificazione tipica. L’obiettivo è colmare tale lacuna attraverso il riconoscimento di tali condotte come fattispecie autonome — e non come mere circostanze aggravanti — la cui offensività è dimostrata dalla persistenza di un danno biopsicosociale che precede l’evento criminale, lo attraversa e spesso lo sopravvive, e che risulta raramente adeguatamente riconosciuto nei sistemi di rilevazione e tutela vigenti. Il reato più facilmente rilevabile tende a configurarsi come epilogo di una sequenza progressiva di condotte che, pur producendo effetti causali distinti, vengono sistematicamente dequalificate.

A tal proposito, alcuni casi di cronaca consentono di rendere visibile tale struttura in forma esemplificativa. Il caso di Arianna Flagiello rappresenta un punto di svolta in ambito giurisprudenziale, in particolare alla luce della sentenza della Cassazione n. 44265/2021. Tale pronunciamento ha sancito un’evoluzione interpretativa rilevante, riconoscendo la configurabilità del reato di maltrattamenti aggravati dall’evento morte anche nei casi di suicidio. La sentenza evidenzia come la progressiva erosione dell’autonomia personale possa essere letta in termini di causalità cumulativa, nella quale il gesto estremo non costituisce una scelta libera, ma l’esito di un deterioramento psichico progressivo e continuativo. In tale prospettiva, una qualificazione tempestiva di tali condotte come forme di controllo coercitivo avrebbe potuto attivare dispositivi di intervento anticipato.

Il caso di Tiziana Cantone delinea, invece, una traiettoria diversa, segnata dallo scarto tra la rapidità della dimensione digitale e i tempi del diritto. Sebbene la vicenda abbia costituito uno dei fattori di accelerazione che hanno portato all’introduzione del cosiddetto “Codice Rosso” e del reato di revenge porn (art. 612-ter c.p.), sul piano processuale si è giunti all’archiviazione per l’impossibilità di individuare un nesso causale univoco secondo i criteri penalistici vigenti all’epoca. In applicazione del principio di legalità (nullum crimen sine lege), non era infatti possibile procedere in assenza di una specifica fattispecie incriminatrice. Ne è derivata l’applicazione di figure di reato meno specifiche, quali la diffamazione e la violazione della privacy, caratterizzate da presupposti probatori e cornici sanzionatorie non pienamente adeguati a ricondurre un evento suicidario alla catena causale dell’offesa.

La dimensione virale del contesto digitale ha inoltre prodotto una forma di responsabilità diffusa e frammentata: l’offensività non è risultata riconducibile a un singolo agente, ma a una molteplicità anonima di attori che, nel tempo, ha consolidato e stabilizzato il pregiudizio, rendendo il danno non solo persistente ma eccedente rispetto all’evento originario. Il caso evidenzia così come, in assenza di una qualificazione giuridica specifica, la dispersione della responsabilità tra soggetti iniziali e platea dei fruitori renda inefficace la tutela ex post, trasformando la gogna mediatica in una forma di condanna sociale priva di un corrispondente accertamento penale univoco.

Questi due casi, entrambi conclusi con il suicidio delle vittime di abusi, rivelano come la violenza di genere non possa essere ricondotta a un singolo evento tragico, bensì debba essere interpretata come un sistema di condotte abusive autonome, progressive e stratificate, i cui effetti distruttivi si estendono ben oltre l’esito finale. Mentre il caso Flagiello segna un passaggio evolutivo nel riconoscimento della causalità cumulativa — elevando il processo di progressivo annientamento psichico a elemento rilevante ai fini dell’accertamento della responsabilità penale — la vicenda Cantone evidenzia le criticità di un sistema che fatica a ricomporre la frammentazione della responsabilità nella dimensione digitale del reato.

Ne consegue che soltanto un impianto normativo aderente a tale complessità strutturale può intercettare la dinamica eziologica nella sua interezza. È pertanto necessario superare la logica del reato unitario (es. maltrattamenti), che tende a ricondurre i singoli atti vessatori a segmenti di un’unica condotta o a meri elementi accessori dell’evento finale, per giungere al riconoscimento di fattispecie autonome e concorrenti. Solo attraverso la qualificazione di ciascun atto abusivo come reato indipendente è possibile restituire piena rilevanza giuridica al danno subito dalla vittima e garantire una risposta sanzionatoria effettiva. In tale prospettiva, l’attuale inquadramento di tali condotte come elementi accessori della fattispecie complessiva finisce per trasformare la prescrizione da istituto di garanzia a fattore di ineffettività del sistema penale. Al contrario, la loro qualificazione come reati autonomi consentirebbe l’applicazione di termini prescrizionali più adeguati alla gravità e alla reiterazione dei singoli atti, evitando che lo scorrere del tempo neutralizzi la continuità di un’offesa che non si esaurisce nell’epilogo più tragico.

Le evidenze emerse dall’analisi empirica che ha ispirato questo lavoro confermano che gli effetti degli abusi di genere non si esauriscono nella fase della vittimizzazione attiva, ma si cristallizzano in una dimensione post-relazionale che si estende oltre la persona direttamente coinvolta, investendo in modo significativo anche le famiglie e le reti affettive delle vittime non sopravvissute. Come si vedrà nelle sezioni successive, la scelta di molte intervistate di rinunciare all’instaurazione di future relazioni affettive non rappresenta soltanto una strategia di protezione dal trauma, ma segnala il fallimento di un sistema che, non riconoscendo la cumulatività e la continuità del danno, finisce per indebolire la propria funzione di garanzia dell’autonomia personale.

4.1. Il fondamento del danno biopsicosociale per il passaggio da circostanza aggravante a reato autonomo

Il presupposto teorico su cui si fonda la necessità di riconoscere l'autonomia delle fattispecie trattate nel paragrafo precedente risiede nella natura multidimensionale dell'offesa. La violenza coercitiva non produce un danno unitario, ma colpisce il soggetto lungo tre direttrici simultanee, configurando quello che in ambito clinico e medico-legale è definito danno biopsicosociale: una lesione multidimensionale che aggredisce la persona abusata su assi distinti e non sovrapponibili alla sola integrità fisica. Mentre l'aggravante subordina l'offesa a un reato "principale" (solitamente violento), il riconoscimento del danno biopsicosociale permette di isolare tre livelli di lesività che giustificano la punibilità autonoma della condotta:

1) Dimensione biologica: L’esposizione prolungata al controllo e alla manipolazione determina una costante attivazione dei sistemi di risposta allo stress. Questo trauma cumulativo genera alterazioni neurobiologiche e psicosomatiche che costituiscono una lesione dell'integrità fisica, anche in assenza di percosse.

2) Dimensione psicologica: Le condotte di gaslighting e manipolazione identitaria operano una frammentazione dell'autostima e una progressiva erosione dell'identità. Il danno, in questo alveo, si traduce nella perdita di fiducia nelle proprie capacità percettive, rendendo la vittima di abusi vulnerabile a ulteriori forme di dominio e manipolazione.

3) Dimensione sociale e autodeterminazione: L’abuso economico e l’isolamento sociale colpiscono la capacità della persona abusata di agire come soggetto autonomo e indipendente. Tale lesione non riguarda solo la sfera privata, ma neutralizza la sua partecipazione alla vita civile e professionale, rendendola socialmente invisibile e priva di una rete di protezione solida.

Seguendo questa logica, la proposta di trasformare le condotte coercitive da "circostanze aggravanti" a reati autonomi, risponde all'esigenza di tutelare specificamente ciascuno di questi assi. Trattare l'isolamento sociale o l'abuso economico come elementi accessori del reato di maltrattamenti significa, di fatto, negare la rilevanza del danno alla capacità di autodeterminazione della donna, subordinando la sua libertà sociale alla sola integrità fisica.

↑ Torna all’Indice


5. La vittimizzazione secondaria e il victim blaming: quando le istituzioni riproducono il danno

Ai vuoti normativi si aggiunge di frequente una criticità istituzionale e sociale distinta: la risposta alla violenza non sempre riesce a compensare le asimmetrie culturali che la legge intende correggere. Chi riceve la denuncia è spesso contaminato dai medesimi pregiudizi che generano e perpetuano l’abuso analogamente a quanto avviene sul piano collettivo e sociale: interrogatori e affermazioni implicitamente colpevolizzanti, attenzione rivolta alla condotta della vittima di abusi anziché dell’autore, pressioni per avvalorare la credibilità personale prima ancora che fattuale, deresponsabilizzazione dell’abusatore.

