Tuoni, dazi e altri prodigi

A due settimane dal voto di metà mandato, Trump le sta provando tutte per recuperare consensi. Tra assegni fantasma, brogli immaginari e patti con il Cremlino, anche gli dèi dell’Olimpo sembrano aver perso la pazienza: sul mercato delle previsioni Polymarket, i democratici hanno il 63% di probabilità di conquistare entrambe le Camere.

Salmoneo e Trump

C’è un motivo se la mitologia greca non passa mai di moda: funziona come un archivio permanente dei peggiori istinti umani e dimostra che la nostra evoluzione, almeno sul fronte della megalomania, si è fermata agli albori della civiltà. Le sue storie sono algoritmi arcaici che mostrano come i grandi abbagli del potere siano rimasti sorprendentemente identici, dal Medioevo ellenico ai social network. Il mito prende il delirio di un singolo esaltato e lo trasforma nel modello universale di ogni propaganda futura, anticipando con un sarcasmo quasi disarmante l’identikit del populismo moderno.

Prendete Salmoneo, re dell’Elide, affetto da una forma spettacolare di hybris e delirio di onnipotenza. A furia di ripetere ai sudditi che l’unico Zeus fosse lui, finì per convincersene davvero e fu la prima vittima illustre delle sue stesse fake news. Fin dall’inizio curò la messinscena con lo zelo di un impresario.

Secondo la tradizione mitografica, fece costruire un ponte di bronzo sul quale lanciava il proprio carro a tutta velocità; dietro vi legava pelli e calderoni, perché il rombo imitasse il fragore del tuono. Alle coreografie acustiche aggiunse quelle luminose: per simulare le saette divine, scagliava torce infuocate verso il cielo. Spingendo l’arroganza oltre ogni limite, ordinò infine che i sacrifici e le offerte destinati a Zeus fossero portati a lui.

Virgilio lo colloca nel Tartaro, nel sesto libro dell’Eneide, e lo descrive come demens. Gli applica poi una formula che dovrebbe stare scolpita all’ingresso di ogni sala stampa: non imitabile fulmen. Il fulmine che non si può imitare.

Tremila anni dopo, il re megalomane ha rimpiazzato il ponte con un account su Truth Social, e gli bastano telecamere e uno smartphone per lanciare tuoni e fulmini a profusione. Il baccano arriva in tempo reale, come saette scagliate a livello globale. Ora la parabola di Donald Trump è la versione digitale e ad alto budget di quella di Salmoneo. Con un perfezionamento non da poco: colleziona miti come altri collezionano francobolli. A seconda delle promesse, Trump incarna un mito diverso dell’antica Grecia: Salmoneo, Mida, Tantalo. Come tutti loro, non vede che sfidare gli dèi o le forze che reggono l’universo finisce sempre in tragedia.

Mercoledì 9 settembre 2026, dal palco dell’American Airlines Center di Dallas, durante la prima convention repubblicana di metà mandato, Trump ha aggiunto un nuovo effetto speciale al repertorio: 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto, ma soltanto se i repubblicani manterranno il controllo di Camera e Senato nelle elezioni del 3 novembre. Lo ha chiamato Trump dividend. Il trucco consiste nel fare abbastanza rumore da convincere tutti che il fulmine sia vero.

Sabato 3 ottobre 2026, a un mese dal voto di metà mandato, Trump ha rilanciato su Truth Social la promessa dei 5.000 dollari: «Solo io posso farvi questa promessa». I soldi, sostiene, arriveranno dai dazi e dalla crescita economica. A sostegno, sbandiera 21.000 miliardi di dollari di investimenti che sarebbero stati impegnati negli Stati Uniti in quindici mesi, una cifra che le verifiche disponibili non riescono a ricondurre a investimenti effettivamente realizzati. Intanto, il debito federale continua a crescere.

Agli elettori tocca il supplizio di Tantalo, in versione fiscale. Non è la prima promessa di denaro: nel 2025 Trump aveva prospettato un dividendo di 2.000 dollari finanziato dai dazi e, in precedenza, un bonus di 5.000 dollari legato ai risparmi del DOGE. Nessuna delle due proposte si è tradotta nel pagamento annunciato. Il 2 ottobre 2026, intanto, la Casa Bianca ha comunicato un versamento una tantum di 90 dollari a oltre 20 milioni di iscritti a Medicare Part B, finanziato attraverso il Medicare Improvement Fund. Altri annunci, altre cifre, altri destinatari: promesse ancora da verificare accanto a un pagamento circoscritto e concreto, a un mese dalle urne.

