Inchiesta . America Latina .

Cuba nel buio.
Cronaca di un assedio energetico

Dal blocco delle forniture petrolifere di gennaio alle sanzioni contro CUPET e alla successiva apertura al capitale privato: come la crisi energetica ha aggravato le fragilità di Cuba e accelerato la trasformazione del suo sistema economico

A febbraio 2026, quando fu redatta la prima analisi di questa crisi, il sistema elettrico cubano era già sotto assedio: nelle ore di punta, i blackout inghiottivano intere province. Nei mesi successivi, la situazione è progressivamente precipitata. Alla scarsità cronica di carburante, agli anni di sottoinvestimento nelle infrastrutture e a una rete ormai obsoleta si sono aggiunte le restrizioni statunitensi sulle forniture petrolifere, fino alle sanzioni dirette contro la compagnia statale CUPET. A luglio la rete nazionale è crollata di nuovo, e le proteste sono tornate a occupare le strade dell'Avana. Nel frattempo, il governo cubano ha accelerato — quasi inseguito dagli eventi — l'apertura di interi settori al capitale privato e straniero.

La perdita delle forniture venezuelane ha aggravato una crisi già profonda, sebbene la dipendenza di Cuba dal petrolio venezuelano fosse inferiore a quanto indicato nella prima versione di questa analisi. Nel 2025 Caracas riforniva l'isola con circa 26.500 barili al giorno — una quota rilevante, ma non maggioritaria, del consumo complessivo. Eppure in un sistema già ridotto allo stremo, dove ogni margine è stato eroso da anni di scarsità, anche una riduzione parziale degli approvvigionamenti bastava a produrre effetti sproporzionati: meno elettricità, meno acqua, meno tenuta sociale.

La crisi energetica è diventata, così, la lente attraverso cui si legge oggi la trasformazione economica e politica dell'isola.

I numeri di una crisi fuori controllo

Il divario tra l'elettricità necessaria e quella effettivamente disponibile ha raggiunto livelli mai visti prima d'ora. Nelle ore di maggiore domanda il sistema non riesce a coprire il fabbisogno, con deficit che superano i 1.700 megawatt. Dietro questi numeri c'è una rete all'osso: le centrali si fermano una dopo l'altra, tra mancanza di combustibile, guasti e impianti ormai al limite della loro obsolescenza. Il 16 marzo 2026 Cuba subisce il primo collasso nazionale della rete dell'anno. Cinque giorni dopo, il 21 marzo, un nuovo guasto scatena un secondo blackout totale: una centrale di Nuevitas, in provincia di Camagüey, esce dal sistema e trascina con sé l'intera rete in una reazione a cascata, lasciando al buio circa 10 milioni di persone. Il ripristino procede lento, a tappe: prima gli ospedali, poi gli impianti di pompaggio dell'acqua, infine il resto del Paese — un razionamento della luce che diventa, di fatto, una sopravvivenza a singhiozzo.

Cronologia essenziale
  • 3 gen. 2026 — Gli Stati Uniti intervengono militarmente in Venezuela; la nuova fase della politica verso Cuba si inserisce nello stesso contesto regionale
  • 29 gen. 2026 — Un ordine esecutivo statunitense introduce un sistema tariffario contro i Paesi che forniscono petrolio a Cuba
  • feb. 2026 — I blackout rimangono prolungati e la disponibilità di carburante continua a ridursi
  • 16 mar. 2026 — Primo blackout nazionale
  • 21-22 mar. 2026 — Secondo collasso nazionale della rete in meno di una settimana
  • 16 mag. 2026 — Quinta notte consecutiva di proteste all'Avana contro blackout, carenza d'acqua e crisi economica
  • 25-27 mag. 2026 — La petroliera russa Universal, diretta verso Cuba con un carico di diesel, cambia rotta
  • 11 giu. 2026 — Gli Stati Uniti inseriscono CUPET nel regime di sanzioni previsto dall'Executive Order 14404
  • 18 giu. 2026 — Il Parlamento cubano approva un pacchetto di oltre 175 riforme economiche, compresa l'apertura a investimenti privati nel real estate e in altri settori
  • 7 lug. 2026 — Un nuovo collasso nazionale della rete provoca blackout prolungati e nuove proteste all'Avana
  • ago. 2026 — Le importazioni di carburante da parte di imprese private alimentano un nuovo mercato, mentre il governo amplia le aperture del settore energetico
  • 3 set. 2026 — Nuove norme facilitano investimenti stranieri, attività private, turismo e accesso al mercato immobiliare
  • 7 set. 2026 — Il ministro degli Esteri cubano afferma che i contatti con Washington non hanno prodotto progressi e che non sono previsti negoziati