Questo fenomeno, noto in letteratura come victim blaming (colpevolizzazione della vittima), è stato ampiamente documentato nella psicologia sociale. La ricerca di Grubb e Turner (2012) ha dimostrato come l’adesione ai «miti dello stupro» e l’attribuzione di responsabilità alla vittima di abusi siano precursori sostanziali di approcci sfavorevoli in sede processuale.

Quando tali schemi interpretativi vengono incorporati nelle pratiche istituzionali di gestione della denuncia e, più in generale, nelle fasi procedurali e processuali, essi possono tradursi in forme di vittimizzazione secondaria.

Tale dinamica non si esaurisce nella dimensione individuale dell’interazione tra persona abusata e istituzioni, ma può assumere configurazioni più ampie nelle politiche di sicurezza e nelle pratiche di gestione del rischio, in cui l’onere della protezione viene progressivamente spostato sui bersagli della violenza.

Un caso emblematico, spesso citato in letteratura, è quello che si verificò nel 1977 durante le indagini sugli omicidi poi attribuiti al serial killer Peter Sutcliffe nel West Yorkshire, quando la polizia impose il coprifuoco alle donne della città di Leeds, lasciando al contempo intatta la libertà di movimento di tutti gli uomini.

Nel limitare la libertà delle potenziali vittime, le istituzioni trasferirono su di esse l’onere della sicurezza, lasciando inalterato il contesto che produceva il pericolo. Nel novembre dello stesso anno, manifestazioni coordinate in diverse città britanniche, sotto lo slogan «No curfew on women — curfew on men», diedero origine al movimento Reclaim the Night. La questione sollevata resta strutturalmente attuale: se il rischio è riconducibile a comportamenti o a soggetti identificati, perché l’onere di proteggersi continua a ricadere sulle potenziali vittime anziché sui potenziali aggressori?

In molti casi le istituzioni non si limitano a trasferire sul contesto di rischio la responsabilità della loro stessa sicurezza, ma producono veri e propri atti formali che supportano attivamente la cultura da cui la violenza origina, con il rischio di contribuire alla riproduzione di stereotipi giuridicamente irrilevanti.

↑ Torna all’Indice


6. Il ruolo delle istituzioni e il rischio di riproduzione di stereotipi giuridicamente irrilevanti

Oltre le prassi colpevolizzanti descritte, il funzionamento istituzionale può cristallizzarsi in atti formali che validano attivamente la cultura del pregiudizio. L'esercizio della funzione giurisdizionale rischia così di riflettere rappresentazioni culturali estranee ai canoni di neutralità e razionalità richiesti dall’ordinamento. Più che di omissioni o vuoti di tutela, si tratta di una distorsione del ragionamento giuridico: l'inserimento, nelle motivazioni dei provvedimenti, di categorie extragiuridiche che — pur prive di valore normativo — condizionano la costruzione della prova e la percezione stessa della struttura della violenza nei processi decisionali. In letteratura è ampiamente dibattuto, a titolo d'esempio, un caso giurisprudenziale del 2019 relativo a una violenza sessuale di gruppo in cui la motivazione includeva elementi valutativi sull’aspetto fisico della persona offesa per metterne in dubbio la credibilità. Una simile argomentazione, oggetto di severa revisione dottrinale e pubblica, rappresenta un’interferenza marcata tra pregiudizi socio-percettivi e criteri giuridici di accertamento, con particolare riguardo alla delimitazione dei parametri rilevanti nella valutazione della prova. Il ricorso a simili stereotipi tradisce il divieto di introdurre parametri estranei alla tipicità della fattispecie penale, inquinando la ricostruzione del fatto con elementi di per sé irrilevanti. Gli studi criminologici sulla selezione della potenziale vittima confermano, infatti, che le condotte abusive non rispondono a logiche di attrazione interpersonale, bensì a criteri di opportunità situazionale e riduzione del rischio. La vulnerabilità, dunque, non è una qualità individuale statica — né tantomeno un dato estetico — ma l'esito di precise dinamiche di sopraffazione. Non è la natura della «relazione» a definire la violenza, quanto la modalità di produzione o sfruttamento della vulnerabilità. Si delineano, a riguardo, due meccanismi speculari: da un lato, la produzione sistemica di vulnerabilità, propria del controllo coercitivo, dove la lesione è l'esito di una compressione progressiva dell'autodeterminazione; dall'altro, lo sfruttamento di una vulnerabilità contingente, riconducibile a una violenza di matrice opportunistica che interviene anche fuori dai perimetri intimi. In entrambe le ipotesi, l'aggressione segue logiche di vantaggio situazionale che dovrebbero aggravare la posizione dell'aggressore, non indebolire quella di chi subisce gli abusi, in quanto i tratti e i comportamenti della persona offesa sono del tutto estranei alla struttura del reato e alla sua prova. Ne consegue l’esigenza di scindere rigorosamente le rappresentazioni socio-culturali dai criteri di rilevanza probatoria, per preservare la neutralità assiologica del giudizio e la sua riconducibilità ai canoni di legalità e controllabilità intersoggettiva. In questa prospettiva, l’accountability giurisdizionale si colloca nel perimetro della responsabilità professionale: se in altri ambiti ordinistici sono previsti meccanismi di sospensione o radiazione per condotte che tradiscono i presupposti etici e tecnici della funzione, appare necessario interrogarsi sull’adeguatezza degli strumenti disciplinari applicabili alla magistratura quando il ragionamento decisorio, dirottando la responsabilità sulla vittima di abusi o agevolando l'impunità del reo, si fonda su criteri manifestamente extra-giuridici.

Questa criticità non si esaurisce tuttavia nella dimensione strettamente giurisdizionale, ma si riflette in modo più ampio nella costruzione narrativa pubblica della violenza di genere.

↑ Torna all’Indice


7. La narrazione distorta e la trasfigurazione mediatica dell’abuso

Una distorsione analoga a quella precedentemente trattata, attraversa la narrativa pubblica sulla violenza di genere. La tendenza diffusa a rappresentare l’epilogo violento come imprevedibile e decontestualizzato — un «raptus», una «follia», un «gesto insano» — ne oscura la natura progressiva e la matrice culturale. In questo slittamento semantico, l’attenzione si sposta progressivamente dal gesto primordiale al confezionamento narrativo: non più un atto da qualificare, ma un apparato da ricostruire — «passione», «gelosia», «aveva chiesto il divorzio». Ne emerge un meccanismo involontario di deresponsabilizzazione dell’autore, che opera su due piani paralleli. Sul piano individuale, si percepisce un automatismo che induce a scandagliare la condotta della persona abusata alla ricerca di elementi che ne attenuino la credibilità. Sul piano collettivo, la responsabilità della prevenzione tende a essere trasferita su chi è esposto al rischio. Il report dell’Osservatorio STEP, basato sull’analisi di 2.350 articoli pubblicati su 26 testate italiane, evidenzia pattern narrativi ricorrenti: la violenza viene descritta come «raptus» nel 34% dei casi, mentre persiste una rappresentazione empatica dell’autore — il cosiddetto himpathy[1] — che ne attenua la responsabilità attraverso formule ricorrenti come «era fragile», «era disperato», «l’amava troppo». Accanto a questa prassi narrativa, si osserva una dinamica complementare: quando l’atto eccede ciò che può essere reso discorsivamente accettabile, l’autore viene ricondotto alla figura del «mostro».

L’umanizzazione assolve l’autore della violenza, la patologizzazione lo esclude socialmente — ma entrambe assolvono il compito di preservare intatta la matrice sociale, culturale e istituzionale che ha reso il crimine possibile.

La ricerca di Pinelli e Zanchi (2021) mostra come le costruzioni sintattiche contribuiscano a ridurre la responsabilità attribuita all’autore del fatto: l’uso di forme passive, costruzioni anticausative e nominalizzazioni tende a dissolvere l’attore principale nell’evento, mentre la vittima viene esposta a processi di rivittimizzazione. In questa logica, il linguaggio non si limita a descrivere la violenza, ma partecipa attivamente alla sua organizzazione percettiva.

Tabella 5 – Strategie di distorsione linguistica nella rappresentazione mediatica della violenza e loro correzione in termini di agency e responsabilità

Meccanismo Linguistico Titolo Distorto (L’Alibi) Titolo Corretto (Il Gesto) Effetto della Distorsione
Forma Passiva«Donna uccisa in casa: l’ennesima tragedia»«Uomo uccide la compagna nel loro appartamento»Sposta il focus sulla vittima rendendo l’autore un’ombra.
Anticausativa«La lite è finita nel sangue: morto lui, ferita lei»«Tenta di uccidere la moglie e poi si toglie la vita»Presenta la violenza come evento che «accade» da solo, senza un colpevole.
Nominalizzazione«L’omicidio di [Nome]: il giallo del movente»«Femminicidio a [Luogo]: l’uomo ha confessato il delitto»Trasforma un’azione violenta in un concetto astratto, congelando la responsabilità.
Esegesi di Giustificazione«L’amava troppo: accecato dalla gelosia la colpisce»«Uccide la partner: l’atto come culmine di un controllo ossessivo»Sostituisce il reato con un sentimento, mitizzando l’abuso.
Umanizzazione (Himpathy)«Il dramma del gigante buono: era depresso per il lavoro»«Aggressione e maltrattamenti: arrestato il marito»Sposta la pietà pubblica sulla «fragilità» dell’autore anziché sul danno alla vittima.

