Geopolitica · Economia politica · Protezione sociale · Prima parte (aggiornato settembre 2026)

PRIMA PARTE — Sovranità o subalternità: l'Europa in ostaggio.

Sovranità o subalternità:
l'Europa in ostaggio, tra bisogno di libertà e Sindrome di Stoccolma

L'Europa importa oltre il 60% del GNL e più della metà delle armi dagli Stati Uniti, affida a tre fornitori americani oltre il 70% del proprio cloud, e vede due terzi dei pagamenti con carta passare su circuiti statunitensi. Energia, difesa, tecnologia, finanza: in ogni dominio critico, il controllo delle infrastrutture resta altrove.

Tesi centrale Ogni perturbazione geopolitica subita dall'Europa si traduce in inflazione energetica, perdita di posti di lavoro e contrazione del welfare. Sono costi scaricati sistematicamente sui cittadini, che subiscono il peso quotidiano di un'inflazione in costante impennata a fronte di redditi stagnanti. C'è chi, invece, grazie a queste crisi si arricchisce e ne emerge sempre più forte, al punto da riuscire a tenere le redini del mondo in totale impunità. Mentre la base sociale si impoverisce, chi detiene il potere pubblico — in Europa e nel mondo — piega la crisi a generatore di extraprofitti privati, consolidando un'egemonia che rasenta la piena impunità istituzionale.

L'energia come misura della subalternità europea

Nel 2025, oltre il 59% del gas naturale liquefatto importato dall'Unione Europea proveniva dagli Stati Uniti; nel primo trimestre del 2026 la quota è ulteriormente salita al 63% (IEEFA). La diversificazione seguita alla crisi del gas russo, dunque, non ha prodotto una vera emancipazione dalla dipendenza esterna: ha piuttosto spostato il baricentro della dipendenza energetica europea da Mosca a Washington, in un mercato nel quale il GNL statunitense si è spesso rivelato più costoso del gas russo di cui ha preso il posto. L'accordo di Turnberry del luglio 2025 ha trasformato questa nuova asimmetria energetica in un impegno politico e commerciale: fino a 750 miliardi di dollari di acquisti di energia statunitense entro il 2028 — GNL, petrolio e combustibile nucleare — in cambio della riduzione dei dazi europei dal 30 al 15%.

È qui che emerge il primo paradosso: nel tentativo di liberarsi dalla dipendenza energetica russa, l'Europa ha finito per consolidare una nuova dipendenza da un unico grande fornitore. E non si tratta più soltanto di una dinamica di mercato: con Turnberry, la nuova dipendenza energetica è stata incorporata in un accordo politico di più ampia portata, trasformando gli acquisti di energia americana in uno degli strumenti attraverso cui l'Europa ha cercato di stabilizzare il proprio rapporto commerciale con Washington. Questa subalternità, tuttavia, non nasce solo dall'inerzia. Anche nei rari casi in cui l'Europa è riuscita a muoversi con una propria iniziativa indipendente, il risultato le è stato comunque sottratto da una decisione unilaterale di Washington. Il caso più netto è quello del dossier nucleare iraniano. Il JCPOA, l'accordo sul nucleare iraniano del 2015, era stato negoziato con un concorso determinante dell'Unione Europea attraverso il formato E3: uno dei rari casi in cui l'Europa era riuscita a esercitare un peso geopolitico autonomo su una crisi strategica. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall'accordo, nel 2018, ne aveva progressivamente svuotato il ruolo, fino a renderlo marginale. Quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di attacchi contro l'Iran culminata nell'uccisione della guida suprema Ali Khamenei, l'Europa non ha avuto alcun ruolo nella decisione che ha innescato il conflitto. La guerra ha investito direttamente la sicurezza energetica europea attraverso la chiusura dello Stretto di Hormuz, ma le decisioni decisive sono rimaste nelle mani di Washington e Teheran. Secondo un'analisi di EU Insider del giugno 2026, il negoziatore iraniano Abbas Araghchi ha definito pubblicamente il formato E3 «irrilevante»: la trattativa reale si svolgeva ormai attraverso canali bilaterali fra Stati Uniti e Iran, con la mediazione del Pakistan. L'Europa, che un tempo contribuiva a costruire il quadro diplomatico, si è ritrovata così a subirne le conseguenze. Persino la protezione delle rotte attraverso Hormuz, essenziali per i suoi approvvigionamenti energetici, è rimasta affidata in larga misura a una coalizione a guida americana.