Trump sembra scommettere sulla rapidità con cui una promessa nuova può soppiantare quella precedente, sulla difficoltà di distinguere un annuncio da un risultato e sulla possibilità che gli elettori non chiedano conto dei numeri. Gli basta ritenerli disposti a credergli ancora.

Salmoneo simulava i tuoni e i fulmini per far credere di essere Zeus. Trump lancia monetine sui seggi e promette miliardi per far credere di essere Dio.

Mida e il bancomat degli dèi

Ma gli effetti speciali, si sa, costano caro, e per pagarli Trump deve cambiare maschera.

Alla domanda più prosaica del mondo — chi paga? — la risposta arriva puntuale, per bocca degli strateghi televisivi: i dazi.

Nella cosmologia trumpiana, i dazi funzionano come un bancomat divino: si infila una merce straniera e ne escono dollari americani, senza che nessun cittadino debba digitare il PIN. Peccato che la carta sia quella degli importatori statunitensi, che una parte del conto la girano a imprese e consumatori. Il bancomat degli dèi addebita sul conto sbagliato.

È il desiderio di Mida, il re frigio che chiese di trasformare in oro tutto ciò che toccava e scoprì troppo tardi che l’oro non era commestibile. Mida ebbe almeno la decenza di accorgersene quando gli arrivò davanti al piatto.

Facciamo il conto, che è la parte meno spettacolare della storia. I cittadini statunitensi adulti sono circa 245 milioni: cinquemila dollari a testa fanno 1.225 miliardi di dollari, cioè 1,225 trilioni nel sistema di numerazione statunitense. Una somma da versare in un solo anno. Cinquemila dollari hanno un peso, una consistenza, persino un effetto psicologico. 1.225 miliardi sono una cifra astratta, abbastanza grande da smettere di sembrare denaro e cominciare a sembrare scenografia.

Le entrate tariffarie, però, non stampano assegni a comando. Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, citato da FactCheck.org, i dazi generano meno di 200 miliardi di dollari l’anno: ne servirebbero oltre sei anni per finanziare un solo anno di quei pagamenti. E quelle entrate sono già considerate nelle proiezioni di bilancio: destinarle ai dividendi significherebbe rinunciare a usarle per ridurre il deficit o coprire altre spese.

Il bancomat di Mida, dunque, ha un piccolo difetto: non eroga denaro che non c’è. E l’oro promesso da Trump rischia di trasformarsi, ancora una volta, in una montagna di debito.

Nel mondo reale della giurisprudenza americana, il miracolo si è infranto contro la Costituzione. Venerdì 20 febbraio 2026, con sei voti contro tre, nel caso Learning Resources, Inc. v. Trump, la Corte Suprema ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) non autorizzava il presidente a imporre quei dazi. La maggioranza ha respinto l’interpretazione che avrebbe trasformato una legge concepita per affrontare emergenze economiche in una delega pressoché illimitata del potere tariffario.

Dei circa 166 miliardi di dollari riscossi sulla base dell’IEEPA, una parte consistente è ora oggetto di rimborso agli importatori. Secondo i dati della U.S. Customs and Border Protection trasmessi alla Court of International Trade, al 21 agosto 2026 le richieste accettate per l’elaborazione ammontavano a circa 132,5 miliardi di dollari; di questi, 106,6 miliardi erano già stati certificati e trasmessi al Tesoro per il pagamento. Il bancomat degli dèi, per una volta, ha erogato davvero. Agli importatori. Solo a giugno il Tesoro ha restituito 49,2 miliardi di dollari, più del doppio dei 23,6 miliardi incassati con i nuovi dazi nello stesso mese, e il deficit federale di giugno è salito a 120 miliardi. Gli americani pagano così i dazi due volte: prima, in parte, nei prezzi; poi nel debito pubblico che finanzia i rimborsi. Gli assegni promessi da Trump non sono mai arrivati. Il conto sì.