Elaborazione propria, fondata su analisi del framing mediatico della violenza di genere e delle strategie di attribuzione dell’agency, basata su letteratura di media studies e criminologia della rappresentazione (Goffman, 1974; Entman, 1993; Fairclough, 1995; Meyers, 1997) e sulla Convenzione di Istanbul (2011), art. 17.

L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul richiama il ruolo dei media e degli attori del settore della comunicazione nella prevenzione e nel contrasto della violenza contro le donne, includendo l’obbligo di promuovere una rappresentazione non stereotipata degli atti di violenza e dei loro autori, al fine di evitare la naturalizzazione o la depersonalizzazione delle condotte violente.


  1. Himpathy: termine coniato dalla filosofa Kate Manne nel suo libro Down Girl: The Logic of Misogyny (Oxford University Press, 2018). Designa la compassione sproporzionata e ingiustificata verso uomini che commettono atti di violenza domestica o sessuale.

→ Consulta il Manifesto di Venezia
→ Scarica il vademecum «Oltre le parole»

↑ Torna all’Indice


8. La rivoluzione incompiuta: i dati emersi dalle testimonianze

L’obiettivo iniziale di questa ricerca era analizzare le modalità attraverso cui donne lavoratrici con un livello di istruzione medio-alto riorganizzano la propria vita affettiva senza compromettere la carriera professionale. Tuttavia, nel corso delle interviste è emerso un elemento strutturale inatteso: in nessuno dei casi esaminati l’esperienza relazionale risulta estranea a dinamiche riconducibili al coercive control, sebbene con differenti gradi di intensità, durata e configurazione.

Sotto il profilo metodologico, tutte le intervistate riferiscono di aver vissuto — nel presente o nel passato — almeno una relazione segnata da forme di controllo coercitivo. Solo una quota marginale dei casi (5–7%) riferisce di avere una relazione solida in corso, e che la relazione abusiva appartiene al passato, mentre quella attuale viene descritta come non riconducibile a tali dinamiche. Ne deriva che il corpus empirico non intercetta esperienze relazionali “neutre” rispetto al fenomeno, ma un insieme di traiettorie biografiche strutturalmente esposte, in fasi diverse del ciclo di vita, a configurazioni di abuso relazionale. Le narrazioni raccolte non restituiscono episodi isolati, bensì un fenomeno strutturale e ricorrente delle relazioni intime contemporanee, coerente con la teorizzazione del controllo coercitivo quale dispositivo sistemico di regolazione e limitazione dell’autonomia della partner. Le pratiche descritte — tensione costante, assunzione della cura del partner come lavoro relazionale invisibile, riduzione progressiva degli spazi di autodeterminazione, gaslighting[2], violazioni della privacy, sorveglianza normalizzata, umiliazioni e controllo economico — si configurano come strategie interdipendenti inserite in un processo cumulativo di erosione dell’autodeterminazione.

Le testimonianze mettono inoltre in evidenza come l’uscita da una relazione segnata da tali dinamiche non sia percepita come una semplice conclusione di un legame affettivo, ma come una transizione di de-soggettivazione seguita da un lento processo di riappropriazione dell’autonomia personale. La condizione di benessere e sollievo raggiunta non si limita all’assenza di desiderio affettivo, ma rappresenta una conquista consapevole che ridefinisce il valore stesso della relazione, come esito di una trasformazione profonda nella percezione del rischio e nel significato dell’intimità. In molti casi, questa consapevolezza si traduce nella sospensione della progettualità affettiva, motivata dall’intenzione di preservare e tutelare la condizione di benessere e autonomia riconquistata. Tale trasformazione si fonda, da un lato, su un considerevole cedimento della soglia di tolleranza rispetto a possibili dinamiche di abuso e, dall’altro, su un aumento degli standard di selezione relazionale e delle aspettative di sicurezza. Si accompagna inoltre a una presa di distanza critica dai copioni romantici interiorizzati e a una forma di "razionalità situata", maturata attraverso l’esperienza del controllo coercitivo e la successiva comprensione delle sue logiche.

In questa prospettiva, la sicurezza personale emerge come categoria socialmente costruita, disegualmente distribuita e in larga misura privatizzata, ancora ricondotta alla responsabilità individuale attraverso dispositivi culturali che producono forme sottili di colpevolizzazione della vittima. Tale configurazione riflette l’assenza o l’insufficienza di risorse culturali e di tutela collettiva e istituzionale, che spostano ancora sul piano individuale la gestione del rischio relazionale. In questo quadro, la risposta adattiva non si traduce in modelli prescrittivi di comportamento, ma nella sospensione della progettualità affettiva come forma di reazione, di consapevolezza e responsabilità personale, maturata all’interno di un contesto relazionale strutturalmente asimmetrico e come esito della ricalibrazione delle condizioni di esposizione al rischio. Questa impostazione si inserisce in una più ampia rappresentazione culturale del rischio che tende a proiettare il “pericolo” nello spazio pubblico e a concentrarlo sui comportamenti individuali femminili, producendo una sovraenfasi preventiva sul controllo della condotta e, parallelamente, una sottorappresentazione della dimensione relazionale e domestica della violenza. Ne risulta una costruzione che riproduce i medesimi presupposti simbolici e sociali propri della cultura dell’abuso, contribuendo a normalizzare una lettura del rischio centrata sulla responsabilizzazione individuale e sulla privatizzazione della sicurezza.

I dati emersi dalle testimonianze raccolte risultano coerenti con le evidenze epidemiologiche e criminologiche disponibili (ISTAT, 2023; WHO, 2021), le quali attestano come circa nove episodi di violenza su dieci avvengano all’interno di relazioni affettive o familiari, concentrandosi quindi nella sfera intima e domestica. La convergenza tra livello empirico-intervistuale e dati istituzionali indica la stessa localizzazione strutturale del fenomeno. Tuttavia, tale convergenza non si traduce in una piena equivalenza quantitativa nei sistemi di rilevazione ufficiale, poiché questi ultimi registrano prevalentemente le sole manifestazioni formalizzate (denunce, accessi ai servizi, qualificazioni giuridiche dell’evento), lasciando in larga misura non contabilizzate le forme non denunciate, intermittenti o non immediatamente riconosciute come violenza. Ne deriva una sottorilevazione sistemica della violenza di genere, che contribuisce a rendere invisibili le sue dimensioni continuative e relazionali.

↑ Torna all’Indice


  1. Gaslighting: forma di manipolazione psicologica in cui l’abusante induce la vittima a dubitare della propria percezione, memoria o sanità mentale, attraverso negazioni, distorsioni e menzogne sistematiche. Il termine deriva dal film Gaslight (1944) e viene impiegato in ambito clinico e giuridico per descrivere una tecnica di controllo coercitivo.