La stessa asimmetria emerge sul fronte della sicurezza regionale. I bombardamenti israeliani sul Libano nel 2024, sovrapposti alla crisi economica e istituzionale del Paese, hanno alimentato nuove pressioni migratorie verso l'Europa. Nel marzo 2026, il Consiglio europeo per le relazioni estere ha indicato il rischio di una nuova destabilizzazione del Libano come una minaccia concreta per gli interessi europei. Anche in questo caso, tuttavia, l'UE si trova soprattutto nella posizione di gestire gli effetti di una crisi regionale sulla quale dispone di una capacità di influenza limitata. La distanza tra esposizione agli effetti e capacità di determinarne gli sviluppi diventa così sempre più evidente. E la crisi di Hormuz ha reso questa distanza materialmente misurabile. La de-escalation prospettata a giugno non ha retto: il memorandum d'intesa del 17 giugno, concepito per riaprire lo Stretto entro sessanta giorni, si è rapidamente dissolto. L'Iran ha continuato a subordinare il transito a condizioni imposte unilateralmente, mentre almeno cinque mercantili sono stati colpiti dopo il cessate il fuoco. Agli attacchi del 6 e 7 luglio gli Stati Uniti hanno risposto intensificando i raid, fino alla dichiarazione di Trump del 7 luglio sulla fine della tregua. Il memorandum di Islamabad è ormai considerato nullo dalle parti, il traffico attraverso lo Stretto rimane drasticamente ridotto e gli analisti stimano che il pieno ripristino dei flussi possa non avvenire prima del 2027.

La vulnerabilità europea, tuttavia, non riguarda soltanto le rotte attraverso cui il gas e il petrolio arrivano sul mercato, ma anche la fragilità delle alternative individuate per ridurre la dipendenza dai fornitori dominanti. È in questo scenario che il Mediterraneo orientale avrebbe dovuto assumere un ruolo strategico. Dal 2022, l'Unione Europea aveva guardato ai giacimenti offshore di Israele, Egitto e Cipro come a uno dei possibili pilastri della propria strategia di diversificazione. La guerra a Gaza e il conflitto israelo-libanese hanno però mostrato quanto fosse fragile questa prospettiva e quanto le nuove rotte energetiche europee restassero esposte alle crisi geopolitiche della regione. Israele ha sospeso l'estrazione dal giacimento Tamar nei mesi successivi all'ottobre 2023 per ragioni di sicurezza, mentre l'escalation regionale ha continuato a esporre infrastrutture energetiche e industriali a rischi militari: nel giugno 2025, un attacco missilistico iraniano ha colpito la raffineria Bazan, a Haifa, provocando ulteriori perturbazioni. Secondo il Center on Global Energy Policy della Columbia University, le condizioni di sicurezza e le difficoltà infrastrutturali rendono improbabile che il Mediterraneo orientale possa trasformarsi, nel medio periodo, in un fornitore stabile e significativo per il mercato europeo.

Il problema, dunque, non è soltanto che una possibile fonte alternativa si sia rivelata insufficiente. È che la geografia energetica europea si è dimostrata più vulnerabile di quanto la strategia di diversificazione lasciasse intendere: a nord-est, la Russia ha trasformato il gas in uno strumento di pressione geopolitica; a sud-est, il Mediterraneo orientale rimane esposto a conflitti e crisi regionali; dall'altra parte dell'Atlantico, l'Europa ha finito per concentrare una quota crescente dei propri approvvigionamenti di GNL sugli Stati Uniti. La diversificazione, invece di tradursi automaticamente in maggiore sicurezza, ha quindi prodotto una nuova domanda: quante delle alternative individuate dall'Europa sono realmente sotto il suo controllo?