Il carovita americano porta la firma di Trump. I dazi, che la Corte Suprema ha poi dichiarato illegittimi, hanno spinto importatori e rivenditori ad alzare i prezzi per rientrare dei costi. Ora, proprio perché illegittimi, quei dazi tornano agli importatori con gli interessi, anche quando i clienti li avevano già pagati alla cassa. Le imprese incassano due volte, i consumatori pagano due volte. A febbraio, sul conto già salato, Trump ha aggiunto la guerra all’Iran, che ha portato il diesel ai massimi.

Sabato 18 luglio 2026, la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha definito la firma di Trump «del tutto priva di valore e di credibilità», accusando Washington di aver violato ripetutamente il memorandum d’intesa con Teheran. Una dichiarazione interessata, pronunciata da una delle parti coinvolte in un conflitto, ma che offre al presidente americano un giudizio poco lusinghiero sulla propria affidabilità. Al Tesoro potrebbero stamparlo sulle banconote: almeno, questa volta, il valore nominale sarebbe garantito.

Anche sul fronte canadese, i numeri raccontano una storia diversa da quella immaginata alla Casa Bianca. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dal 28 al 30 agosto 2026 e pubblicato il 1° settembre, il 57% degli americani è contrario a ulteriori dazi sul Canada, mentre appena il 20% è favorevole.

Quanto alla Groenlandia, l’annessione è rimasta fuori dall’accordo raggiunto con gli alleati europei. Del Canada come cinquantunesimo Stato, invece, resta un sondaggio Research Co. del gennaio 2026: soltanto il 17% degli americani vorrebbe che diventasse territorio o Stato statunitense. Non proprio un plebiscito imperiale.

Il golpe che incenerì Salmoneo

Quando i sondaggi gli voltano le spalle, Trump torna alla maschera di Salmoneo. Il re usurpò i rituali di Zeus e si appropriò dei sacrifici destinati al dio. Zeus lo incenerì. In democrazia, il sacrificio supremo è il voto: Trump ha dedicato il secondo mandato a costruire gli strumenti per piegarlo alla propria volontà.

Le prove generali risalgono al 2020: grandi elettori fasulli, pressioni su Mike Pence, l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Con la rielezione, i procedimenti federali contro Trump per i tentativi di sovvertire il risultato si sono chiusi. Mercoledì 9 settembre 2026, a Dallas, Trump ha dichiarato di aver vinto la presidenza tre volte. Gli americani ne ricordano due.

Trump continua ad abbracciare la propria versione del 2020, come se bastasse ripeterla per renderla vera. Le schede della contea di Fulton sono state ricontate e riesaminate più volte: in Georgia Joe Biden vinse per 11.779 voti.

Il cantiere è partito il primo giorno. Lunedì 20 gennaio 2025 Trump ha graziato o commutato le pene dei condannati per l’assalto al Congresso, disponendo anche la chiusura dei procedimenti federali ancora pendenti. Martedì 25 marzo ha firmato un ordine esecutivo per riscrivere una parte delle regole federali sul voto, imponendo fra l’altro la prova documentale della cittadinanza per la registrazione elettorale federale. A novembre ha poi graziato oltre 75 alleati coinvolti nei tentativi di ribaltare il risultato del 2020, compresi i cosiddetti grandi elettori fasulli. Mercoledì 28 gennaio 2026 l’FBI ha sequestrato oltre 650 scatole di schede e documenti elettorali della contea di Fulton. Lunedì 2 febbraio Trump ha chiesto ai repubblicani di «nazionalizzare» il voto. A settembre il Dipartimento di Giustizia ha intensificato le indagini sul voto dei non cittadini, mentre la Sicurezza interna rivendicava 160 arresti. Il ponte di bronzo è pronto.

Mancava il tuono. A settembre sono arrivati i numeri ufficiali: circa 1.600 indagini e 160 arresti per presunte irregolarità legate al voto dei non cittadini, su oltre 211 milioni di elettori registrati. Nel 2024 hanno votato più di 150 milioni di americani. L’allarme per una frode di massa ha prodotto, fin qui, meno di un arresto ogni milione di iscritti alle liste elettorali, ma non sappiamo ancora se quegli arresti saranno tramutati in condanna o si riveleranno come nuovi abusi rivolti a immigrati.