9. Oltre la violenza intima: violenza di genere situazionale / episodica

Se nell’ambito della relazione intima l’opportunismo predatorio si struttura attraverso l’accesso continuativo alla vittima e la gestione progressiva dell’asimmetria relazionale, nei contesti extrafamiliari e nelle relazioni sociali allargate — amici, conoscenti, colleghi e situazioni di socialità informale — esso si realizza attraverso l’intercettazione o la costruzione di condizioni situazionali favorevoli all’azione violenta e/o all'abuso. In tali contesti la condotta si articola attraverso l’uso strumentale della prossimità sociale e della fiducia situazionale, che possono tradursi in asimmetrie di potere attivate e sfruttate in senso opportunistico. Da un lato il perpetratore sfrutta una ridotta soglia di vigilanza della persona abusata, alimentando una percezione di sicurezza non corrispondente alla realtà della relazione e aumentando così l’esposizione a condotte intrusive, coercitive o predatorie; dall’altro, in alcuni casi, tali condizioni vengono direttamente costruite, come nelle situazioni di somministrazione di sostanze o alterazione dello stato di coscienza, in cui la vulnerabilità viene prodotta come premessa dell’azione violenta. Nei casi in cui non esista alcun legame pregresso, il perpetratore agisce in modo diretto: individua o crea condizioni di esposizione, isolamento o ridotta capacità di opposizione. L’intervento violento si configura così come esito di un processo di selezione o produzione della vulnerabilità situazionale, intesa non come proprietà della persona, ma come effetto dell’interazione tra contesto, spazio e distribuzione asimmetrica delle risorse di potere. In tutte le configurazioni osservate, l’elemento costante non è il tipo di relazione, ma la funzione dell’azione violenta, che consiste nell’esercizio di controllo e dominio reso possibile dalla condizione di esposizione della vittima. Tale dinamica può intercettare vulnerabilità già presenti oppure contribuire alla loro generazione attraverso isolamento, alterazione della consapevolezza e riduzione delle possibilità di autonomia e di uscita dalla situazione. In entrambi i casi, la disponibilità situazionale della vittima di abusi viene trasformata in occasione di sopraffazione non consensuale. Ne consegue che la violenza di genere non è riconducibile alla qualità delle relazioni in cui si manifesta né a caratteristiche della vittima in quanto tali, ma a una matrice socio-culturale e comportamentale in cui la condotta violenta si configura come modalità appresa e funzionale di gestione della dominanza, dello status e del controllo. Come già evidenziato nella sezione 3, tale matrice si fonda sulla normalizzazione dell’uso strumentale dell’altro e sulla trasformazione delle differenze di potere in opportunità di sopraffazione. La violenza non emerge come deviazione rispetto a un ordine relazionale neutro, ma come esito prevedibile di pratiche sociali che rendono possibile, tollerano o legittimano l’oggettivazione dell’altro. Le diverse configurazioni relazionali costituiscono il supporto operativo attraverso cui tale logica si realizza, senza alterarne la struttura causale. Ne deriva che il nucleo del fenomeno non risiede nella relazione, ma nella disponibilità del perpetratore ad attivare repertori coercitivi appresi in presenza di asimmetrie situazionali. Ne deriva che la responsabilità dell’atto rimane integralmente in capo al perpetratore. La violenza di genere si configura, dunque, come un esercizio del potere fondato su una medesima origine e una medesima finalità: la possibilità socialmente tollerata di trasformare la vulnerabilità situazionale dell’altro in strumento di controllo e sfruttamento.

↑ Torna all’Indice


10. Eterogeneità del campione e limiti strutturali della ricerca

Il corpus empirico su cui si basa il presente lavoro — circa 200 donne tra i 30 e i 55 anni, con livello di istruzione medio-alto — consente di individuare configurazioni ricorrenti di controllo coercitivo con un grado elevato di coerenza interna. Tale coerenza costituisce al contempo un punto di forza analitico e un limite strutturale della ricerca, in quanto circoscrive la variabilità delle condizioni sociali e relazionali osservate. Il riferimento alle dinamiche di abuso nelle donne non implica una riduzione della violenza di genere a tale categoria, ma riflette esclusivamente la delimitazione empirica del campione analizzato. La violenza di genere, infatti, deve essere intesa come un fenomeno strutturale e relazionale che attraversa soggettività differenti, pur assumendo configurazioni specifiche in funzione dell’intersezione tra genere, classe sociale, origine migratoria, razzializzazione, età, disabilità e orientamento sessuale o identità di genere. Il concetto di intersezionalità, elaborato da Kimberlé Crenshaw (1989), consente di interpretare tali configurazioni non come la somma di fattori distinti, ma come la co-produzione di assi di subordinazione che operano simultaneamente, generando forme differenziate di esposizione alla violenza e di accesso alla tutela. Le donne migranti rappresentano un gruppo per il quale il differenziale di esposizione alla violenza risulta ampiamente documentato. A fattori strutturali già noti si aggiungono barriere specifiche, tra cui la limitata padronanza linguistica, la dipendenza dal permesso di soggiorno, la precarietà economica e istituzionale, nonché la maggiore esposizione a contesti familiari o comunitari che possono disincentivare la denuncia. I dati ISTAT (2015) evidenziano una maggiore incidenza di violenza fisica o sessuale tra le donne straniere residenti in Italia rispetto alle donne italiane. Le persone con disabilità presentano un profilo di vulnerabilità specifico, in cui la dipendenza assistenziale o funzionale può essere strumentalizzata come dispositivo di controllo e limitazione dell’autonomia. La letteratura internazionale evidenzia un rischio significativamente più elevato di esposizione alla violenza domestica rispetto alle persone senza disabilità (Hughes et al., 2012, The Lancet). Le persone anziane costituiscono una categoria spesso sottorappresentata nella letteratura e nella rappresentazione pubblica della violenza domestica e di genere, nonostante evidenze empiriche indichino la persistenza del fenomeno anche nelle fasce di età superiori ai 65 anni, con configurazioni in cui isolamento sociale e dipendenza assistenziale risultano fattori rilevanti. In un’ottica intersezionale estesa, la violenza di genere coinvolge anche soggettività non riconducibili alle categorie cisgender femminili, esposte a forme di vittimizzazione correlate alla non conformità rispetto alle norme sociali di genere e sessualità. Persone transgender e non binarie, in quanto soggette a discriminazioni e violenze fondate sull’identità di genere e/o sull’espressione di genere, rientrano nell’ambito di applicazione degli strumenti internazionali di tutela dei diritti umani e delle normative antidiscriminatorie. Analogamente, persone lesbiche, gay e bisessuali possono essere esposte a violenze e discriminazioni connesse all’orientamento sessuale, spesso riconducibili a dispositivi di regolazione eteronormativa delle relazioni affettive e dei processi di riconoscimento sociale. In tale prospettiva, l’eteronormatività può essere intesa come principio organizzativo che struttura gerarchicamente le forme di legittimazione dei corpi, delle identità e delle relazioni. In continuità con l’impostazione teorica di Judith Butler (1990; 2004), tali dinamiche possono essere lette come effetti dei processi di reiterazione normativa attraverso cui si costituiscono le categorie di genere e si definiscono le condizioni di intelligibilità delle soggettività. La violenza assume pertanto una dimensione non riducibile all’interazione individuale, configurandosi piuttosto come espressione di un regime normativo che contribuisce alla produzione differenziale di vulnerabilità. La criminologia contemporanea, in particolare nei filoni della queer criminology e degli studi sulla vittimizzazione strutturale, ha ulteriormente articolato tale prospettiva, evidenziando come l’esposizione alla violenza per le persone LGBTQIA+ sia frequentemente correlata a configurazioni sistemiche che coinvolgono dimensioni istituzionali, culturali e relazionali. In questo scenario, la vittimizzazione è intesa come fenomeno stratificato, prodotto dall’interazione tra norme sociali, assetti istituzionali e processi di marginalizzazione. Tali elementi non modificano le conclusioni generali del presente lavoro, ma ne circoscrivono la portata epistemologica riferendosi a un segmento specifico del fenomeno non contemplando la complessità della violenza di genere in senso più ampio. Un’estensione sistematica alle ulteriori configurazioni intersezionali richiederebbe disegni di ricerca differenziati e campionamenti mirati alle popolazioni meno visibilizzate, rappresentando una direzione metodologicamente necessaria per sviluppi futuri.

↑ Torna all’Indice


11. Gli interventi istituzionali possibili: prevenzione, accompagnamento e interruzione

La prevenzione, l’interruzione e la riduzione della violenza di genere richiedono un sistema di interventi articolato per fasi, destinatari e livelli di governance. La letteratura e l’evidenza empirica convergono nell’indicare che l’efficacia di tali interventi dipende dalla loro integrazione sistemica, piuttosto che dalla mera implementazione di misure isolate.

La prevenzione primaria — intesa come insieme di interventi volti a ridurre l’incidenza del fenomeno prima della sua manifestazione — rappresenta, nel contesto italiano, l’ambito meno strutturato. Il rapporto dell’IRPPS-CNR (2019) ha evidenziato una significativa eterogeneità territoriale nell’attuazione delle disposizioni in materia di educazione alla parità previste dalla legge 107/2015. Parallelamente, i dati relativi all’allocazione delle risorse indicano una sottorappresentazione sistematica degli interventi preventivi: negli ultimi dieci anni, una quota minoritaria dei fondi stanziati dalla legge 119/2013 è stata destinata a tali finalità.

Con riferimento agli interventi rivolti agli autori di violenza, il decreto del Ministero della Giustizia del 22 gennaio 2025 ha definito i criteri per l’accreditamento dei Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV), introducendo un quadro regolatorio uniforme. Tuttavia, evidenze provenienti dalla rete segnalano condizioni diffuse di saturazione operativa. La letteratura internazionale, in particolare le meta-analisi sugli interventi trattamentali, evidenzia effetti mediamente contenuti sulla recidiva, suggerendo la necessità di superare modelli standardizzati a favore di approcci differenziati in base ai profili di rischio, ai fattori criminogeni e alle caratteristiche cliniche dei destinatari.