Questa domanda porta a interrogarsi sulle cause, e qui è utile distinguere due livelli, spesso confusi nel dibattito pubblico. Il primo è strutturale. La politica estera e di sicurezza dell'Unione resta un ambito prevalentemente intergovernativo: l'articolo 31(1) del Trattato sull'Unione Europea impone l'unanimità in Consiglio come regola di default per le decisioni di politica estera, incluse le sanzioni, e i tentativi di introdurre il voto a maggioranza qualificata attraverso la clausola passerella dell'articolo 31(3) non sono mai stati attivati, proprio perché richiedono a loro volta l'unanimità per essere adottati. Il caso ungherese — con i ripetuti veti o ritardi di Budapest sulle sanzioni contro la Russia e sugli aiuti all'Ucraina — ne è stato per anni l'illustrazione più visibile, ma il problema, come nota un'analisi del think tank costituzionale Verfassungsblog, non è "un problema Orbán" bensì "un problema di architettura dei Trattati": qualunque Stato membro può, in linea di principio, bloccare o rallentare una decisione collettiva. Sul fronte energetico vale una logica analoga: l'articolo 194 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea riserva esplicitamente a ciascuno Stato membro il diritto di determinare le condizioni di sfruttamento delle proprie risorse energetiche e la struttura generale del proprio approvvigionamento. In un'architettura di questo tipo, anche una classe dirigente straordinariamente lungimirante si scontrerebbe con lo stesso limite: mancano gli strumenti istituzionali per trasformare un'analisi geopolitica corretta in una linea d'azione comune e vincolante.

Il secondo livello, tuttavia, riguarda scelte politiche specifiche, difficilmente riconducibili al solo vincolo istituzionale. La Germania ha sostenuto la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 — completato nel settembre 2021 — nonostante gli avvertimenti, anche statunitensi, sul rischio che Mosca trasformasse le forniture di gas in una leva di pressione politica; la certificazione è stata sospesa da Berlino solo il 22 febbraio 2022, a ridosso del riconoscimento russo delle repubbliche separatiste del Donbass. Per anni, inoltre, nessuno Stato membro ha investito in una riserva strategica europea di gas naturale liquefatto paragonabile a quella esistente per il petrolio, né in una capacità di rigassificazione distribuita capace di ridurre la dipendenza dai terminal di pochi Paesi costieri. Si tratta di scelte — non di vincoli di sistema — il cui costo geopolitico era prevedibile già al momento in cui venivano compiute.

I due livelli, in realtà, si rafforzano a vicenda. Una cornice decisionale frammentata rende più conveniente, per ogni singolo governo nazionale, agire con un orizzonte breve: i benefici di un approvvigionamento energetico a basso costo si realizzano subito, a livello nazionale, mentre il rischio geopolitico che ne deriva si scarica sul sistema europeo nel suo complesso — spesso dopo che chi lo ha generato ha già lasciato l'incarico. È un problema classico di azione collettiva, non un difetto isolato di competenza individuale: un incentivo strutturale, cioè, a scaricare su altri Stati membri — o sulle generazioni successive di elettori — il costo delle proprie decisioni.

Per l'Europa, il punto non è soltanto l'entità dello shock energetico. È la sproporzione tra l'esposizione ai suoi effetti e la capacità di determinarne gli sviluppi. Una crisi che incide direttamente sui suoi approvvigionamenti, sui prezzi dell'energia e sulla sicurezza delle rotte commerciali viene decisa altrove: a Washington, a Mosca, a Teheran e, in misura crescente, attraverso gli attori regionali che ne mediano il confronto. L'Europa ne sostiene i costi, ne gestisce le conseguenze e ne subisce le oscillazioni, ma dispone di strumenti sempre più limitati per determinarne l'esito.