Quando a gridare ai brogli è un amico, l’FBI arriva con il tronchese. Il 2 giugno 2026 Clint Curtis, responsabile elettorale della contea di Shasta, in California, roccaforte trumpiana, ha perso le primarie: Joanna Francescut lo ha battuto con il 58% dei voti. Il 2 luglio Curtis ha certificato il risultato. Poi ha cominciato a insinuare brogli nell’elezione che aveva appena firmato: alcune schede, a suo dire, avevano una consistenza e un odore diversi dal solito. Le ha chiuse sotto lucchetto e ha chiamato l’FBI. A settembre, dopo la citazione di un gran giurì federale, gli agenti hanno tagliato il lucchetto. Di prove di schede contraffatte, finora, nessuna. Al repubblicano che perde basta insinuare il dubbio: costa meno che ammettere la sconfitta. Il 3 novembre sarà ancora lui a sovrintendere alle elezioni della contea.

La scenografia di novembre è già montata. Su 37 esperti di amministrazione elettorale interpellati da Votebeat nella primavera del 2026, oltre tre quarti hanno ritenuto almeno abbastanza probabile che Trump chiedesse alla Guardia nazionale o ad agenti federali di sequestrare le apparecchiature elettorali dopo il voto. Per ventisette su 37 era almeno abbastanza probabile una presenza federale o militare ai seggi. Il ponte arriva fino alle urne.

Il sovrano che si proclama vincitore prima del conteggio, le schede sequestrate, i funzionari minacciati, i complici graziati. Salmoneo si prese un fulmine per molto meno.

Tantalo va al Cremlino

Tuoni, oro e schede servono a poco se il pieno costa troppo. A due settimane dal voto, Trump va a cercare il carburante dove nessun presidente americano lo cercava dal 2022: al Cremlino.

Venerdì 9 ottobre 2026, dopo una telefonata con Vladimir Putin, ha annunciato l’arrivo di oltre 300.000 tonnellate di gasolio russo: circa 2,25 milioni di barili, mezza giornata di consumi statunitensi, da spartire per giunta con il resto del mondo. Washington ha autorizzato le importazioni fino al 7 aprile 2027. Il 3 novembre si vota.

Nel Tartaro, Tantalo sta immerso fino al collo in un lago. Quando si china per bere, l’acqua si ritira; quando allunga la mano verso i frutti, il vento solleva i rami. L’automobilista americano conosce il supplizio: il sollievo resta sempre a un palmo, il prezzo alla pompa sempre un po’ più su. Trump gli porge mezza giornata di gasolio e la chiama cura.

La sete, però, era soltanto la pena. Il delitto Tantalo lo aveva commesso a tavola: invitò gli dèi a banchetto e servì loro il proprio figlio, Pelope. Trump si è seduto alla tavola del Cremlino e ha messo nel piatto l’Ucraina.

A Kiev è toccata la parte di Pelope: servita in tavola senza essere invitata. Washington pretende che l’Ucraina smetta di colpire le raffinerie russe e, secondo funzionari ucraini ed europei, ha minacciato di ridurre la condivisione dell’intelligence. Mercoledì 14 ottobre è stato limitato Starshield, il sistema satellitare con cui Kiev comunica al fronte e guida i droni. La Casa Bianca ha smentito ogni coinvolgimento; due funzionari americani hanno poi confermato a Reuters che l’ordine era partito proprio dalla Casa Bianca. Putin vende il gasolio, e a Kiev si chiede di risparmiare le raffinerie che lo producono.

Sabato 10 ottobre Trump aveva già trovato il colpevole del caro carburante: l’Ucraina. Zelensky «farebbe dannatamente meglio a smetterla» di bombardare le raffinerie russe, ha dichiarato, e a Kiev servirebbe un nuovo presidente. Che il diesel sia ai massimi dalla guerra all’Iran, lanciata da lui stesso a febbraio, è un dettaglio. Lo stesso giorno un attacco russo su Zaporizhzhia ha ucciso venti persone, tre delle quali bambini.

Nelle città greche, nei tempi di sventura, si sceglieva un pharmakos: un capro espiatorio da cacciare oltre le mura con tutte le colpe della comunità. Trump ha scelto l’Ucraina: il Paese invaso, colpevole di non lasciarsi invadere in pace.