Come si è costruito l'embargo energetico verso Cuba

Il 3 gennaio 2026 segna il giorno che anticipa la crisi energetica cubana. Il motivo va cercato non a Cuba, ma a Caracas: quel giorno un'operazione militare degli Stati Uniti in Venezuela cattura e destituisce il presidente Nicolás Maduro. Il legame tra i due paesi non è casuale — per decenni il Venezuela è stato il principale fornitore di petrolio dell'isola, in cambio di sostegno politico e militare cubano a Caracas. Colpire l'uno significa, quasi automaticamente, colpire anche l'altro.

Non è un fulmine a ciel sereno. Nelle settimane precedenti Washington aveva già alzato la pressione su Caracas, motivandola pubblicamente come un'azione di guerra al narcotraffico. Ma dietro la retorica populista antidroga c'era il petrolio venezuelano — tra le riserve più grandi al mondo — che era già, da tempo, l'obiettivo reale. Isolare l'attacco al Venezuela dall'interesse statunitense per le sue risorse energetiche è un esercizio impossibile. E considerare il danno collaterale su Cuba come un effetto casuale, apparentemente estraneo alla strategia a monte di questa operazione, significa non volerne scorgere il disegno.

Con la caduta di Maduro, le forniture di greggio venezuelano all'isola si interrompono di colpo. L'Avana perde la sua fonte primaria di approvvigionamento nel momento esatto in cui la sua rete energetica interna è già al collasso: il tempismo, qui, non è un dettaglio, è la leva. Otto giorni dopo, l'11 gennaio, Trump rompe ogni ambiguità e rende esplicito ciò che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo: dichiara che a Cuba non arriveranno più né petrolio né denaro dal Venezuela, e invita formalmente L'Avana a trattare con Washington in cambio di sostegno alla popolazione.

Per capire il peso di quella dichiarazione bisogna guardare indietro. Tra Cuba e Stati Uniti corre una storia lunga più di sessant'anzi, fatta di rivalità, abusi ed embarghi, colpi bassi e ritorsioni incrociate. Una storia che, fino ad oggi, la diplomazia internazionale era sempre riuscita — pur tra alti e bassi — a contenere entro un perimetro di forme riconosciute, di canali ufficiali, di un minimo di bon ton diplomatico anche nei momenti di massima tensione. Con l'ascesa di Trump al potere quel perimetro è stato sfacciatamente violato. Non cambia solo la sostanza dei rapporti tra i due paesi: cambia il linguaggio stesso con cui si esercita la pressione. Un post su Truth Social sostituisce il canale diplomatico, un ultimatum pubblico prende il posto della trattativa riservata. Il messaggio, in sostanza, è: senza il Venezuela come alleato, Cuba resterà sola ad affrontare la crisi energetica, e sarà costretta a scendere a patti — alle condizioni e nei modi decisi da Washington.