Trump: la pressione sistematica sull'architettura di sicurezza europea

Questa incapacità di tracciare un confine non riguarda solo le crisi in cui l'Europa sceglie, per convenienza o timidezza, di non intervenire. Riguarda anche, in forma più insidiosa, le pressioni a cui viene sottoposta senza che le venga lasciato alcun margine di scelta. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, nel 2025, ha impresso un'accelerazione a un mutamento già in corso: il passaggio da un'architettura di sicurezza transatlantica fondata su impegni collettivi a una concezione delle alleanze funzionale ad accrescere la leva strategica americana. Se ne dà spesso una lettura riduttiva, come di puro opportunismo economico. Quella dimensione esiste, ma non esaurisce la logica sottostante: fabbricare nuove dipendenze — economiche, energetiche, tecnologiche — produce un effetto più profondo, che è quello di dilatare il potere relativo di Washington sui propri partner. Per l'Europa le conseguenze sono concrete e documentate. Le minacce di annessione della Groenlandia ridisegnano la geografia della sicurezza artica senza che gli alleati europei siano interpellati. Le pressioni sulla NATO perché innalzi la spesa militare si convertono, di fatto, in nuovi acquisti di armamenti americani, sicché la dipendenza tecnologica cresce anziché ridursi. Turnberry, di cui si è già vista la logica di fondo, contiene a questo proposito un tassello ulteriore: dopo la ratifica del 25 giugno 2026, l'Europa potrà sospendere l'impegno sull'energia americana solo se Washington allineerà entro l'anno i dazi su acciaio e alluminio — una clausola che, nel frattempo, lascia comunque orientare contratti e infrastrutture verso la stessa subordinazione strutturale. La stessa logica coercitiva si spinge del resto ben oltre l'Europa: il blocco petrolifero imposto a Cuba dal principio del 2026, che ha gettato l'isola nel collasso energetico, ne è la versione più brutale — l'energia usata non come merce, ma come arma.

Che si tratti di strategia deliberata o di effetto collaterale accolto con lucida indifferenza, l'esito non cambia. Dall'insediamento dell'amministrazione Trump, ogni consesso multilaterale in cui l'Europa aveva conquistato un ruolo è stato svuotato o sabotato. L'assalto alle istituzioni internazionali non ha risparmiato nemmeno gli organismi giudiziari: dal febbraio 2025 Washington ha sanzionato ripetutamente la Corte penale internazionale — prima il procuratore capo Karim Khan, poi giudici e procuratori, infine, nell'estate 2026, la stessa presidente della Corte — in risposta ai mandati d'arresto emessi contro i vertici israeliani per i crimini a Gaza; il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato l'intenzione di "smantellare sistematicamente" l'istituzione. Alle Nazioni Unite nel loro complesso è andata non meglio: a inizio 2026 gli Stati Uniti si sono ritirati da 66 organizzazioni internazionali, quasi la metà delle quali legate all'ONU, confermando l'uscita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e tagliando il proprio contributo umanitario da punte storiche di 17 miliardi di dollari a soli 2 miliardi annui — una riduzione che ha costretto l'ONU a un bilancio 2026 inferiore del 7% e a migliaia di licenziamenti. Ogni crisi regionale ha prodotto fratture interne anziché coesione; ogni dipendenza energetica è stata rimpiazzata da una nuova dipendenza verso Washington. Il formato E3 sull'Iran, unico esempio recente di diplomazia europea autonoma con peso reale, è stato ridotto a ornamento. E quando determinate azioni giovano con regolarità agli stessi attori, il confine fra coincidenza e strategia diventa questione di prove, non di prudenza.