Giovedì 15 ottobre un drone ucraino ha colpito la raffineria di Ryazan, una delle più grandi della Russia. Trump ha parlato di «vergogna». Per la prima volta dall’inizio della guerra, la televisione di Stato russa ha mandato in onda le immagini di una raffineria colpita. Mosca e Washington hanno trovato un ufficio stampa comune.

Il resto lo fanno i social. Secondo le valutazioni dell’intelligence americana riportate a settembre dal New York Times, il Cremlino ha approvato una nuova campagna di disinformazione per il voto di metà mandato. Le società che monitorano la propaganda online la vedono all’opera: attori di Hollywood ricreati con l’intelligenza artificiale contro i democratici nelle corse al Senato più incerte, scandali di corruzione inventati contro Cory Booker e John Hickenlooper, falsi siti di Reuters, Washington Post e Fox News pieni di articoli mai scritti. Un’altra operazione russa ha promosso l’accordo sul gasolio. Contro i candidati repubblicani, finora, niente.

Al Congresso qualcuno se n’è accorto. Domenica 11 ottobre tre senatori repubblicani, Susan Collins, Lisa Murkowski e Thom Tillis, hanno firmato con i democratici una dichiarazione che chiede al presidente di fare marcia indietro: una legge vieta di importare energia russa finché dura l’aggressione all’Ucraina. Martedì 13 ottobre i firmatari erano dodici, sei dei quali repubblicani. Lo stesso giorno un giornalista ha chiesto a Trump se qualcuno gli avesse spiegato che con quei soldi la Russia può comprare altre bombe.

Due giorni dopo, la televisione ha mostrato come si fa. Giovedì 15 ottobre 2026, mentre su Netflix usciva la quarta stagione di The Diplomat, nell’episodio finale la presidente Grace Penn annunciava al G7 in Toscana che gli Stati Uniti avrebbero aperto il fuoco contro qualunque Paese ostacolasse le loro navi. L’ambasciatrice Kate Wyler scendeva dal palco, consegnava il badge e se ne andava. Billie Appiah e Miguel Ganon la seguivano. Poi il vicepresidente, suo marito.

A Grace Penn è bastato minacciare gli alleati una volta per perdere mezzo governo. Trump ha minacciato di annettere il Canada e di prendersi la Groenlandia, territorio di un alleato della NATO. In ottobre ha comprato il gasolio di Putin e ha preteso che Kiev risparmiasse le raffinerie russe. A Washington il dissenso si esprime ancora per lettera. Per le dimissioni in diretta bisogna abbonarsi a Netflix.

Quel giovedì, intanto, l’intelligence americana doveva tenere con i funzionari elettorali degli Stati il primo briefing riservato sulle minacce al voto da oltre due anni. È saltato perché non si riusciva a stabilire una connessione sicura. Il Cremlino, la sua, ce l’ha.

La resa dei conti

Nel sondaggio Reuters/Ipsos condotto fra il 17 e il 20 settembre 2026, l’approvazione di Trump è scesa al 32%, il minimo della sua carriera politica. Sulla gestione del costo della vita, il suo cavallo di battaglia elettorale, si ferma al 17%. La guerra con l’Iran e il rincaro dei carburanti hanno presentato il conto. E non accettano pagamenti in promesse.

Il Pew Research Center dà l’approvazione al 30%. Polymarket assegna il 63% di probabilità alla conquista democratica di entrambe le Camere. La Pizia di Delfi interrogava gli dèi; oggi si interrogano i sondaggi. Cambiano gli oracoli, non la voglia di sentirsi dire che il futuro ci darà ragione.

Ma il dato più eloquente non riguarda il consenso: riguarda a chi, secondo gli americani, serva la presidenza. Nel sondaggio AP-NORC, condotto fra il 24 e il 28 settembre e pubblicato il 13 ottobre, il 56% ritiene che Trump abbia dato molta priorità ai propri interessi commerciali, il 54% a quelli di amici e familiari. Solo il 23% pensa che abbia anteposto il Paese nel suo complesso; appena l’11% le persone come loro. Sul profitto ricavato dalla presidenza, il 41% sospetta condotte illegali, un altro 18% le giudica non etiche, pur non illegali. La domanda, a questo punto, non è soltanto quanto consenso resti a Trump, ma quanto della presidenza gli americani ritengano sia stato messo al servizio del presidente.