A questo punto la sequenza si allarga oltre i due paesi. Venezuela, Cuba, e subito dopo l'Iran: tre bersagli diversi, ma un'unica logica di fondo, quella del controllo dei nodi energetici che contano davvero a livello globale. Difficile leggere questa successione come una serie di iniziative estemporanee dettate da prepotenza o follia. Più facile — e più rigoroso — leggerla come l'esecuzione di una dottrina strategica autocratica: un progetto per ridisegnare gli equilibri geopolitici mondiali passando dal controllo delle risorse, non dalla diplomazia.

A confermare che non si tratta di un caso isolato è l'estensione del blocco commerciale. La Casa Bianca non si accontenta di colpire l'asse Caracas–L'Avana: allarga sanzioni e minacce di ritorsioni tariffarie a qualunque paese terzo tenti di rifornire Cuba di aiuti e petrolio, congelando di fatto ogni alternativa di approvvigionamento estero sull'isola. Una manovra chirurgica e sistemica, non un effetto collaterale della crisi venezuelana.

L'esperienza recente insegna a diffidare delle mosse a effetto di Trump, e a ricostruirne invece, con rigore, la sequenza completa. Dietro proclami sulla sicurezza nazionale, la lotta alla droga, la difesa degli interessi patriottici, emergono quasi sempre interessi strutturali e logiche predatorie di matrice privata. Nel caso del Venezuela il filo conduttore è sempre stato uno solo: il petrolio. Caduto Maduro, gli Stati Uniti hanno consolidato in tempi rapidissimi un accesso diretto alle risorse nazionali venezuelane attraverso canali commerciali privilegiati.

L'atto finale non si ferma al petrolio, e per capirlo bisogna fare un salto in avanti di qualche mese: l'accordo firmato ad agosto 2026 assegna agli Stati Uniti una partecipazione del 35% in una società privata incaricata di sviluppare 17 giacimenti venezuelani, con riserve stimate in circa 65 miliardi di barili — una delle spartizioni economiche più grandi della storia recente. È lecito ipotizzare — ed è una lettura che mi sento di proporre, più che un fatto già acquisito — che il prossimo fronte non sia solo quello estrattivo: che l'asfissia economica dell'area caraibica possa aprire la strada, nei mesi a venire, anche a una privatizzazione dei suoi nodi turistici e immobiliari di fascia luxury, di sicuro interesse per la Casa Bianca e per i grandi gruppi d'investimento americani. Se il petrolio è stato il primo atto, il territorio –come similmente pianificato per Gaza, in Palestina– potrebbe essere il secondo.

La petroliera Universal e le sanzioni contro CUPET

La vicenda della petroliera russa Universal racconta, meglio di ogni comunicato, quanto sia diventato difficile far arrivare un litro di carburante sull'isola. La nave, battente bandiera russa e già sottoposta a sanzioni, era salpata dal porto di Vysotsk a metà gennaio 2026 con un carico di oltre 250.000 barili di diesel destinato a Cuba. Per mesi ha proceduto a velocità quasi nulla, alla deriva nel Mar dei Sargassi, in un limbo che assomigliava più a un sequestro che a un ritardo. Solo alla fine di maggio, dopo oltre quattro mesi di navigazione incerta, ha cambiato rotta in modo netto, dirigendosi verso sud nell'Atlantico. I dati di tracciamento non permettevano di stabilire con certezza la destinazione finale del carico, ma una cosa era chiara: il viaggio verso Cuba, di fatto, si era già concluso senza mai arrivare.

L'11 giugno è arrivata una misura ancora più diretta, e ben più difficile da aggirare. Il governo statunitense ha designato Unión Cuba-Petróleo — CUPET — nell'ambito dell'Executive Order 14404, inserendo la compagnia statale cubana nel regime di blocco dei beni e degli interessi sottoposti alla giurisdizione americana. Una misura che pesa perché CUPET non è un attore qualsiasi: è il nodo attraverso cui passa gran parte della filiera energetica dell'isola. La sanzione non rende impossibile, in teoria, ogni importazione privata — ma rende infinitamente più complesso utilizzare le infrastrutture e i soggetti che controllano stoccaggio, distribuzione e trasporto del carburante cubano.