Non tutte le forme di condizionamento, del resto, passano da contratti energetici o consessi diplomatici svuotati: una si è spostata direttamente sui mercati finanziari, dove l'incertezza politica stessa diventa merce di scambio. Le dichiarazioni contraddittorie di un capo di Stato, in questo contesto, non sono semplice caos: possono essere monetizzate. Quando il presidente annuncia, smentisce e rilancia — sui dazi, sull'Iran, sugli accordi internazionali e, soprattutto, sulle valute digitali — muove istantaneamente i mercati. Chi conosce in anticipo la direzione di questi annunci, o possiede massicciamente l'asset che ne subirà l'oscillazione, può ricavarne profitti enormi: per chi si trova in quella posizione, la volatilità cessa di essere un rischio e diventa una fonte di guadagno. Un'incoerenza che arricchisce sistematicamente chi la produce smette così di essere un limite caratteriale e si trasforma in un modello di business. Il caso più emblematico è il token personale $TRUMP, lanciato a pochi giorni dall'insediamento di gennaio 2025: il suo valore è schizzato oltre i settanta dollari per poi crollare di quasi il novantotto per cento. Secondo un'analisi della società Nansen, quasi un milione di acquirenti ha perduto complessivamente 3,81 miliardi di dollari, mentre appena cinquemila investitori — i primi a entrare — hanno guadagnato una cifra equivalente. Le società legate alla famiglia presidenziale, detenendo circa l'ottanta per cento del token, incassano una commissione su ogni scambio indipendentemente dall'andamento del prezzo: per ogni dollaro finito nelle tasche degli emittenti, gli investitori al dettaglio ne hanno persi venti. Nella sua dichiarazione finanziaria ufficiale, il presidente ha infine registrato 1,4 miliardi di dollari di redditi da criptovalute nel 2025, di cui 636 milioni provenienti dal solo $TRUMP. Non è un episodio isolato: la stessa amministrazione ha riscritto le regole federali su questi strumenti e istituito per decreto una riserva statale di bitcoin, mentre fondi sovrani stranieri si servivano di quei canali per accostarsi a Washington. Per l'Europa la questione non è morale, ma strutturale: due terzi dei pagamenti con carta nell'area euro transitano già su circuiti americani, e ora la politica che governa quei circuiti si confonde con gli interessi privati di chi la decide. L'Unione dipende da un sistema di cui non controlla né le regole né i conflitti d'interesse. Chi lucra sull'immobilità dell'Europa, del resto, non teme la crisi: la fattura.

A questa spinta esterna si somma una fragilità interna che l'analisi europea stenta ad affrontare con la necessaria franchezza — la stessa rigidità istituzionale già incontrata sul fronte energetico, qui osservata da un angolo diverso: non come freno all'azione autonoma dell'Unione, ma come amplificatore di ciò che viene esercitato dall'esterno. Il voto all'unanimità, che governa le deliberazioni più rilevanti del Consiglio europeo, consente a un solo Stato membro di bloccare o rinviare sine die qualsiasi azione comune in nome di interessi nazionali — energetici, commerciali, ideologici — che possono convergere, oggettivamente, con quelli di chi lavora dall'esterno a erodere i margini di autonomia dell'Unione. Il condizionamento esterno trova così, al proprio interno, amplificatori pienamente legittimi. E un'architettura concepita per proteggere la sovranità dei singoli Stati si rovescia nello strumento più efficace per paralizzare quella collettiva. Ma questa vulnerabilità non si esaurisce nei campi della sicurezza, dell'energia e della finanza: si estende anche a un terreno apparentemente più tecnico, quello della catena di fornitura dei semiconduttori.

Taiwan: la vulnerabilità tecnologica come rischio sistemico

Un fronte di ulteriore vulnerabilità per l'economia europea, probabilmente anche il più insidioso. Taiwan concentra oltre il 90% della produzione mondiale di semiconduttori avanzati, quasi interamente affidata a TSMC, e da quei componenti dipendono l'industria digitale, l'automotive, la difesa e le energie rinnovabili del continente. Ne discende un rischio di shock strutturale, qualora le tensioni nello Stretto di Taiwan degenerassero in conflitto aperto con Cina. Secondo un'analisi di Bloomberg Economics del febbraio 2026, una guerra nello Stretto potrebbe sottrarre fino al 9,6% del prodotto interno lordo globale nel primo anno, con effetti particolarmente severi su un'industria europea priva di capacità produttive alternative. La crisi di Hormuz lo ha già mostrato: le vulnerabilità energetiche si riverberano senza indugio sulle catene dei semiconduttori. Eppure l'Europa non dispone ancora di una politica coerente per uno scenario simile. Il suo European Chips Act, dotato di 43 miliardi, è stato giudicato da Chatham House, nell'aprile 2026, "un passo nella giusta direzione, ma largamente insufficiente" — diagnosi che i fatti hanno confermato: dopo la rinuncia di Intel allo stabilimento di Magdeburgo, nel luglio 2025, la Commissione ha dovuto proporre, il 3 giugno 2026, un Chips Act 2.0, inserito in un più ampio pacchetto per la sovranità tecnologica che comprende anche una legge sul cloud e sull'intelligenza artificiale. Ma la vulnerabilità europea non si esaurisce nei settori in cui la dipendenza è determinata dalla concentrazione della produzione fuori dai suoi confini. Esiste anche una dipendenza che l'Europa ha contribuito a costruire nel tempo, attraverso le proprie politiche economiche e regolatorie. Il settore alimentare ne offre uno degli esempi più evidenti.