Visti dall’Europa, quei numeri sembrano fin troppo indulgenti. Secondo il Pew Research Center, in otto dei dieci Paesi europei esaminati fra febbraio e maggio 2026 circa tre cittadini su quattro, o più, non hanno fiducia in Trump. Per l’European Council on Foreign Relations, a maggio appena l’11% degli europei considerava ancora gli Stati Uniti un alleato. Oltreoceano, quasi un americano su tre continua invece ad approvarlo. Gli effetti speciali di Salmoneo, evidentemente, conservano una loro nicchia di pubblico.

In patria il consenso si svuota anche tra i repubblicani: lo disapprova ormai il 31% di chi lo ha votato nel 2024. Trump ha promesso tanto e mantenuto così poco da trasformare la propria stessa voce in un rischio elettorale. Per risalire nei sondaggi gli resta una sola mossa, l’unica che non ha mai provato: tacere.

A Bruxelles, Tokyo e Ottawa hanno cominciato a fare i conti alla rovescia con il calendario: dal voto del 3 novembre 2026 al 20 gennaio 2029, quando si insedierà il prossimo presidente, mancano 809 giorni. Anche Crono, alla fine, finì nel Tartaro. Il tempo, diversamente dagli dèi, non ha bisogno di essere impressionato: passa e basta.

Le sue maschere mitologiche hanno tutte un finale già scritto. Salmoneo finì incenerito con la sua città per aver preteso di farsi passare per Zeus. Mida ottenne che tutto diventasse oro e scoprì che non si può mangiare un desiderio esaudito. Tantalo resta sospeso fra l’acqua che si ritrae e i frutti che sfuggono. Tre punizioni diverse per la stessa pretesa: confondere il potere con l’onnipotenza.

Virgilio aveva già trovato la formula: non imitabile fulmen. Il fulmine non si imita impunemente. Il 3 novembre saranno gli elettori, non gli dèi, a stabilire quanto sia costato questo grottesco spettacolo.

Fonti mitologiche: Apollodoro, Biblioteca I 9,7; Virgilio, Eneide VI 585-594; Igino, Fabulae 61; Omero, Odissea XI 582-592 e Pindaro, Olimpica I (Tantalo); Ovidio, Metamorfosi XI 85-145 (Mida). Fonti giornalistiche e documentali: Corte Suprema degli Stati Uniti, Learning Resources, Inc. v. Trump (20 febbraio 2026); FactCheck.org (10 settembre 2026); Committee for a Responsible Federal Budget; U.S. Census Bureau; Casa Bianca e CMS, pagamenti Medicare (2-3 ottobre 2026); U.S. Customs and Border Protection, dichiarazioni alla Court of International Trade (agosto 2026); Associated Press e Reuters sui pagamenti e sulle indagini relative al voto; Atlanta Journal-Constitution e NPR sul sequestro dei materiali elettorali di Fulton County; Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti; CalMatters e Shasta Scout su Shasta County; Votebeat (17 aprile 2026); Reuters/Ipsos (1° settembre, 21 settembre e 5 ottobre 2026); Research Co. (13-15 gennaio 2026); Pew Research Center (8 ottobre 2026); AP-NORC (13 ottobre 2026); Pew Research Center (23 giugno 2026) ed ECFR (10 giugno 2026) sull’opinione pubblica europea; Reuters (18 luglio 2026) sulla dichiarazione di Mojtaba Khamenei; Dipartimento del Tesoro (26 marzo 2026) sulla firma presidenziale sulle banconote; Reuters (13 luglio 2026) sul bilancio federale di giugno e sui rimborsi dei dazi; Reuters (11, 13 e 16 ottobre 2026), Al Jazeera (11 ottobre 2026) e New York Times (10 ottobre 2026) sull’accordo sul diesel russo e sugli attacchi alle raffinerie; Reuters Breakingviews, Hugo Dixon (19 ottobre 2026); New York Times (18 settembre e 16 ottobre 2026), Graphika e Alethea sulle operazioni di influenza russe; CNN (15 ottobre 2026); Netflix, The Diplomat, stagione 4, episodio 8 «Warships» (15 ottobre 2026).

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