La crisi umanitaria: quando manca l'energia

Il problema non si esaurisce nei blackout. La scarsità di carburante si propaga come un'onda lunga: colpisce i trasporti, l'agricoltura, la distribuzione alimentare, la raccolta dei rifiuti, il pompaggio dell'acqua. E da lì, inevitabilmente, arriva alla sanità — dove elettricità e carburante non sono un comfort, ma la condizione minima perché un ospedale resti un ospedale: apparecchiature che funzionano, pazienti che possono essere trasportati, servizi che non si interrompono a metà.

Le Nazioni Unite parlano apertamente di deterioramento della situazione umanitaria, e hanno messo in campo una risposta che comprende sistemi solari per ospedali, scuole e impianti di irrigazione, oltre a interventi urgenti sulle infrastrutture idriche. A giugno erano stati mobilitati 26,2 milioni di dollari — a fronte di un fabbisogno totale che supera i 90 milioni: un vuoto di circa 68 milioni che nessuno, al momento, sa come colmare. I numeri raccontano una sanità allo stremo: la mortalità infantile è raddoppiata, arrivando a 9,9 casi ogni 1.000 nascite; i tassi di sopravvivenza in oncologia pediatrica sono crollati dall'85% al 65%; i farmaci essenziali coprono appena il 30% del fabbisogno ordinario. Non sono statistiche astratte: sono bambini che non guariscono più come guarivano un anno fa.

Nei mesi successivi la situazione si è aggravata. Ad agosto, esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno lanciato un nuovo allarme sul crescente rischio di epidemie, legato al collasso progressivo dei sistemi idrici e sanitari — dengue, chikungunya, febbre Oropouche, tutte in risalita. Nello stesso periodo, le autorità sanitarie statunitensi hanno registrato un aumento delle patologie intestinali sull'isola, diretta conseguenza della mancanza congiunta di acqua pulita ed elettricità. Due segnali diversi, la stessa diagnosi: un Paese che si ammala perché la corrente non arriva.

"Le restrizioni al carburante imposte dall'inizio del 2026 e il recente inasprimento delle sanzioni extraterritoriali, considerate nel loro insieme, stanno direttamente danneggiando i cubani, in particolare i più vulnerabili. I bambini muoiono perché i medici non hanno accesso a forniture e medicinali essenziali: questo è inaccettabile." — Volker Türk, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, giugno 2026

La dichiarazione di Türk non assolve il governo cubano dalle proprie responsabilità. Lo stesso sistema energetico dell'isola soffre da anni di investimenti insufficienti, infrastrutture obsolete, difficoltà finanziarie e problemi di gestione. Ma il dato politico rilevante è un altro: l'effetto delle nuove restrizioni statunitensi si sovrappone a vulnerabilità preesistenti e contribuisce ad amplificarne le conseguenze sulla popolazione.

Le proteste e la risposta del governo

La crisi energetica ha prodotto una nuova ondata di proteste. Il 16 maggio, all'Avana, va in scena la quinta notte consecutiva di manifestazioni contro i blackout prolungati, la mancanza d'acqua e il deterioramento delle condizioni economiche. In diversi quartieri, centinaia di persone scendono in strada per i cacerolazos — pentole battute dai tetti e lungo le vie — mentre le autorità rispondono come sanno rispondere: più polizia, internet interrotto in alcune zone. Attivisti locali denunciano la presenza di agenti in borghese, impegnati a identificare i partecipanti uno per uno.

Il 7 luglio, dopo il terzo collasso nazionale della rete in sei mesi, centinaia di residenti tornano nelle strade dell'Avana, battendo pentole e suonando i clacson mentre vaste aree dell'isola restano al buio. In alcuni quartieri la corrente torna proprio mentre le manifestazioni sono in corso — quasi una beffa. Nei giorni successivi, nuovi blackout confermano ciò che ormai è evidente: non è un episodio isolato, è una condizione strutturale della rete e dell'approvvigionamento di carburante.