La dipendenza alimentare: una vulnerabilità costruita dall'interno

Questa sproporzione tra esposizione e controllo, tuttavia, non si esaurisce nelle rotte marittime o nei contratti di fornitura: si misura anche, più silenziosamente, sugli scaffali dei supermercati. Fra tutte le dipendenze europee, quella alimentare è forse la più paradossale, giacché non discende da uno shock esterno ma è stata progettata e imposta dall'interno. Decenni di Politica Agricola Comune hanno spinto il sistema produttivo verso la grande distribuzione, l'agribusiness continentale e le importazioni a basso costo dai paesi terzi, spesso prive di reciprocità negli standard. Il caso italiano è emblematico. Per lungo tempo l'Italia ha saputo nutrirsi da sé ed esportare eccedenze di qualità riconosciuta — ortofrutta, cereali, olio, pomodoro da industria, latticini, formaggi, carni. Quella capacità si è andata erodendo: secondo Agriregionieuropa, il declino di colture strategiche come il grano duro, la barbabietola e la soia risale alle riforme della PAC avviate nel 2006, che, disaccoppiando i sostegni dalla produzione, hanno orientato le scelte degli agricoltori verso la rendita da sussidio più che verso la produzione effettiva.

Il paradosso è strutturale. L'Unione impone ai propri agricoltori standard ambientali, fitosanitari e di benessere animale fra i più severi al mondo — giustificati sul piano dei principi — ma non pretende criteri equivalenti dalle importazioni che competono nel medesimo mercato. Ne nasce una concorrenza asimmetrica, nella quale il produttore europeo opera con oneri regolatori più elevati rispetto a chi importa da Ucraina, Marocco o Turchia. La produzione interna arretra, le importazioni la rimpiazzano. Il Parlamento europeo ha riconosciuto la criticità soltanto nell'ottobre 2025, adottando requisiti più stringenti sui pesticidi nei prodotti importati e una maggiore preferenza per i prodotti dell'Unione negli appalti pubblici: interventi tardivi, però, su un settore già ristrutturato.

Le conseguenze sui prezzi sono documentate. Secondo i dati Istat elaborati da Coldiretti, l'inflazione alimentare in Italia è passata dallo 0,6% del 2021 al 9,1% del 2022, per toccare il 10% nel 2023. Fra l'ottobre 2021 e l'ottobre 2025 i prezzi alimentari sono cresciuti complessivamente del 24,9%, quasi otto punti oltre l'inflazione generale (Il Post, maggio 2026, su dati Istat).

La tensione sui prezzi non si è ancora esaurita, malgrado il rallentamento dell'inflazione complessiva. In parte essa riflette la trasmissione ritardata dello shock energetico connesso alla guerra contro l'Iran e alla crisi di Hormuz, di cui si è già vista la traiettoria: anche nell'ipotesi di una de-escalation ravvicinata, gli esperti stimano che il ripristino dei flussi di petrolio e gas richiederà mesi, con effetti destinati, secondo alcune valutazioni, a protrarsi fino al 2027. Il gasolio — cruciale per la produzione agricola e per il trasporto delle merci — resta caro, così come la logistica internazionale. A ciò si aggiungono gli effetti non ancora riassorbiti della precedente crisi seguita alla guerra in Ucraina, che ha innalzato in modo stabile il costo di fertilizzanti, trasporti e input agricoli.