In ambito preventivo, programmi strutturati di educazione alle relazioni rappresentano uno dei pochi interventi con evidenze di efficacia documentata. Il programma Fourth R, sviluppato in Canada (Crooks et al., 2009), ha mostrato una riduzione significativa dei comportamenti aggressivi in età adolescenziale attraverso un curriculum integrato centrato su competenze relazionali, consenso e gestione del conflitto. Tali risultati indicano la rilevanza di interventi precoci e continuativi, integrati nei sistemi educativi, come componente strutturale delle politiche di prevenzione.

Tabella 7 — Modello LIM-PI (Livelli Integrati Multistadio per la Prevenzione e l’Interruzione della violenza di genere)

La Tabella 7 formalizza un modello integrato multistadio di intervento sulla violenza di genere, strutturato su una architettura a sei domini operativi interdipendenti che attraversano il fenomeno lungo le dimensioni temporale, relazionale e istituzionale. Il modello articola l’intervento secondo la temporalità del fenomeno (prevenzione, emersione, interruzione, post-intervento), la tipologia dei destinatari (popolazione generale, soggetti a rischio, autori di violenza, vittime di abusi), il livello istituzionale di attuazione (educativo, sanitario, sociale, giudiziario) e tre ulteriori assi funzionali trasversali relativi a prevenzione strutturale, gestione del rischio e continuità di trattamento. L’efficacia del sistema non dipende dalla singola misura, ma dalla coerenza, efficacia e interconnessione tra tutti i livelli. In tale struttura, la violenza di genere è trattata come processo dinamico e cumulativo, intercettabile attraverso dispositivi differenziati ma interdipendenti che operano lungo l’intero arco evolutivo del fenomeno. Ciascun livello di intervento risponde a una funzione specifica — trasformazione culturale, identificazione precoce, modificazione comportamentale, contenimento del rischio, protezione e recupero — e contribuisce alla riduzione complessiva del fenomeno solo se integrato in un sistema coerente.

Livello di intervento Obiettivo Destinatari Strumenti / Interventi Attori istituzionali
Prev. primaria
Cultura e educazione
Modificare i modelli socio-culturali che rendono possibile la violenza prima che si manifesti. Bambini, adolescenti, giovani adulti; insegnanti e formatori. Educazione affettiva e sessuale comprensiva (CSE/OMS; integrazione curricolare ≥20h/anno) in ogni ordine scolastico – Formazione docenti su stereotipi di genere (moduli certificati, aggiornamento periodico) – Campagne culturali rivolte ai potenziali autori (frame non stigmatizzanti, progettazione orientata alla riduzione della reattanza) – Programmi di educazione alle relazioni nelle scuole secondarie (valutazione pre/post).
  • MIUR / Uffici scolastici regionali
  • Dipartimento Pari Opportunità
  • Comuni e Regioni
  • Terzo settore specializzato
Prev. secondaria
Riconoscimento precoce
Intercettare i segnali di rischio prima che il comportamento abusivo si consolidi. Uomini a rischio; coppie in crisi; professionisti di primo contatto. Sportelli di ascolto per uomini in difficoltà relazionale (accesso volontario, setting non giudicante per riduzione della reattanza) – Valutazione del rischio strutturata (SARA, DASH) nelle forze dell’ordine – Formazione dei MMG al riconoscimento di indicatori di violenza domestica (screening sistematico).
  • ASL / Aziende Sanitarie
  • Forze dell’ordine
  • Servizi sociali comunali
Autori Abusi
Percorso di cambiamento
Sostenere il cambiamento comportamentale nei soggetti che commettono abusi (intervento terziario su perpetratori). Autori o potenziali autori denunciati o auto-segnalati. Programmi CUAV strutturati (TTM stadio-specifico, ACT, psicoeducazione, approccio non stigmatizzante per contenimento della reattanza) – Psicoterapia individuale per gestione della rabbia (monitoraggio progressi) – Coordinamento con CAV per monitoraggio sicurezza della partner.
  • CUAV (pubblici e privati accreditati)
  • ASL / Consultori
  • Associazione RELIVE
Interruzione
Intervento giudiziario
Interrompere la violenza in atto e proteggere la vittima di abusi attraverso misure coercitive tempestive. Autori di reato; vittime in fase di crisi acuta. Codice Rosso (L. 69/2019; tempestività attivazione procedurale) – Misure cautelari: allontanamento, divieto di avvicinamento, braccialetto elettronico (monitoraggio violazioni) – Percorsi di recupero come prescrizione accessoria alla sospensione condizionale della pena, con verifica del completamento ai fini della conferma del beneficio.
  • Autorità Giudiziaria (PM, GIP, GUP)
  • Forze dell’ordine
  • Ministero della Giustizia
Riduzione recidiva
Postcondanna
Ridurre la probabilità di nuovi episodi violenti attraverso trattamento continuativo. Autori condannati, in esecuzione di pena o in misura alternativa. Programmi trattamentali intramurali negli istituti penitenziari – Percorsi postcarcerari con presa in carico integrata (CUAV + UEPE) – Monitoraggio degli esiti a lungo termine con indicatori standardizzati.
  • DAP / Istituti penitenziari
  • UEPE
  • CUAV accreditati
Supporto vittime
Fase acuta e uscita
Garantire protezione immediata, accesso ai servizi e supporto al percorso di uscita dalla violenza. Donne vittime di violenza e figlie/figli coinvolti. Centri Antiviolenza (CAV): accoglienza, orientamento legale, supporto psicologico – Case rifugio – Reddito di libertà (contributo economico per l’autonomia) – Percorsi di reinserimento lavorativo e abitativo
  • CAV e case rifugio (D.i.Re e reti nazionali)
  • INPS (Reddito di libertà)
  • Comuni e Regioni
Prev. terziaria
Formazione professionisti
Trasformare ogni punto di contatto istituzionale in un’opportunità di intervento. Operatori sanitari, forze dell’ordine, magistratura, assistenti sociali, insegnanti, avvocati. Formazione obbligatoria su riconoscimento, assessment del rischio e protocolli di invio – Linee guida condivise per la gestione interdisciplinare dei casi – Protocolli integrati tra ospedale, forze dell’ordine e CAV.
  • Ministero della Salute / Regioni
  • Ministero dell’Interno
  • CSM
  • Ordini professionali

Fonte: Elaborazione propria di Roberta Limone su: Convenzione di Istanbul (2011); normativa italiana vigente (L. 69/2019, L. 168/2023, D.M. 22/01/2025); IRPPS-CNR (2017); VIVA-CNR (2024).

Nel suo insieme, il modello LIM-PI definisce l’architettura istituzionale dell’intervento sulla violenza di genere, articolandone la dimensione preventiva, diagnostica, coercitiva e trattamentale. Tuttavia, la sua efficacia dipende anche da un livello ulteriore, non riducibile alla sola organizzazione dei dispositivi: quello della loro traduzione comunicativa nei destinatari diretti degli interventi. In altri termini, accanto alla struttura sistemica degli interventi, diventa decisiva la modalità con cui essi vengono formulati, percepiti e interiorizzati dai soggetti autori di comportamenti violenti. È in questo spazio che si colloca la Tabella 8 in appendice, dedicata all’analisi delle strategie comunicative rivolte agli autori di violenza e alla valutazione dei frame linguistici e psicologici più efficaci nel ridurre la reattanza e favorire l’attivazione di processi di consapevolezza e cambiamento comportamentale.

La comunicazione preventiva rivolta ai comportamenti di controllo e violenza richiede un registro specifico: non definire il soggetto, ma interrompere la naturalizzazione del comportamento attraverso la sua riformulazione funzionale, operando su tre livelli integrati — descrizione comportamentale non giudicante, riformulazione degli esiti reali, rafforzamento della percezione di autoefficacia (Bandura, 1997; Ajzen, 1991; Tangney et al.).