Ma la protesta non si può ricondurre soltanto alla pressione esterna. Cuba affronta da anni una crisi economica profonda, aggravata dalla perdita di popolazione, dalla scarsità di valuta, dalla contrazione di interi settori produttivi e dalle difficoltà di accesso a beni e carburanti. L'obsolescenza della rete e delle centrali è una vulnerabilità precedente alle misure del 2026, non conseguente. Le nuove restrizioni energetiche intervengono su un sistema già fragile — mentre la risposta del governo resta condizionata dalla necessità, prima di ogni altra, di preservare un apparato statale fortemente centralizzato.

I 100 milioni di dollari: aiuto umanitario o strumento negoziale?

Washington annuncia un pacchetto di aiuti umanitari da 100 milioni di dollari destinato alla popolazione cubana, concepito per essere distribuito attraverso canali che evitino il controllo diretto del governo dell'Avana. L'iniziativa convive, senza alcuna contraddizione dichiarata, con il mantenimento delle restrizioni energetiche e l'ampliamento del regime sanzionatorio — aiutare la popolazione e stringere la morsa, nello stesso momento, con la stessa mano.

È qui che si gioca lo scontro politico vero. Gli Stati Uniti sostengono di voler alleviare le conseguenze umanitarie della crisi senza finanziare il governo cubano; L'Avana ribalta l'accusa, sostenendo che le stesse misure americane producano la crisi che gli aiuti dovrebbero mitigare. A giugno il Dipartimento di Stato dichiara gli aiuti pronti a partire, ma ne subordina la distribuzione alla cooperazione cubana. A settembre, i rapporti tra i due governi restano bloccati — e il canale umanitario, invece di essere un ponte, diventa un ulteriore terreno di scontro.

Il 7 settembre il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez afferma che non sono in corso negoziati con Washington, né sono previsti nuovi colloqui — pur ribadendo, a denti stretti, una disponibilità di massima a restare in contatto. Nella stessa occasione quantifica il danno dell'embargo in 8,1 miliardi di dollari nel 2025, il 7% in più rispetto all'anno precedente. Secondo la ricostruzione cubana, sono le sanzioni e le restrizioni energetiche a bloccare il dialogo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a considerare la pressione l'unica leva efficace per un cambiamento a L'Avana. Tra le due posizioni, a settembre, la distanza non si è ridotta di un millimetro.

Scenari aggiornati: dove può andare Cuba

65%
Scenario A — Collasso progressivo

Persistenza delle restrizioni sulle forniture, disponibilità limitata di carburante, nuovi guasti alla rete e ulteriore deterioramento dei servizi essenziali. Gli eventi di luglio e il permanere della crisi energetica hanno rafforzato questo scenario, ma non consentono di trasformare una stima analitica in una probabilità statistica.

25%
Scenario B — Adattamento e trasformazione

Forniture limitate da partner esterni, importazioni private di carburante, sviluppo del fotovoltaico e progressiva apertura al settore privato. Le riforme approvate da giugno e ampliate nei mesi successivi rendono questo scenario più concreto rispetto alla fotografia di febbraio, anche se non eliminano le vulnerabilità strutturali.

10%
Scenario C — Distensione negoziata

Avvio di un negoziato tra Washington e L'Avana, con possibili deroghe umanitarie e aperture sulle forniture energetiche. Gli sviluppi fino a settembre non mostrano però un avanzamento in questa direzione: i contatti risultano bloccati e le due amministrazioni mantengono posizioni divergenti.

La vera posta in gioco: quale Cuba dopo il collasso?

La finalità della strategia americana sembra eccedere la semplice pressione sul governo cubano. Washington dichiara di voler costringere L'Avana a cambiare atteggiamento, ad aprire il sistema politico ed economico. Ma la sequenza delle misure racconta anche altro: una strategia orientata a indebolire, passo dopo passo, la capacità dello Stato di sostenere l'attuale assetto di potere — e a preparare il terreno per una transizione. Le sanzioni energetiche, in questa chiave di lettura, sono un espediente. Non il fine dichiarato, ma lo strumento.