Alcuni prodotti hanno registrato rincari marcati: l'olio d'oliva di quasi il 60%, il burro del 58,6%, il riso del 49,1% (Monetaweb, luglio 2025, su dati Istat); nell'arco di quattro anni, i fertilizzanti del 46% e l'energia agricola del 66% (Coldiretti). Sono aumenti che il rallentamento generale non ha riassorbito, poiché seguono la dinamica che gli economisti chiamano "razzi e piume": i prezzi salgono con rapidità nella fase di shock e discendono lentamente, o solo in parte, quando lo shock si attenua. Il costo della vulnerabilità energetica e della fragilità del sistema agricolo si è così trasferito, in via permanente, sul livello dei prezzi al consumo, erodendo direttamente il potere d'acquisto delle famiglie.

Chi ne trae vantaggio: la geopolitica del ricatto

Il mercato del gas rappresenta l'esempio più eloquente: con il cosiddetto accordo di Turnberry, l'Europa ha messo sul tavolo l'impegno a favorire acquisti di energia americana per ben 750 miliardi di dollari entro il 2028, tra GNL, petrolio e combustibile nucleare. Non si è trattato di una semplice scelta di mercato, bensì della contropartita negoziata per ottenere la riduzione dei dazi statunitensi, dopo mesi in cui Washington aveva imposto o minacciato tariffe eccezionalmente elevate sulle esportazioni europee. Paradossalmente, una parte di quei dazi è stata nel frattempo dichiarata illegittima dalla stessa Corte Suprema degli Stati Uniti: nel febbraio 2026, i giudici hanno stabilito che il presidente non disponeva, sulla base dell'IEEPA, del potere di imporre unilateralmente tali tariffe, costringendo il governo americano ad avviare rimborsi per circa 100 miliardi di dollari. La sequenza degli eventi evidenzia un grave cortocircuito politico: l'Europa ha accettato di trattare per disinnescare pressioni tariffarie che, in larga parte, erano prive di base giuridica. In cambio, ha sottoscritto un accordo energetico destinato a rafforzare la posizione del suo principale fornitore. L'Europa non ha ridotto la propria dipendenza; al contrario, si è speditamente arresa a un nuovo ricatto, senza opporre alle pretese di Washington una resistenza politica realmente proporzionata alla pressione esercitata.

Il Canada offre, in questo senso, un termine di paragone istruttivo — non solo per l'entità della reazione economica, ma per la statura politica con cui l'ha accompagnata. Il 20 gennaio 2026, al World Economic Forum di Davos, il primo ministro canadese Mark Carney — ex governatore delle banche centrali di Canada e Regno Unito, in carica dall'aprile 2025 anche in virtù della percezione di essere il leader più adatto a tenere testa a Washington — ha pronunciato un discorso che gli osservatori internazionali avrebbero ricordato come uno dei più incisivi degli ultimi anni in un consesso multilaterale. Ha dichiarato che l'ordine internazionale fondato sulle regole, ereditato dal secondo dopoguerra, si sta sfaldando sotto la pressione della rivalità tra grandi potenze, e che non si può continuare a vivere nella finzione di un'integrazione reciprocamente vantaggiosa quando quella stessa integrazione è diventata la fonte della propria subordinazione. Ha poi rivolto un appello esplicito alle "potenze di mezzo" — il Canada innanzitutto, ma implicitamente anche l'Europa — a smettere di negoziare bilateralmente con l'egemone e di competere tra loro per accaparrarsi i suoi favori, riassumendo il concetto in una formula che gli è valsa una standing ovation, rara ai forum di Davos: «se non sei al tavolo, sei nel menu». Il giorno successivo Trump ha risposto sprezzante che il Canada "vive grazie agli Stati Uniti".