↑ Torna all’Indice

11.1. Appendice — "Riscrivere le relazioni": Campagna di prevenzione per autori di violenza

Gli autori di comportamenti coercitivi e violenti raramente accettano percorsi terapeutici spontanei, tendono a minimizzare, ridefinire o giustificare il proprio comportamento e difficilmente si riconoscono nelle rappresentazioni sociali convenzionali dell’abusante. Le testimonianze raccolte nel corso della ricerca evidenziano con particolare nitidezza come i tradizionali dispositivi relazionali fondati sull’attivazione del senso di colpa — esplicitazione della sofferenza, richieste di responsabilizzazione, confronto emotivo o appelli empatici — non emergessero come leve regolative sufficientemente stabili o efficaci nel modificare il comportamento coercitivo. Nelle dinamiche descritte, la sofferenza prodotta non sembrava acquisire una funzione regolativa capace di interrompere o ridefinire stabilmente il comportamento abusivo; al contrario, il tentativo di attivare consapevolezza morale produceva frequentemente negazione, svalutazione, inversione di responsabilità o escalation aggressiva. Le scuse, quando presenti, apparivano prevalentemente intermittenti, contingenti e funzionali: orientate al ripristino del controllo relazionale, alla riduzione del conflitto o alla prevenzione dell’abbandono, più che espressione di un autentico processo trasformativo stabile. In tale quadro, qualsiasi dispositivo comunicativo fondato prevalentemente sull’attivazione di rimorso, identificazione empatica o vergogna morale rischierebbe non solo di risultare inefficace, ma anche di produrre effetti controproducenti, esponendo potenzialmente le superstiti a reazioni ritorsive. Le tradizionali campagne di prevenzione rivolte esclusivamente alle potenziali vittime di abusi risultano epistemologicamente parziali e, in alcuni casi, potenzialmente rivittimizzanti, nella misura in cui trasferiscono implicitamente su di esse il compito di riconoscere il rischio, proteggersi e interrompere la dinamica abusiva. Per superare tale limite, si è ritenuto necessario elaborare un dispositivo comunicativo capace di rivolgersi direttamente agli autori senza assumere come presupposto l’attivazione di empatia, colpa morale o riconoscimento della sofferenza altrui — condizioni che le evidenze qualitative raccolte mostravano come frequentemente instabili, scarsamente accessibili o neutralizzate all’interno della dinamica coercitiva. La Campagna qui presentata non si fonda dunque su registri moralizzanti, terapeutici o prescrittivi, né su appelli alla coscienza individuale, ma sulla progressiva ristrutturazione del significato culturale associato ai comportamenti coercitivi. In coerenza con la teoria della reattanza psicologica (Brehm, 1966), gli interventi evitano forme dirette di ingiunzione o stigmatizzazione identitaria che potrebbero attivare resistenze difensive; in linea con gli studi sul moral disengagement (Bandura, 1999), non si presuppone la disponibilità dell’autore a riconoscersi responsabile né a integrare stabilmente la sofferenza prodotta come elemento regolativo del comportamento; in dialogo con la coercive control theory (Stark, 2007), il fuoco dell’intervento si sposta dal singolo episodio alla struttura sistemica del controllo come pattern relazionale. L’impianto integra inoltre le acquisizioni della neurobiologia della violenza domestica — in particolare la teoria polivagale (Porges, 2011), il modello del flooding emotivo (Gottman, 1994) e gli studi sulla disregolazione emotiva e sul deficit esecutivo nei perpetratori (Dutton, 2007; Linehan, 1993; van der Kolk, 2014) — nonché il meccanismo DARVO (Deny, Attack, Reverse Victim and Offender, Freyd, 1997), che descrive la tendenza dell’autore a costruire narrative di autodifesa, minimizzazione e screditazione preventiva della vittima. L’obiettivo non è produrre confessione, pentimento o adesione morale, bensì interrompere la legittimazione simbolica di condotte frequentemente interpretate — dall’autore stesso e dall’ambiente circostante — come segnali di amore, protezione, intensità emotiva, forza, autorevolezza o stabilità relazionale. Seguendo questa logica, la Campagna agisce quindi non sull’identità clinica dell’autore — che non viene nominata né patologizzata direttamente — ma su due piani simultanei e complementari: da un lato la leggibilità sociale del comportamento, rendendo immediatamente riconoscibili le logiche di dominio, restrizione e regolazione coercitiva che strutturano molte forme di abuso relazionale; dall’altro il sistema interno di competenze, dignità, autorevolezza e immagine di sé del perpetratore, mostrando come il bisogno di controllo produca progressivamente perdita di reciprocità, rigidità relazionale, dipendenza dal monitoraggio, incapacità di reggere il confronto, riduzione dell’autonomia emotiva ed erosione della libertà relazionale. In questo senso, il costo del comportamento coercitivo non viene presentato come sanzione morale esterna, ma come contraddizione interna rispetto agli stessi obiettivi — stabilità, legame, rispetto, riconoscimento, autorevolezza — che il perpetratore dichiara di perseguire. L’impianto integra altresì la teoria delle norme sociali e i modelli contemporanei sulla mascolinità egemonica e sulla regolazione narcisistica del Sé (Kernberg, 1975; Campbell et al.), nella consapevolezza che il controllo coercitivo si nutre spesso di script culturali condivisi che ne rendono invisibile la natura abusiva tanto all’autore quanto all’osservatore esterno.

Gli slogan della Campagna sono costruiti come micro-dispositivi di inversione simbolica: evitano etichette patologizzanti o accuse dirette, ma destabilizzano implicitamente l’associazione culturale tra coercizione e potere, tra gelosia e intensità affettiva, tra sorveglianza e cura, tra violenza e forza, tra intimidazione e autorevolezza. Il frame dominante — il reframe inversivo del movente — opera mostrando sistematicamente come ogni comportamento coercitivo produca l’esatto contrario di ciò che il perpetratore dichiara di voler ottenere: non ascolto ma attivazione della paura, non legame ma dipendenza forzata, non stabilità ma sorveglianza continua, non autorevolezza ma incapacità di sostenere il confronto, non vicinanza ma progressiva restrizione della libertà reciproca. Il dispositivo comunicativo agisce pertanto simultaneamente sull’autore potenziale, sull’osservatore esterno e sul contesto culturale entro cui i comportamenti coercitivi acquisiscono tollerabilità, giustificazione o desiderabilità simbolica. La Campagna si configura quindi come intervento preventivo di tipo culturale, cognitivo e neurobiologicamente informato, orientato non alla colpevolizzazione morale dell’autore, ma alla de-normalizzazione sociale dei meccanismi coercitivi e alla costruzione di una maggiore riconoscibilità pubblica delle dinamiche abusive, con l’effetto atteso di ridurre lo spazio simbolico entro cui tali comportamenti possono essere esercitati, rivendicati o minimizzati senza una progressiva erosione della loro legittimità simbolica, relazionale e sociale.

Tabella 8 — Riscrivere le relazioni — ©Roberta Limone

Tabella 8 — "Riscrivere le relazioni": campagna per autori di violenza, analisi degli slogan

Slogan ©Roberta Limone — elaborazione propria

Tema
Violenza fisica
Controllo coercitivo
Abuso psicologico
Gelosia / possessività
Abuso economico
Minacce / ricatto emotivo
Post-separazione
Urla / esplosioni verbali
Sorveglianza digitale
Frame psicologico
Guilt (comportamento, non identità)
Reframe inversivo del motivo
Costo per il perpetratore
Perspective-taking
Consciousness-raising
Reattanza
Molto bassa
Bassa
Media
Tema Slogan Ancoraggio teorico Frame psicologico dominante Reattanza Efficacia
Violenza / confronto

«Picchiare o urlare non ti fa vincere il conflitto. Dimostra solo che con le parole e con la calma non reggi il confronto.»

Deficit di regolazione emotiva (Dutton, 2007); teoria del confronto sociale (Festinger, 1954) Reframe inversivo Costo di competenza

Usa la logica interna del perpetratore contro sé stesso.

Bassa

5 / 5

Ciclo — luna di miele

«Un regalo dopo uno schiaffo non è un cambiamento. È solo una pausa prima della prossima violenza.»

Ciclo della violenza (Walker, 1979); trauma bond (Herman, 1992) Consciousness-raising

Demistifica la fase di riconciliazione senza accusare.

Molto bassa

5 / 5

Ciclo — recidiva

«Se la colpisci e poi le compri un regalo, stai solo provando a manipolarla. Ogni volta che ti perdona, scommette sulla parte migliore di te. Ogni volta che ricominci, le dimostri che ha torto.»

Walker (1979); rinforzo intermittente e trauma bond (Herman, 1992; van der Kolk, 2014) Perspective-taking

Usa la fiducia della vittima come leva morale sul perpetratore.

Molto bassa

5 / 5

Controllo coercitivo

«Il controllo ossessivo dell’altro non elimina la tua ansia. La amplifica e distrugge la tua dignità.»

Attaccamento ansioso (Bowlby; Dutton, 2007); iperattivazione simpatica cronica nei perpetratori; Stark (2007) Reframe inversivo Costo identitario

Nomina il meccanismo interno e restituisce il costo al perpetratore.