Un eventuale cambio di regime sarebbe il varco attraverso cui Washington potrebbe ottenere molto di più: apertura dell'economia agli investimenti privati e stranieri, ridimensionamento delle imprese statali, una ridefinizione radicale dei rapporti dell'isola con gli Stati Uniti, l'espulsione delle reti economiche legate a Russia e Cina. Colpire la disponibilità di carburante non è mai solo colpire la luce nelle case: significa erodere la capacità produttiva, la mobilità, la distribuzione, il funzionamento stesso dei servizi pubblici — alzando, giorno dopo giorno, il costo politico di restare al potere.

Il 18 giugno il Parlamento cubano approva oltre 175 riforme economiche che, se pienamente attuate, rappresenterebbero il più grande spostamento verso il mercato dall'inizio della rivoluzione: apertura allo sviluppo immobiliare privato, trasformazione di imprese statali in società commerciali, ingresso di banche private, vendita di beni statali anche a soggetti stranieri e a cubani residenti all'estero. Il governo cubano insiste: sono riforme dettate da necessità interne, non concessioni a Washington.

A settembre il processo si fa ancora più concreto. Le norme pubblicate il 3 settembre riducono i vincoli burocratici per gli investitori, ampliano lo spazio per le attività private nel turismo, rendono più accessibili a capitali nazionali ed esteri interi segmenti del mercato immobiliare e delle risorse turistiche. Reuters lo definisce senza mezzi termini una delle trasformazioni più significative dell'economia cubana dal 1959.

Resta però una domanda più scomoda di tutte: che cosa dovrebbe diventare Cuba, dopo? Se la pressione americana riuscisse davvero a produrre una transizione, l'isola entrerebbe in una fase di apertura in cui il patrimonio immobiliare, le coste, le infrastrutture turistiche, i paesaggi di maggior pregio diventerebbero — inevitabilmente — oggetto di appetito per i grandi capitali internazionali, inclusi quelli della famiglia Trump.

Cuba possiede una combinazione di pregi quasi irripetibili: posizione strategica nei Caraibi, migliaia di chilometri di costa, città storiche, un'industria turistica già esistente, ampie aree ancora sottosviluppate, una forza lavoro qualificata e sotto remunerata. Le riforme del 2026 dimostrano che questa apertura non è più solo un'ipotesi sulla carta.

Il rischio, allora, è che la fine del sistema attuale non coincida con una maggiore autonomia per la società cubana, ma con il passaggio da una forma di controllo statale a una nuova forma di assoggettamento economico — diverso nella forma, non necessariamente nella sostanza.

Allo stato delle informazioni disponibili, non ci sono elementi sufficienti per affermare che Washington persegua ufficialmente un progetto di trasformazione di Cuba in una grande piattaforma immobiliare e turistica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare la dimensione economica di un eventuale cambio di potere. Se la pressione energetica indebolisce lo Stato mentre, in parallelo, Cuba apre il proprio sistema al capitale privato e internazionale, la posta in gioco non è più solo la sopravvivenza del governo cubano. È la proprietà, l'accesso, il controllo di ciò che emergerebbe dal nuovo assetto: territorio, coste, infrastrutture, patrimonio immobiliare, sviluppo turistico.

A mio giudizio, è difficile non vedere un filo conduttore nella ricorrenza degli interessi immobiliari nei progetti politici di Trump: territori prima indeboliti nel tessuto socio-economico, destabilizzati politicamente, sottratti agli equilibri esistenti — e poi ripensati come grandi occasioni di investimento, sviluppo turistico, speculazione immobiliare. Il caso di Gaza, in Palestina, rende questo schema particolarmente nitido.