Alle parole sono seguiti i fatti. Nella settimana precedente al discorso, Carney si era recato a Pechino per il primo incontro in dieci anni tra un premier canadese e Xi Jinping, avviando un riavvicinamento commerciale con la Cina esplicitamente concepito per ridurre la dipendenza da Washington. Ad agosto 2026, di fronte a richieste statunitensi ritenute lesive della sovranità nazionale — tra cui vincoli al bilinguismo nell'etichettatura dei prodotti e all'industria culturale — Carney si è ritirato dai negoziati sui dazi, definendo ingiuste e insostenibili le modifiche imposte da Washington all'ultimo momento e dichiarando che il Canada avrebbe risposto «dollaro su dollaro». «Siamo in guerra quando veniamo attaccati», ha aggiunto, «e siamo stati attaccati». Alla tariffa del 50% imposta da Trump su beni canadesi per venti miliardi di dollari, Ottawa ha risposto l'8 settembre 2026 con dazi equivalenti su importazioni statunitensi per 27,6 miliardi di dollari canadesi. Il governo federale ha accompagnato — non rincorso — la reazione popolare: diverse province hanno agito in proprio, dal ritiro dei prodotti americani dagli scaffali pubblici in Ontario al blocco della vendita di alcolici USA in Québec, British Columbia, Nuova Scozia e Prince Edward Island, fino agli investimenti pubblici — tre miliardi di dollari canadesi in un decennio — per potenziare la produzione interna in serra. Sul comparto ortofrutticolo, la quota di importazioni di verdura dagli Stati Uniti è scesa dal 69% del luglio 2023 al 62,6% del luglio 2026, secondo i dati ufficiali citati da Reuters, mentre le catene di distribuzione hanno diversificato l'approvvigionamento verso Spagna, Marocco, Sudafrica, Brasile e Honduras.

Il caso europeo rivela l'esito opposto — non per assenza di volontà popolare o di pressione politica, ma per l'assenza di un meccanismo istituzionale capace di trasformarle in azione comune. Dove il Canada ha saputo tradurre un moto popolare in una linea di condotta statale coerente, sorretta da una leadership disposta a incassare il costo politico dello scontro, l'Unione Europea — vincolata dal voto all'unanimità e da ventisette politiche commerciali ed energetiche difficilmente componibili in una sola — ha trasformato la medesima pressione in accordi come Turnberry, incorporando la subordinazione invece di contrastarla. Non è una differenza di potenza economica: l'Unione resta, nel suo insieme, un mercato ben più grande di quello canadese. È una differenza di volontà istituzionale di sedersi, appunto, al tavolo — anziché ritrovarsi nel menu.

La questione di Gaza porta questa logica al suo limite più estremo — non più subordinazione economica, ma rinuncia a un principio. Il 16 settembre 2025 la Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele commette un genocidio nella Striscia, esteso alla Cisgiordania, riscontrando quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948, oltre all'intento genocidario; la Corte internazionale di giustizia esamina il medesimo addebito in un procedimento ancora pendente, mentre la Corte penale internazionale ha emesso mandati d'arresto per i vertici israeliani. Gli Stati Uniti hanno protetto quei vertici, spingendosi a minacciare la Corte medesima. L'Europa non ha avuto alcun ruolo: né nell'arrestare, né nel dissociarsi. Ha continuato a commerciare e a rifornire, incapace di conformare le proprie azioni ai propri stessi principi. È la subalternità nella sua forma più nuda: non l'impotenza dinanzi a un limite naturale, ma l'incapacità di scegliere dinanzi a un crimine che le istituzioni internazionali hanno qualificato nei termini più gravi.

Il quadro d'insieme: non crisi separate ma fragilità sistemica

Questi scenari non sono crisi indipendenti, da risolvere una per una. Sono manifestazioni diverse della medesima condizione di fondo: quella di un continente che ha edificato la propria prosperità su dipendenze molteplici — energetiche, militari, tecnologiche, finanziarie — e che, quando quelle dipendenze entrano in tensione simultanea, si scopre privo degli strumenti per governarle da sé. L'Europa non è stata colpita da una sventura eccezionale: ha pagato il prezzo prevedibile di scelte strutturali accumulate nel tempo. La domanda non è se questa condizione sia ingiusta. È se sia possibile mutarla, e a quali condizioni.

La dipendenza europea è un asset privato nei bilanci di pochi, e un debito pubblico sulle spalle di molti.

Continua nella seconda parte — Sovranità o subalternità: le origini del ritardo europeo, dove si ripercorrono le scelte strutturali che hanno prodotto questa condizione.

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