Molto bassa

5 / 5

Abuso psicologico

Svalutare e umiliare gli altri non ti rende superiore. Ti fa solo apparire privo di empatia.»

Loring (1994) emotional abuse; entitlement e rigidità cognitiva nei perpetratori Reframe inversivo

Rovescia il movente dichiarato — il bisogno di superiorità.

Bassa

4 / 5

Svalutazione quotidiana

«Sminuire i suoi successi e criticare ogni sua scelta non ti rende migliore. Dimostra solo che hai bisogno di rimpicciolirla per sentirti alla sua altezza.

Regolazione narcisistica del sé (Kernberg, 1975; Campbell et al.); moral disengagement (Bandura, 1999) Costo identitario

Smonta il bisogno di superiorità nominando il meccanismo narcisistico.

Bassa

5 / 5

Umiliazione pubblica

«Se umili il tuo partner davanti a famiglia e amici, stai provando a demolirla davanti alle persone a cui tiene di più. Nessun amore sopravvive intatto a questa distruzione.»

Loring (1994); Foran & O’Leary (2008); dominanza sociale e umiliazione pubblica Costo relazionale

La chiusura «nessun legame sopravvive» è definitiva e inattaccabile.

Bassa

5 / 5

Screditazione pubblica

«Raccontare agli altri che lei è instabile o esagerata non migliora l'opinione che gli altri hanno di te. Stai solo costruendo il tuo alibi prima del prossimo abuso.»

Moral disengagement (Bandura, 1999); DARVO — Deny, Attack, Reverse Victim and Offender (Freyd, 1997) Consciousness-raising

Nomina la premeditazione — trasforma un comportamento difensivo in preparazione consapevole.

Media

4 / 5

Gaslighting

«Se devi mentire o alterare la sua memoria per vincere un confronto, hai già perso sul piano del merito.»

Sweet (2019); deficit di mentalizing nei perpetratori; Stark (2007) Reframe competitivo

Usa la grammatica del perpetratore — vittoria, merito — contro sé stesso.

Molto bassa

5 / 5

Isolamento

«Se isoli chi ami dal resto del mondo, non stai proteggendo il vostro legame. Stai solo costruendo un recinto intorno a lei per allontanarla da chi temi.

Coercive control theory (Stark, 2007); isolamento come riduzione della complessità sociale e del supporto alla co-regolazione emotiva Reframe inversivo

«L’unica arma che hai» smonta qualsiasi narrativa protettiva.

Molto bassa

5 / 5

Post-separazione

«Se ti ha bloccato o ti ignora dopo aver chiuso la relazione, sta cercando di proteggere un confine che tu non rispetti. Insistere significa che non sai gestire il rifiuto. È un tuo limite, non una sua colpa.»

Campbell et al. (2003); Tjaden & Thoennes (2000); rigidità cognitiva e perseverazione nei perpetratori Reframe del confine Costo di competenza

Chiusura coerente con il pattern dell’intera campagna: limite tuo, non colpa sua.

Bassa

5 / 5

Gelosia

«La tua gelosia non dimostra quanto tieni a lei. È solo che non tolleri la sua libertà. Non puoi affermare di amare qualcuno che fai sentire in trappola.»

Buunk & Dijkstra (2004); attaccamento ansioso (Bowlby); gap intenzione/percezione nella gelosia Reframe inversivo Perspective-taking

La chiusura è una definizione logica inattaccabile: non accusa, dimostra.

Molto bassa

5 / 5

Abuso economico

«Toglierle il diritto di essere indipendente è come chiuderla in una prigione senza sbarre. Se hai bisogno di disarmare l’altro per non perderlo, significa che non hai niente da offrire.»

Adams et al. (2008); Postmus et al. (2012); minaccia ineludibile e dipendenza forzata Reframe inversivo Costo identitario

«Non hai niente da offrire» è la diagnosi più diretta dell’intera campagna.

Bassa

5 / 5

Minacce / ricatto emotivo

Quando minacci di farti del male o di rovinarle la vita non stai difendendo il tuo amore. Stai solo usando il ricatto come ultima arma per non farti lasciare.»

Coercive control theory (Stark, 2007); paura dell’abbandono come trigger centrale (Dutton, 2007) Consciousness-raising

Demistifica il ricatto emotivo — la forma di minaccia più difficile da riconoscere.

Bassa

5 / 5

Sorveglianza digitale

«La sorveglianza digitale dimostra che non sei in grado di mantenere una relazione basata sul consenso reciproco. Hai bisogno di trasformare uno smartphone in un braccialetto elettronico per sentirti sicuro.»

Woodlock (2017); Dragiewicz et al. (2019); sorveglianza digitale come controllo coercitivo Reframe inversivo Costo di competenza

«Braccialetto elettronico» ribalta la narrativa: non è lui a controllare, è lui intrappolato.

Bassa

5 / 5

Sorveglianza — motivazione

«Chi spia non cerca la verità. Cerca solo conferme alle proprie paranoie.»

Ipervigilanza e attentional bias nei perpetratori; attaccamento ansioso (Bowlby; Dutton, 2007) Diagnosi del movente

Il più breve e il più letale — una sola frase inattaccabile sul piano logico.

Molto bassa

5 / 5

Urla / esplosioni verbali

«Quando urli contro qualcuno, non ottieni ascolto. Ottieni attivazione della paura e dell'istinto di sopravvivenza.»

Teoria polivagale (Porges, 2011); flooding emotivo (Gottman, 1994); van der Kolk (2014) Consciousness-raising

Fatto neurobiologico incontestabile — toglie qualsiasi narrativa difensiva al perpetratore.

Molto bassa

5 / 5

Urla / limite interno

«Urlare o alzare le mani dimostra che hai finito gli argomenti e non sai gestire il confronto con calma e dignità: è un tuo limite, non una colpa altrui.»

Disregolazione emotiva (Linehan, 1993); deficit esecutivo nei perpetratori (Dutton, 2007); assottigliamento corticale in aree di controllo degli impulsi Costo di competenza

Sposta il locus of control interamente sul perpetratore. Chiusura coerente con il pattern dell’intera campagna.

Molto bassa

5 / 5

Elaborazione propria, slogan ©Roberta Limone. Valutazione basata su framework integrato: reattanza psicologica (Brehm, 1966), teoria del comportamento pianificato (Ajzen, 1991), self-efficacy (Bandura, 1997), distinzione guilt/shame (Tangney & Dearing, 2002), moral disengagement (Bandura, 1999), coercive control theory (Stark, 2007), teoria polivagale (Porges, 2011), neurobiologia della violenza domestica (Dutton, 2007; van der Kolk, 2014), DARVO (Freyd, 1997). Tutti gli slogan evitano registri moralizzanti, patologizzanti o prescrittivi. Il frame dominante è il reframe inversivo del movente: il comportamento coercitivo viene mostrato come contraddittorio rispetto al risultato che il perpetratore dichiara di voler ottenere, spostando il costo sul suo sistema di competenze, dignità e immagine di sé — senza attivare meccanismi di vergogna che le evidenze empiriche indicano come controproducenti e potenzialmente generatori di escalation.

↑ Torna all’Indice


12. Conclusioni: struttura riconoscibile di un fenomeno prevedibile

L'analisi condotta in questo lavoro converge su un punto che la narrazione pubblica spesso ignora o elude: la violenza di genere nei contesti di intimità non è un'anomalia, un raptus o un gesto isolato. È un processo strutturato, con origini identificabili, traiettorie ricorrenti e una logica interna coerente. Le fasi descritte nel modello proposto — dall'idealizzazione strategica agli esiti più estremi — configurano una progressione empiricamente osservabile, con ricorrenze sufficienti a renderne riconoscibile la dinamica e, almeno in parte, anticipabile lo sviluppo. È in questa leggibilità del processo che si fonda la possibilità stessa dell'intervento preventivo.

Il primo dato che le conclusioni devono registrare con precisione riguarda il profilo della donna bersaglio. I dati raccolti contraddicono sistematicamente la rappresentazione dominante: il bersaglio privilegiato dell'abusante non è una donna fragile, isolata o priva di risorse. È una donna autonoma, competente, empatica, con una rete relazionale attiva. Le sue qualità non la proteggono — vengono prima utilizzate come risorse di aggancio e poi erose sistematicamente. La vulnerabilità non preesiste alla relazione: viene prodotta da essa. Questo scarto tra rappresentazione pubblica e realtà empirica non è un dettaglio: incide direttamente sulla capacità delle istituzioni di riconoscere il fenomeno e di intervenire in tempo.