Nel febbraio 2024, Jared Kushner — genero di Trump, ex consigliere della Casa Bianca, sviluppatore immobiliare di mestiere — parlando alla Harvard Kennedy School definisce il waterfront di Gaza «molto prezioso» e suggerisce, nell'ambito della sua lettura del conflitto, che Israele dovrebbe spostare la popolazione per poter «ripulire» l'area. Un anno dopo, nel febbraio 2025, Trump porta quella stessa intuizione su un piano politico esplicito, proponendo che gli Stati Uniti assumano il controllo della Striscia e la trasformino nella «Riviera del Medio Oriente» — attraverso una riconfigurazione territoriale radicale e l'allontanamento della popolazione palestinese.

Il riferimento al valore immobiliare non resta confinato alle dichiarazioni. Nel gennaio 2026 Kushner presenta, insieme all'amministrazione Trump, un master plan per la ricostruzione di Gaza che comprende sviluppi sul lungomare, nuove aree residenziali, strutture di lusso.

La sequenza, letta tutta insieme, dice qualcosa di preciso: un territorio devastato dalla guerra viene descritto anche per il valore del suo waterfront; ne viene ipotizzata una radicale trasformazione politica e territoriale; e infine viene elaborato un progetto di ricostruzione in cui sviluppo urbano, turistico e immobiliare occupano il centro della scena.

È proprio questa sovrapposizione — trasformazione politica, ridefinizione territoriale, valorizzazione economica — ad aver alimentato un dibattito più ampio sui conflitti di interesse. Organizzazioni come CREW hanno documentato interessi immobiliari internazionali direttamente collegati alla famiglia Trump, sollevando interrogativi sulla compatibilità tra potere politico e interessi economici privati: 23 nuovi progetti immobiliari a marchio Trump, in dieci Paesi esteri, censiti durante il secondo mandato. Il problema che CREW mette a fuoco è semplice da enunciare e difficile da derubricare: il presidente continua a possedere e a trarre profitto dalla propria organizzazione immobiliare mentre prende decisioni di politica estera capaci di incidere sui mercati in cui quella stessa organizzazione opera.

Il problema riguarda anche Kushner. Nel marzo 2026 CREW chiede alla Casa Bianca di chiarire i suoi interessi finanziari, dopo il suo coinvolgimento diretto nelle attività diplomatiche dell'amministrazione, richiamando l'attenzione sui rapporti economici della sua società di investimento con partner stranieri. Non è più, a questo punto, solo una questione di eventuale speculazione immobiliare. È un problema più generale, e più scomodo: il conflitto tra interessi economici privati e potere politico. Fino a che punto è compatibile con l'esercizio di funzioni pubbliche la presenza, nelle decisioni su territori in profonda trasformazione, di figure che mantengono interessi economici rilevanti proprio in quei settori?

È una domanda che si può porre, con tutte le differenze del caso, anche guardando a Cuba. L'isola possiede un patrimonio costiero, turistico e immobiliare di valore enorme, e oggi individua negli investimenti stranieri lo strumento per sviluppare turismo, infrastrutture, energia, edilizia e altri settori strategici. Le riforme del 2026 rendono questa prospettiva concreta: il governo cubano cerca capitale privato e straniero proprio mentre il sistema statale attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente.

Non si tratta di sostenere che esista già, identico a quello immaginato per Gaza, un progetto immobiliare americano per Cuba. Si tratta di chiedersi cosa accadrebbe al patrimonio territoriale ed economico dell'isola se la pressione sullo Stato cubano producesse davvero quella trasformazione politica ed economica che Washington dichiara di volere.

La domanda finale, allora, non è soltanto chi governerà Cuba? È per chi sarà la Cuba del dopo? Per i suoi cittadini, che dovrebbero poter decidere democraticamente del proprio futuro — o per quei capitali che attendono da decenni l'apertura di uno degli ultimi grandi territori economici ancora relativamente chiusi dei Caraibi?

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