Il secondo dato riguarda le strategie di uscita. Nessuna delle intervistate ha raggiunto una condizione stabile di sicurezza attraverso una riduzione graduale del contatto, una negoziazione a distanza o il mantenimento di canali comunicativi residuali. L'unica traiettoria descritta come associata a una percezione di sicurezza sufficientemente stabile è l'interruzione completa e immediata di ogni forma di contatto, spesso accompagnata da modifiche dei riferimenti personali e, in alcuni casi, dal trasferimento fisico. Questo dato non può restare confinato alla sezione empirica: ha implicazioni dirette per i protocolli istituzionali di gestione delle fasi di transizione, che rappresentano il momento statisticamente più pericoloso dell'intero ciclo abusivo.

Il terzo dato riguarda il diritto. Le tre configurazioni identificate — Pattern di Usurpazione parassitaria, Pattern di Grandiosità performativa e Pattern del Confinamento progressivo — condividono una stessa architettura relazionale di fondo, in cui il controllo si adatta alle risorse disponibili nella relazione per esercitare il proprio dominio. Questa convergenza strutturale dimostra che la violenza di genere non si presenta come evento unitario, ma come processo composito di condotte tra loro interagenti. Finché l'ordinamento giuridico italiano non riconosce come autonome le condotte che precedono e producono la violenza fisica — controllo coercitivo, abuso economico, sorveglianza digitale, gaslighting — il sistema continuerà a intervenire sull'epilogo, ignorando la sequenza che lo ha determinato. La prescrizione non è un istituto di garanzia quando opera su condotte prive di autonoma rilevanza giuridica: è un fattore strutturale di impunità.

In tutti i casi, l'identità delle persone abusate non è definita da una vulnerabilità intrinseca, ma dall'interazione tra caratteristiche contestuali e processi progressivi di asimmetria indotti dalla relazione stessa. L'iperfunzionalità, la visibilità sociale o la rete relazionale non costituiscono fattori protettivi: possono essere progressivamente riorganizzati all'interno della dinamica abusiva, assumendo funzioni diverse a seconda del profilo prevalente. Questa convergenza strutturale spiega perché l'accesso all'istruzione, a risorse culturali o terapeutiche non garantisca immunità, pur facilitando in alcuni casi il riconoscimento e l'uscita consapevole dalla relazione. Su questo sfondo si collocano gli interventi prioritari identificati, che derivano direttamente dalle evidenze raccolte e si articolano secondo il modello LIM-PI (v. Tabella 7) in sei livelli interdipendenti, ciascuno con una funzione specifica e non sostituibile dagli altri. La prevenzione primaria interviene sui meccanismi di apprendimento che rendono possibile la trasmissione intergenerazionale delle condotte coercitive. Il riconoscimento precoce intercetta i segnali di rischio prima che il comportamento abusivo si consolidi. I percorsi per gli autori di violenza operano sulla modificazione comportamentale, condizione necessaria per ridurre la recidiva. L'intervento giudiziario interrompe la violenza in atto e protegge le vittime di abusi nelle fasi di maggiore esposizione. Il supporto alle superstiti garantisce protezione, autonomia e continuità nella fase di uscita. La formazione dei professionisti di primo contatto trasforma ogni punto di contatto istituzionale in un'opportunità di intervento, invece che in un rischio di vittimizzazione secondaria. L'efficacia del sistema non dipende dalla singola misura, ma dalla coerenza e dall'interconnessione tra tutti i livelli: un intervento isolato, per quanto ben progettato, non scardina la struttura del fenomeno.

La violenza di genere è un fenomeno prevedibile. Non nel senso che ogni singolo caso sia anticipabile, ma nel senso che i suoi meccanismi generativi sono identificabili, i suoi pattern sono ricorrenti e le sue traiettorie seguono una logica documentabile. Questa prevedibilità è al tempo stesso la ragione per cui il fenomeno persiste — perché continuiamo a trattarlo come imprevedibile — e la condizione necessaria per ridurlo strutturalmente. Intervenire sui meccanismi generativi, prima che sulle conseguenze, non è un'opzione tra le altre: è l'unica strategia coerente con quello che i dati mostrano.

↑ Torna all’Indice


Riferimenti bibliografici essenziali

Adair, J. (2025). Defining gaslighting in gender-based violence: a mixed-methods systematic review. Trauma, Violence & Abuse. DOI: 10.1177/15248380251344316.

Adams, A.E., Sullivan, C.M., Bybee, D., & Greeson, M.R. (2008). Development of the Scale of Economic Abuse. Violence Against Women, 14(5), 563–588.

Ajzen, I. (1991). The Theory of Planned Behavior. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 50(2), 179–211.

Antai, D., et al. (2014). The role of socioeconomic factors in intimate partner violence. International Journal of Women’s Health, 6, 905–917.

Bandura, A. (1977). Social Learning Theory. Prentice-Hall.

Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. W.H. Freeman.

Campbell, J.C., Webster, D., & Glass, N. (2009). The Danger Assessment. Violence Against Women, 15(3), 313–330.

Campbell, J.C., et al. (2003). Risk factors for femicide in abusive relationships. American Journal of Public Health, 93(7), 1089–1097.

Chaplin, T.M., & Aldao, A. (2013). Gender differences in emotion expression in children. Psychological Bulletin, 139(4), 735–765.

Connell, R.W. (1995). Masculinities. University of California Press.

Crenshaw, K. (1989). Demarginalizing the intersection of race and sex. University of Chicago Legal Forum, 139–167.

Crooks, C.V., et al. (2009). Engaging men and boys in preventing violence against women. Prevention Science, 10(2), 107–113.

Darke, H., et al. (2025). Gaslighting and memory: the effects of partner-led challenges on recall and self-perception. Memory. DOI: 10.1080/09658211.2025.2533253.

Dutton, D.G., & Goodman, L.A. (2006). Coercion in intimate partner violence. Sex Roles, 52, 743–756.

Dutton, D.G., & Painter, S.L. (1981). Traumatic bonding. Victimology, 6(1–4), 139–155.

Fredrickson, B.L., & Roberts, T.A. (1997). Objectification theory. Psychology of Women Quarterly, 21(2), 173–206.

Grubb, A., & Turner, E. (2012). Attribution of blame in rape cases. Aggression and Violent Behavior, 17(5), 443–452.

Herman, J.L. (1992). Trauma and Recovery. Basic Books.

Hailes, H.P., & Goodman, G.S. (2023). Gaslighting: a two-part model of understanding experiences. Psychological Trauma.

Hughes, K., et al. (2012). Prevalence and risk of violence against adults with disabilities. The Lancet, 379(9826), 1621–1629.

Johnson, M.P. (2008). A Typology of Domestic Violence. Northeastern University Press.

Klein, W., Li, S., & Wood, S. (2023). An examination of gaslighting in intimate partner violence. Violence Against Women, 29(6–7), 1425–1446.

Leunissen, J.M., Sedikides, C., & Wildschut, T. (2017). Why narcissists are unwilling to apologize. European Journal of Personality, 31(4), 333–344.

Manne, K. (2018). Down Girl: The Logic of Misogyny. Oxford University Press.

Murrell, A.R., et al. (2007). Intergenerational transmission of violence. Journal of Family Violence, 22(7), 563–574.

Pinelli, G., & Zanchi, B. (2021). La costruzione sintattica del femminicidio nel discorso giornalistico italiano. Studi di Comunicazione, 12, 45–68.

Postmus, J.L., et al. (2020). Understanding economic abuse in the lives of survivors. Journal of Interpersonal Violence, 35(3–4), 756–776.

Stark, E. (2007). Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life. Oxford University Press.

Sweet, P.L. (2019). The sociology of gaslighting. American Sociological Review, 84(5), 851–875.

Tjaden, P., & Thoennes, N. (2000). Extent, nature, and consequences of intimate partner violence. National Institute of Justice / CDC.

Van der Kolk, B.A. (2014). The Body Keeps the Score. Viking.

Vandello, J.A., & Cohen, D. (2003). Male honor and female fidelity. Journal of Personality and Social Psychology, 84(5), 997–1010.

Walker, L.E. (1979). The Battered Woman. Harper & Row.

Fonti istituzionali: Convenzione di Istanbul (2011, L. 77/2013); ISTAT, Indagine sulla violenza contro le donne (2015; aggiornamento 2024–2025); EIGE, Gender Equality Index (2025); Ministero dell’Interno, Report femminicidi (2024–2025); GREVIO, Rapporto di valutazione sull’Italia (2019); Osservatorio STEP, Stereotipi di genere nella stampa (2021–2023); Associazione RELIVE; Ministero della Giustizia, D.M. 22/01/2025.

Post popolari in questo blog